STORIE NERE #6: SONIA

Verde 11, aprile 2013 (In copertina: Nico Piancastelli, Senza titolo)

Verde 11, aprile 2013 (In copertina: Nico Piancastelli, Senza titolo)

Ἀπόδοτε οὖν τὰ Καίσαρος Καίσαρι καὶ τὰ τοῦ Θεοῦ τῷ Θεῷ. Sarà perché si parla (anche) di Perugia la torbida e della principale trasmissione saprofaga della televisione italiana, ma finalmente Luca Carelli ci consente di depennare il contrassegno Schadenfreude dai suoi racconti. La strada che conduce all’ispirazione è ancora lunga e lastricata, ma citare il dottor Mierzwiak merita una pacca sulle spalle. Sonia, la sesta delle Storie Nere, è stata pubblicata nel numero 11 del cartaceo (aprile 2013, copertina e illustrazioni di Nico Piancastelli – ne avevamo già parlato qui – contributi di Pierluca D’Antuono, Alda Teodorani, Bruno Ballardini, Luigi Bonaro, Simone Lucciola, Federica Lemme, S.H. Palmer).

Ogni volta che sento parlare di Perugia mi viene da morire. Poi ricordo che morta lo sono già, e allora vomito. Perugia la torbida, Perugia misteriosa, Perugia la tossica, Perugia l’ignota: c’è qualcuno che conosce davvero questa città? Prendi ad esempio una storia a caso, quella dell’americana, del barese e dell’inglese: pensi subito a una barzelletta alla Pingitore più che a una saga alla Strade Perdute, a meno che non ci sia di mezzo la televisione. Il tempo di realizzarlo, magari non te lo aspettavi, ed è in quel preciso momento che resti a bocca aperta.

Non ho mai capito, neanche da quaggiù, quali sono i criteri che rendono mediatica una sparizione. Mentre mia sorella, come in un film di Salvatores, si trasferiva da Roma a Perugia per scoprire la verità – io, per carità, non lo avrei mai fatto: se una città è pericolosa, nessuno è al riparo dalle sue ombre – la mia storia affondava nell’oscurità residuale di una scheda on-line mai aggiornata sul sito della principale trasmissione saprofaga della televisione italiana. Sono passati i giorni, i mesi e poi gli anni, fino a quando la saga per eccellenza della perdizione perugina è esplosa, colonizzando un immaginario che non vuole essere informato, ma deve essere intrattenuto. Quale sarebbe, d’altronde, il grado di informazione da veicolare attorno a una vicenda come la mia?

Come svanire completamente è un esercizio che gioca il suo fascino perché è un tema condiviso e universale: blandire rabbia e fallimenti con la pretesa di pace e verità è una strategia vincente perché non verificabile e di conseguenza incontestabile. La terra degli scomparsi la chiamano in tivvù, con quell’accezione di carità prostrata nei confronti di chi resta, non di chi se n’è andato. Che poi andarsene, altra bella parola: a me, ad esempio, mi ci hanno portata. Così mi sembra almeno, perché quaggiù, tra le altre cose, la memoria svanisce e il ricordo torna sulla stiva di un presente che non è un divenire ma è un frammento congelato. In eterno, penserà qualcuno sbagliando, supponendo uno schema lineare dal vago richiamo cartesiano che non è, non è mai stato e mai sarà fondato.

Gli ultimi istanti sono sempre i primi, intesi come secondi, quelli che conto in ogni momento e per ogni azione di coscienza. Perugia segreta, Perugia tenebrosa: ma chi la conosce davvero questa città? C’è qualcuno che ha mai abitato sul serio tra le sue strade?

Io sono scomparsa una sera di novembre del 2006. Mi sono volatilizzata nella mia camera da letto. Sono venuti a cercarmi la mattina dopo e la porta era chiusa a chiave: dentro non c’era nessuno e le stanze erano sature di gas. Dov’ero e perché non c’ero non l’hanno mai scoperto e io di certo sarò l’ultima a saperlo. All’epoca Perugia era solo un poco strana: un anno dopo sarebbe diventata la torbida Gomorra dell’eroina – mille dosi spacciate ogni giorno – e della gente svanita (io non so come leggere e valutare certi dati, ve li passo così come me li hanno riferiti: a partire dal 1974 – l’anno della storica promozione in A – da questa città sono scomparse, all’improvviso, milleduecento persone; di 130 di loro, me compresa, non si hanno più notizie. Le altre sono morte, o ci hanno ripensato e sono tornate indietro per poi morire, presto o tardi, giorni, mesi o anni dopo).

Ho avuto tante storie, ma non mi sono mai innamorata; c’era sempre qualcuno nei miei pensieri, ma non mi sono mai sentita parte di un Noi condiviso da sognare la notte. Forse, prima di scomparire, sono stata violentata nella segreteria della Scuola di Teologia dove lavoravo e probabilmente ero incinta, prima di consumarmi al buio di una fredda luna calante di metà novembre, a causa di un fardello che era un’incombenza per la parte di quel Noi intorpidito. La verità è che non mi sono mai sentita bella e ho sempre odiato questa città che anche ora, sopra la mia testa, mi perseguita come uno di quei ricordi inemendabili che soltanto il dottor Mierzwiak potrebbe lenire. Eppure, a ben vedere, questo non è un ricordo, ma solo il peso del mondo, che divido con i miei sodali svaniti, perugini e non, mentre passeggio nelle viscere sotterrane di questa splendida città segreta. Si chiama Rocca Paolina, e dicono che un giorno, secoli fa, è sparita in profondità.
Proprio come noi.

Sonia Marra, 25 anni, studentessa pugliese di medicina, scompare il 16 novembre 2006 dalla sua abitazione di Perugia. Quella sera, verso le 20, riceve la visita di un uomo vestito di nero, che poche ore dopo viene visto uscire dall’appartamento senza di lei. La mattina dopo la casa, chiusa dall’interno, è satura di gas e di Sonia non ci sono tracce. Da quel giorno non si hanno più notizie della ragazza, che al momento della scomparsa era probabilmente incinta del suo compagno di allora, “l’Uomo in nero” oggi a processo per omicidio volontario e soppressione di cadavere.

Sonia Marra: la storia (Crime Blog)
Sonia Marra: la scheda (Chi l’ha visto)

Luca Carelli

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