VERDE MATEMATICO #3: HANS MAYER

Verde Matematico è una rubrica ideata e curata da Luca Marinelli. Affronta concetti di stampo prettamente scientifico, soprattutto di fisica e matematica, rivisitati in chiave accessibile nella forma del racconto. La rubrica procede in serie di tre. La prima, Umidi nei post sbronza, tratta le tre nature della fisica: classica, quantistica, relativistica. Diedrich ha introdotto la fisica quantistica, Daniela ha riferito della teoria della relatività generale, Hans Mayer approccia la fisica classica.
Nella fotografia: i bolognesi
Chow ritratti da Elisa Piatti.

La mattina di ogni seconda domenica del mese Diedrich entrava nella sua stanza degli orologi. Quella seconda domenica del mese, la mattina, come tutte le seconde domeniche del mese, Diedrich si mise alla radio; aveva acceso il microfono ed impostato la trasmissione in modulazione di frequenza, aveva caricato gli orologi, aveva fatto prima ancora una lieve pressione sulla maniglia della porta dopo ovviamente aver girato la chiave, aveva finito di deglutire l’ultimo briciolo di plum cake che la moglie gli aveva messo nel piatto, si era lavato il volto, si era alzato dal letto, aveva aperto gli occhi, aveva dormito piuttosto di gusto, aveva avuto sei sogni, uno dei quali soltanto avrebbe a sprazzi e macchioline come fuligine in un androne illuminato ricordato, si era assopito dopo aver guardato un poco del telegiornale della mezzanotte, aveva cenato con pollo e patate, su Internet aveva studiato un modo per spolverare i suoi orologi senza staccarli dal muro, aveva sbadigliato, aveva passato il primo pomeriggio a lucidare i comodini della stanza da letto sui quali si depositava in continuazione un poco di polvere, aveva pranzato, ascoltato musica, parlato, bevuto caffè, dormito, sprofondato ancora nell’esperienza canonica della privazione di coscienza.

La mattina di ogni seconda domenica del mese un gruppo di giovani radioamatori replicava per necessaria quanto inconsapevole esigenza il segnale di una sconosciuta voce profonda che inviava segnali destinati a non si sa bene cosa; questo nugolo di menti imberbi aveva intercettato il segnale per pura coincidenza in un giugno di un anno e quattro mesi prima, e da allora quelle onde di pressione che accompagnavano l’aria nel suo valzer mai esausto prendevano il nome della persistenza della memoria. Ma Diedrich questo non l’avrebbe mai saputo. Come non avrebbe potuto sapere, d’altronde, che mentre la persistenza della memoria andava in onda, il professor Mayer, avviandosi verso la casa di Diedrich, avrebbe captato il segnale elettromagnetico decriptato da un sistema amplificatore scadente di una utilitaria da centoventimila chilometri vissuti proprio nella persistenza della memoria medesima.
Ma d’altra parte siamo a conoscenza anche del fatto che il professor Mayer in persona non potesse conoscere, e quindi riconoscere, la voce di Diedrich e ciononostante sarebbe stata la voce stessa di Diedrich ad attrarlo, pugnalandolo profondamente.

«Sono un uomo, un orologiaio. Gli amplificatori della radio vivificavano chiari segni. Non esisteva possibilità di fraintendimento, nell’ambito di un sistema umano. Abbiamo lo sguardo su noi stessi. Ripeto. Abbiamo lo sguardo su noi stessi nel punto dal quale proviene questa radiazione. Che qualcuno ci salvi dalla morte. Ripeto. Che qualcuno ci salvi dalla morte».
Seguivano simboli meno complessi. Il ridimensionarsi in forma di cascata confluente in un ruscello minuto di coloro che significavano, tentava di ricondurre un intelletto al mondo delle forme di base, ad un molti molto meno molto dei molti che siamo abituati a veder moltiplicati nella loro molteplicità apparente.

«Un orologiaio,» ripetè con calma il professore.
Aveva cambiato la marcia, spinto la frizione, frenato, mosso lo sterzo con una mano mentre con l’altra alzava il volume, si era accomodato sul sedile, aveva girato la chiave nel quadro, aveva richiuso la portiera, l’aveva aperta, aveva a passo spedito percorso il viale che dal suo studio lo avrebbe condotto al parcheggio privato della palazzina, aveva sceso le scale affrontando un pianerottolo alla volta, ogni volta attraversando lo spazio in contemporanea con i suoi pensieri, si era mosso con calma dalla sua poltrona, aveva bevuto un tè caldo senza fretta, aveva incontrato una paziente, aveva incontrato la signora Sauer. Diedrich Sauer era in difficoltà.

«Signora Sau…»
Lo studio era eccentrico. Se si fosse trattato d’un museo aperto al pubblico non avrebbe certo disdegnato per inappropriatezza l’appellativo di pinacoteca, anche se più dell’oggetto in se stesso erano i soggetti delle dozzine di quadri appesi ai muri a profumare l’atmosfera della fragranza soffice del bizzarro.
«…er, riesce a spiegarmi, di grazia, in quale modo crede che io possa risultare adatto all’incarico?»
Non erano stampe: sovrabbondanze d’olio spiccavano alla luce del lampadario, i difetti delle tele le rendevano tali davvero.
«Agli strizzacervelli… sì insomma, non è il vostro mestiere?»
L’uomo aveva posato la sua tazza di tè sul tavolino circolare; aveva deglutito e si era portato la mano destra a grattare la nuca. Non aveva atteso a lungo prima di parlare di nuovo.
«Non le s’illumina in mente neanche per un secondo la spia dell’idea che i presupposti per la valutazione di una committenza possano dipendere anche dalle condizioni a cui essa mi restringe e non solamente dall’interesse per il caso umano?»
Soffiava fuori velocissima ogni parola. La donna abbassò il capo, in silenzio, verso la sua borsa, rovistò tra le pieghe di tessuto grigio e sfilò da una di queste un fazzolettino di carta usato; si mise in bocca il bastoncino di liquirizia che era arrotolato lì dentro e prese a masticare.
«Ma lei n…»
Parlava e faceva rumore premendo con la lingua la saliva contro il palato.
«…on vede l’ora d’accettarlo, questo incarico. Dico una boiata?»
Le pareti intorno alle cornici erano gialle, dentro le cornici c’erano gli organi rossi di presunti uomini senza nome, fuori dalle cornici e intrappolato tra le pareti c’era il professore che aveva distolto lo sguardo dalla signora Sauer rapidamente e l’aveva spostato verso una parete e una cornice, una coppia in particolare. Una coppia precisa in quella piccola palla di vetro trasparente, facile replica del mondo.
«Forse questo non le risulta perfettamente chiaro, ma non mi sembra che il suo sia un modo appropriato di rivolgersi ad un libero professionista dignitoso, Signora Sauer, non mi sembra proprio».
A vederlo sembrava turbato, e il suo tono s’era fatto sostenuto, d’un tratto, e i suoi occhi si muovevano rapidi seguendo traiettorie isteriche e innaturali pur d’evitare d’ingaggiare per troppo tempo quelli dell’interlocutrice; a guardarlo controluce gli scivolava una lacrima scintillante di sudore sulla guancia irsuta.
La donna si alzò e la borsa appesa alla spalla sinistra cominciò a dondolarle lungo il fianco, ed era ipnotico.
«Piacere mio professore».
Sentiva la cadenza forte dialettale e un profumo di ananas da girare la testa. Gli porse la mano; il professore fece lo stesso ma la sua era molle, non oppose resistenza alla stretta, né d’altra parte si mosse quando la Signora Sauer allentò la presa lasciando il suo palmo scorrere via, lontano.
«Piacere mio».
Scomparve ben presto dietro la porta dello studio, senza farsi pregare.

Il cigolare della porta che si chiudeva lo scosse da uno stato di dormiveglia catalettica ed Hans Mayer scosse la testa meccanicamente, cosicché, ma senza farlo di proposito, un rigagnolo di bava trasparente subì la scossa e si divelse dall’estremità destra della sua bocca, per cadere grossomodo nel centro della tazza di tè verde da cui aveva bevuto, scuotendone la staticità. Il gorgoglio della goccia che s’inabissava nel mare caldo fu questione di una sbocconcellata di secondo, ma ecco che nella testa del professore la sua eco era mutata in un borborigmo tetro senza fine e, anche se sapeva le due cose completamente sconnesse, Hans Mayer non potè fare a meno di lasciarsi guidare dalla marcia instancabile di quel singolo vibrato e contemplare morbidi i cerchi concentrici danzare silenziosi sulla superficie del tè, verso i bordi della tazza: non ne poté fare a meno perché essa era un abito che gli calzava troppo perfettamente.

CONTINUA (qui tutte le puntate)

Luca Marinelli

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