LA SCIMMIA (1/4)

Elisa Piatti, I vizi del pellicano (28 marzo 2015, Chow live@Correggio)

Elisa Piatti, I vizi del pellicano (28 marzo 2015, Chow live@Correggio)


Quarta parte del primo capitolo de
La scimmia, il romanzo che Francesco Cortonesi sta scrivendo per Verde. Le puntate precedenti sono qui.
Fotografia di
Elisa Piatti (Chow live@Correggio, 28 marzo 2015).

Apri gli occhi. Clara sta parlando con un fotografo, un uomo calvo in camicia a maniche corte con cui sembra avere molta confidenza.
«Lui è Robert,» dice Clara voltandosi verso di te, «un amico d’infanzia».
Lo saluti stringendogli la mano. Robert ha alcune fotografie scattate prima che la scimmia venisse portata via. È disposto a dartele. Infila una mano nella borsetta che indossa a tracolla e tira fuori alcune polaroid.
«Puoi tenerle. Ne ho una copia,» dice.
«Da dove viene secondo te questa scimmia?»
«Dal laboratorio che si trova al -4».
I piani sotterranei, pensi. Sono quelli il nostro punto debole.
«Non succederà nulla di più grave, se è questo che ti preoccupa,» ti dice sorridendo.
«Troveranno il modo per impedire di nuovo alle scimmie di scappare?»
«C’era un buco in una delle gabbie. Quando le scimmie sono nervose, la loro forza diventa spaventosa.»
«Li hai mai visti i laboratori dello zoo?» gli chiedi.
«Non m’interessano. Mi occupo di cronaca dei piani alti. Matrimoni, divorzi, qualche problema tecnico. Per il resto non succede mai niente. Questa sarà la notizia della settimana. Forse del mese. Non avevo mai visto nulla del genere».
«Niente droga?»
«Niente droga. Sopra l’ottantesimo è un problema molto marginale».
«Prima o poi arriveranno anche quassù».
«Ci sono solo famiglie quassù. Niente uffici. Niente lavoro, niente droga».
«Chi credi abbia ucciso questa scimmia?»
«E chi può dirlo? Di certo non è stato un incidente».

Clara ti prende per mano. Lasciate il 91 B. Salite in ascensore. Sullo schermo Mara Calvin intervista un soldato nei pressi del muro. Tu nel frattempo non riesci a non pensare ad altro che alla scimmia. L’arma con cui è stata uccisa è un coltello da caccia. Le hanno aperto la pancia con un colpo profondo inferto all’ombelico e poi hanno tirato su, fin quasi alla gola. Chi l’ha uccisa si è accanito sul corpo come se seguisse un rituale. Con i colpi successivi ha disegnato una svastica che, rossa di sangue, sembra irrorare di vita lo spettro del Terzo Reich. La foto successiva scattata sul luogo del delitto mostra una pozza di sangue nel pavimento del corridoio al novantunesimo piano. È una foto estremamente definita e priva di qualsiasi significato. Il sangue è rosso in modo del tutto innaturale. Chiudi gli occhi e per una strana associazione di idee ti viene in mente che Arnold Böcklin ha dipinto cinque versioni dell’Isola dei Morti ispirandosi al Cimitero degli Inglesi di Firenze: lì, pochi mesi prima, era stata sepolta sua figlia. Sessant’anni dopo un’Isola dei Morti l’ha comprata Adolf Hitler. Böcklin è nato a Basilea nel 1827 e le sue opere sembrano riproduzioni dei sogni di un narcolettico. Hitler adorava Böcklin. Böcklin adorava l’Italia. Hitler trascinò un popolo di narcolettici a un delirante assalto al mondo intero.

Il terrorismo.
Le scimmie.
Il silenzio dell’ascensore.

CONTINUA (qui tutte le puntate)

Francesco Cortonesi

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