STORIE NERE #5: MARA

Verde 9, febbraio 2013 (In copertina: Cristiano Baricelli, Omaggio a Motosega)

Verde 9, febbraio 2013 (In copertina: Cristiano Baricelli, Omaggio a Motosega)

La quinta Storia Nera prende il titolo dal nome di battaglia di Margherita Cagol, dirigente comunista rivoluzionaria e fondatrice della prima colonna delle Brigate Rosse. Luca Carelli racconta di come la notizia dell’omicidio di Mara si ripercosse sulla sua vita e su quella di tanti altri compagni, bolognesi e non. Dal numero 9 del cartaceo (febbraio 2013).

Ci sono storie nere in cui non contano i colpevoli, ma solo il passato, e un gesto che infrange il futuro di un presente cancellato. Un assassinio è sempre un assassinio, ma le morti sono tutte diverse: in certe storie nere, conta solo chi è Stato.
Una mattina mi son svegliato e «Hanno ammazzato Mara» urlava mia madre. «Mara è morta» piangevano in cucina, e un coro denso di lacrime nere s’alzava forte al cielo: «MARA È VIVA!», «VIVA MARA!»
«Vita amara» urla mio padre una sera tornando a casa dalla fabbrica. Ce l’ha con i fassisti, quelli che vogliono andare a Genova, quelli che la guerra è finita ieri e sono di nuovo al Governo! Il giorno dopo, con un treno del Partito, sarebbe andato a Reggio per la grande manifestazione contro l’MSI e la celere di Tambroni: era il 7 luglio del 1960. A casa non è più tornato. Mia madre avrebbe finito i (miei) nove mesi tre settimane più tardi, quando sono nato io.

Sono cresciuto nella più classica delle famiglie comuniste bolognesi, di quelle che se fossero nate a Roma sarebbero state fasciste, e in Puglia democristiane. Mia madre non piangeva mai e parlava poco. Non era andata a scuola, scriveva a mala pena e fino ad allora non aveva mai lavorato. Votare comunista, per loro, non era che mettere una croce ogni cinque anni sul primo simbolo in alto a sinistra della scheda, quello del Partito della regione con le piazze più verdi d’Italia e gli asili nido migliori d’Europa, che neanche in Svezia o in America; ma quando mio padre diventò un nome inciso su una targa d’ottone, qualcosa cambiò per sempre. Se fino a quel momento, da buona comunista, aveva rispettato lo Stato e venerato il Partito, da allora prese a odiare il primo per disprezzare il secondo: stracciò la tessera e trovò un lavoro in università, dove puliva le aule e le scale, lontana dalle fabbriche e dai centri nevralgici dell’apparato.

I Settanta arrivarono in fretta: dopo la strage di Reggio Emilia, la morte del Migliore e la bomba a Milano, qualcuno cominciò a detestare il sincretismo politico del PCI, sempre in bilico tra lotta e Governo. Per ironia, o forse no, fu proprio nella terra delle oasi picciste che una piccola brigata di compagni rossi di rabbia voltò le spalle al Partito. Per mia madre, che non aveva ancora 30 anni ma comunista lo era ancora, fu una catarsi; o forse, di più, una epifania: se poteva essere cattolica senza andare in chiesa, perché non essere comunista fregandosene del Partito? Da quel momento casa nostra divenne il ritrovo per assemblee infinite e affollate, scandite da concetti e parole ricorrenti come il passaggio alla lotta armata e la clandestinità, il bisogno di comunismo e la minaccia del golpe, l’azione controrivoluzionaria della borghesia imperialista e lo Stato di polizia, la Cuba di Castro e la guerriglia urbana dei Tupamaros.

Ma quella mattina, nella piccola cucina con le pareti annerite dai vapori dei fornelli, le solite parole vennero oscurate da un nome accordato drammaticamente come una tragica nenia. La notizia della morte di Mara colse tutti di sorpresa e agì da detonatore sulle incertezze di ciascuno, politiche o esistenziali che fossero. Mia madre pianse come non aveva fatto nemmeno per mio padre: la rabbia di quindici anni prima si sciolse nella disperazione di un lutto paradossale, per la perdita – solo virtuale – di una compagna lontana; ma Mara era molto più di una semplice compagna: fu la prima dirigente comunista rivoluzionaria a morire sul campo, e la sua vita e le sue gesta fondarono, nel corso del tempo, un mito venerato che non ha mai smesso di essere ammirato e elevato ad esempio. La rottura con la famiglia, il matrimonio con Renato Curcio, il ‘68 a Trento, la formazione della prima Brigata Rossa, il disincanto e la delusione per Milano, l’entusiasmo torinese, il peso della repressione, le campagne per i primi compagni incarcerati (a partire dal marito, che nel 1974 riuscì a fare evadere grazie a un piano amoroso e spettacolare), fino alla morte misteriosa per mano di tre pistole in divisa, che la giustiziarono a sangue freddo senza ragione, se non quella di essere disarmata e con le mani alzate, ma mai arresa.

Quella mattina, nell’angusta cucina di casa nostra, qualcosa di sincero e nefasto aveva avuto luogo, qualcosa che ancora oggi, inevitabilmente, mi porto dietro nel profondo. Allora, non potevo sapere che stavamo consumando un rito di passaggio: dalle lacrime, presto o tardi, avremmo imbracciato le armi per entrare in clandestinità. Tutti, tranne mia madre, che si limitò a guardare e a benedirci, come prima di una guerra.
Nel giro di cinque anni hanno arrestato tutti. Più tardi, quando è toccato a me, ho aspettato invano che la mia Mara venisse a prendermi, per portarmi via da lì. Non sono bastati 25 anni, quelli che lo Stato mi ha tolto prima di lasciarmi andare. Da solo.

Nel 1970 Margherita “Mara” Cagol ha fondato la prima colonna delle Brigate Rosse, insieme a Renato Curcio e Alberto Franceschini. Il 5 giugno 1975 è stata uccisa da un nucleo dei carabinieri con un colpo di pistola a bruciapelo: l’autopsia ha dimostrato che Mara era seduta e a braccia alzate.

Ritratto di Margherita Cagol (pagina Wikipedia)
A Margherita Cagol (da Polvere da Sparo, il blog di Valentina “Baruda” Perniciaro)

Luca Carelli

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