COLUI CHE ASPETTA

Elisa Piatti, Dioplomatics@Freakout (Bologna, 12/05/15)

Elisa Piatti, Diplomatics@Freakout (Bologna, 12/05/15)

Francesco Quaranta va per i 27 e divide le sue settimane tra Pavia e la bassa bresciana (Orzinuovi). Ha pubblicato diversi racconti on-line (Verde, L’Inquieto, Scrittori Precari), sta flirtando con la stesura di sceneggiature, studia lingue, legge facendo critiche ad alta voce, suona in una band, è socio di un ristorante e mantiene rapporti con decine di amici che lo adorano e con i quali rischia l’intossicazione da caffeina. Nel tempo che gli resta parla con i gatti, trascrive i propri sogni su Facebook e prende appunti per diversi ipotetici romanzi.
Dall’anno scorso ha preso a tifare Fiorentina, ma questo alla famiglia non l’ha ancora detto.
Fotografia di Elisa Piatti (Diplomatics, live in Bologna, 12/05/15).

Esseri umani al servizio di loro simili, pagati uno scherzo all’ora per fingere di non avere personalità e di interessarsi davvero alla comodità altrui. Riccardo proietta il mozzicone della pausa sigaretta verso una nuova vita da rifiuto di strada, rifletto su come l’eleganza si rifiuti di spalmarglisi addosso e sgusci invece via come farebbero due poli positivi cercando di toccarsi. La camicia bianca non ci monda dal nostro peccato originale di trasandatezza e perché mai dovrebbe? In pratica siamo pagati per apparire inferiori a chiunque ci parli senza magari nemmeno degnarsi di guardarci, dal basso di quelle seggiole raggrumate attorno a tavolini unti. Riccardo direbbe che sto generalizzando, ma al diavolo: il mio universo annacquato dalle necessità si è condensato in questo lavoro, le altre prospettive sono evaporate negli sforzi e la pausa pranzo mi pare lontana anni luce.

In inglese, cameriere si traduce waiter: colui che attende qualcuno o qualcosa; trasposto per noi poveri cristi: colui che aspetta, appunto. Io e Riccardo aspettiamo che la nostra vita pieghi nella direzione agognata, che il mondo, girandoci sotto i piedi, ci avvicini ai nostri traguardi. Nel frattempo siamo qui, sospesi nel limbo dei sorrisi caricati a rincorsa e degli esasperati gesti speranzosi di mancia. Lui aspetta da un po’ più di me, ha passato i ventotto, non è soddisfatto, lo so, eppure si prende il suo tempo, non fa l’irrequieto come me, che, poco o niente da fare, non posso evitare di marcettare avanti e indietro rovinandomi caviglie e anche prima del tempo.

La tortura, i nervi martoriati, il lento logorarsi del corpo, le fibre muscolari che chiedono pietà, i tendini sovraccaricati che reclamano pace; desidero spesso che tutto questo finisca, penso che preferirei mille volte essere pestato a sangue, farmi trapassare da un pugnale, esplodere in mille pezzettini, perché se non altro quel dolore sarebbe catartico mentre questo tipo di fatica è solo una presa in giro per un misero contentino; in fin dei conti una gran perdita di tempo: ho altro da dare e qui non valgo niente.

Vivi tutto questo come fosse una prigione, mi dice Riccardo con una tirata maschera sorridente, una cosa a cui sei costretto dalla società, che ti allontana soltanto da quello che vorresti fare. Per te non è così, chiedo scocciato, la mano infangata dalla zuppa appena rifilata a un cliente. Io vorrei non lavorare, dice, punto. Ma qualcosa la devi pur fare, aggiunge con fare responsabile. Prende sportivamente il mio invito per quel paese: in fondo siamo solo il prodotto dei tempi che ci hanno preceduto, un prodotto che mal si piazza nel mercato attuale, mi spiega. A me sembra che lui nel suo posto ci si accomodi fin troppo bene. Ma invece voglio andarmene, mi confessa, tutti i giorni, più o meno verso metà turno sento un artiglio d’ansia che mi stringe i polmoni in una secca disperazione, io volevo fare il cazzo di musicista. Tuttavia, alla fine, basta un piccolo pasto per riprendersi e pure le mance non gli paiono poi così male.

Lo interrogo sul senso delle nostre fatiche, sull’esiguità ingiustificata del nostro compenso, somma ben più fuggevole del tempo stesso: non è il tipo di stipendio che faccia pensare al domani come una via d’uscita dal presente. Forse il mio è un errore di prospettiva, ma non ce la faccio, il discorso mi permea e mi attizza le parole, come sempre succede quando lui mi provoca andiamo fuori tema, ci sovrapponiamo, perché in questi discorsi non ci si ascolta mai davvero, alla fin fine, e io cerco una guida che confermi le mie rivendicazioni, mentre lui vorrebbe rassicurazioni sulla fondatezza della sua calma.

Allora ribatte che d’altronde siamo un veicolo, un mezzo per i nostri geni, nient’altro. Che pretese abbiamo? Teoricamente dobbiamo solo mantenerci in vita fino a che non ingravidiamo una tizia alla quale i meccanismi celebrali inconsci e gli ormoni suggeriscano che siamo individui con un patrimonio genetico valido e buoni mezzi di sostentamento. Oppure semplicemente una strafatta. È facile, dobbiamo solo sopravvivere, riprodurci e nel frattempo magari spendere: è tutto ciò che la natura, la società e l’universo intero ci richiedono.

Non posso controbattere: devo portare un dolce al tavolo sei, ripulire il quattro e sacrificare la mia sanità mentale alla vecchietta del tavolo due. Quei tavolinetti dondolanti che i clienti si accaparrano nemmeno fossero estensioni dei loro ego: fino all’attimo di pagare il conto non mollano quel loro avamposto, quella colonia in cui mirano a portare le loro regole, la loro religione, tutte le loro piccole ignoranze; dopo il pasto se ne dimenticano, lasciandoci a raccogliere avanzi e rifiuti da cui si può intuire al loro riguardo più di quanto mai si vorrebbe sapere.

Geni e cinismo, ma dai, Riccardo riduce tutto a questo. Perché allora non si limita al minimo indispensabile? Perché si impegna così tanto in questo lavoro? Glielo dico io perché: volente o nolente è comunque un modo in cui esprime se stesso da quando ha appeso la chitarra al chiodo.
Fino alla fine dei pranzi non scambiamo più una parola, escluse le indicazioni per il servizio e i rimproveri del capo cuoco che segue troppi reality di cucina e secondo me, per le nostre vite, ha mera funzione di disturbo generico. Il ristorante si svuota, a parte i pochi ma costanti clienti ritardatari che si presentano a venti minuti dalla chiusura della cucina solo per buscarsi la propria razione quotidiana di insulti alle spalle.

Abbiamo tirato avanti anche oggi, guardo fuori dalla finestra per la prima volta dopo ore e come sempre la posizione del sole mi brucia dietro gli occhi, come se tutta quella luce sciupatasi nel tempo trascorso volesse accecarmi in un colpo solo. Non so se mi tocca commuovermi o starnutire. Ci sediamo, finalmente, carichiamo i nostri piatti di avanzi, mangiamo, mi distraggo nella meditazione confusa della stanchezza.
Oggi resto però stupito nel vedere Riccardo che versa metà del suo pranzo nel mio piatto, posa la forchetta ed espira da profondità insondabili. Io riprendo a mangiare, frenetico, come se dovessi ingurgitare e digerire il mondo intero per colmare gli stomaci gonfi delle mie pretese.

Sei tu quello che non riesce a stare tranquillo al suo posto, fa qualcosa no? mi dice, e la sua è un’esortazione, mica un rimprovero, pare anzi l’invito a non guardarlo come modello, a proseguire senza di lui. Lui che già è perso. Mi smuove nelle viscere, perché non mi sembra più il solito adulto inscalfibile nelle sue imperfezioni, per la prima volta lo colgo come un manichino spaesato fatto di sacche di desideri e terrori, retto da stecchi di sicurezze precarie, mi appare troppo simile a me, senza il suo solito mantello da padre putativo. Dalla bocca piena mi sfuggono allora parole di patetico conforto, non sei così vecchio come questo lavoro ti fa sentire, dico, sono certo che desideri ancora cambiare le cose per te. Io intendo farlo a costo di azzannare gole.

Lui ridacchia nel bicchiere di vino come uno che non è d’accordo con se stesso sul non essere d’accordo con me. A volte mi sorprendo a pensare con soddisfazione che, in fin dei conti, in questo lavoro sono proprio bravo, conclude perso e rotto sul pavimento.

Francesco Quaranta

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