LE INTERRUZIONI DELLE VITE ALTRUI

Verde 26, luglio 2014

Verde 26, luglio 2014 (In copertina: Officina Infernale, Lady Doom)

Simone Ghelli è scrittore e critico cinematografico. Nel dicembre del 2008 ha dato vita, insieme ad altri autori, al collettivo Scrittori precari. Dal 2009 al 2013 è stato caporedattore della rivista cinematografica Close up. Storie della visione. Ha fatto inoltre parte della redazione della rivista cinematografica Frame On Line e dei Quaderni del CSCI.
Ha pubblicato i romanzi L’albero in catene (NonSoloParole 2003), Voi onesti farabutti (Caratterimobili 2012) e la raccolta L’ora migliore e altri racconti (Il Foglio 2011, finalista Premio Arturo Loria 2011).
Su Lavoro Culturale si possono leggere una serie di suoi racconti brevi dedicati ai frammenti di biografia di uomini e donne che furono ricoverate al S. Niccolò, l’ex manicomio di Siena.
Le interruzioni delle vite altrui apre l’ultimo numero del cartaceo di Verde (estate 2014, copertina e illustrazioni di Officina Rumorosa, con Gianni Solla, Simone Ghelli, Alda Teodorani, Andrea Frau, Simone Lucciola, S.H. Palmer, Alessio Posar).

L’ho visto che era già a terra, dopo l’urto e l’intorpidimento del corpo spinto in avanti. Il tempo si è come fermato: immobili, congelati, i lavoratori e gli studenti del mattino, ancora freschi e inebriati di chiacchiere. Tramortiti, siamo scesi in fila, rispettosi. Una donna, in piedi, mugolava con sguardo vitreo: «È morto… è morto… non si muove… è morto».
Altri, giù in strada, si sono affacciati timidamente.
«Ma dov’è?» mi ha chiesto una ragazza.
«Di là, oltre l’incrocio» le ho indicato.
Da dove eravamo non si vedeva, coperto com’era dalla cortina di auto parcheggiate in fila. Io però l’ho visto: un corpo immobile, disteso in modo innaturale, il braccio destro piegato con un angolo di novanta gradi. Ho capito subito, anche se una madre cercava di confortare la sua bambina che non faceva che chiedere.
«No, è solo svenuto» la tranquillizzava.
Di corsa siamo saliti sull’autobus successivo, presi dal terrore di fare tardi, ma col sangue gelato, che aveva abbandonato il mio corpo senza spargersi in terra, rendendomi improvvisamente freddo ed estraneo all’evento, incapace di esserne partecipe: un occhio esterno alla scena, ma non del tutto insensibile. Era qualcosa che mancava, che doveva esserci. Non esiste di morire in un incidente senza sangue. Dall’autobus abbiamo visto correre i vigili verso il luogo dell’impatto, industriarsi a bloccare il traffico per recintare l’area. Li ho visti con lo sguardo di tutti, perché tutti eravamo girati dalla stessa parte, verso il fondo. In particolare mi ricordo della corsa affannata di uno di loro, che stringeva contro il fianco la radiotrasmittente assicurata nella sua custodia. Ricordo che mi è sembrata un po’ fuori sincrono perché è apparso come uno scorcio di vita in uno sfondo immobile: una ferita in una scena congelata; la ferita dalla quale è cominciato a fuoriuscire il sangue, e con esso la sensazione del dolore. Finalmente.
In sequenza sono tornati anche altri frammenti, immagini che la mia mente ha proiettato nuovamente, a distanza di minuti.
Ho rivisto l’autista: anche lui, come me, che sembrava da un’altra parte, come un automa. Dalle notizie che ho letto nel corso della giornata, ho poi saputo che era stato colto da un leggero malore.
Ho ricordato anche la signora seduta al mio fianco, che ha sbattuto un braccio nel contraccolpo della frenata. Se l’è tenuto per un attimo con l’altra mano, ma la piega di dolore è subito scomparsa dal suo volto, sostituita da un’espressione di sconcerto.
Mi sono rivisto con gli occhi di quella donna: un ragazzo assente e immerso nella lettura, strappato con violenza da quel piacere tutto mio, da un rituale che consumo ogni mattina nell’approssimarsi del lavoro.
E come al solito, mentre riguardavo la pellicola impressa coi miei sensi, perdevo i pezzi di quanto mi accadeva intorno. Sentivo frammenti di discorsi, ma non vedevo i volti; oppure, se li vedevo, non li registravo.

L’autobus attraversava il tessuto stradale di Roma, questo budino di gomma e cemento e lamiere, e io continuavo a fissarmi sugli stessi particolari di sempre, come la vetrina smantellata di un vecchio negozio, col cartello VENDESI appiccicato al vetro con un po’ di scotch che ha ceduto da un lato. Sono mesi che sta così, in procinto di crollare: un occhio vuoto in mezzo a una fila di iridi sgargianti, tra borse di paillette e fotografie di modelle cosparse di creme e lozioni d’ogni tipo. Mesi che il mio sguardo ricade invariabilmente su quel punto, come se uno sguardo possa reggere il peso di quell’ultima impronta. Con il cartello suppongo che sparirà anche lo spazio buio su cui poggia la mia immaginazione, e anche le storie che avrò tratto fuori dall’oscurità, in modo del tutto arbitrario, perderanno il loro spessore per lasciare il posto a un nuovo contenitore di prodotti.

Semaforo dopo semaforo, l’81 è arrivato all’altezza di Torre Argentina, a ridosso della colonia di gatti; la maggior parte grassi, alcuni senza una zampa, disseminati tra le rovine imperiali.
A quel punto la mia testa si gira sempre, automaticamente, dalla sua parte, dove sa di trovarla. Anche oggi è stato così, nonostante l’impatto e il corpo immobile e senza sangue. Anche oggi, più degli altri giorni, la mia testa ha cercato i propri punti di riferimento.
E lei era lì, incosciente delle drastiche interruzioni delle vite altrui.

La cantante lirica muoveva oscenamente la sua bocca truccata d’un rosa acceso, labbra di bambina su una pelle rugosa e bruciata dal sole. Il maglione, dello stesso colore del rossetto, amplificava i riflessi argentati dei capelli legati a crocchia, da cui sfuggiva qualche ciocca con dei rimasugli di biondo. Come al solito la sua presenza inquietava i passanti, che per scansarla rischiavano di scontrarsi con le persone accalcate intorno alla fermata degli autobus. Il suo modo di muovere la bocca e le mani ha qualcosa d’inquietante e affascinante al tempo stesso, qualcosa che ogni mattina mi spinge a fissarla dall’altra parte del vetro. È un mistero che non riesco a decifrare, reso più fitto dalla presenza delle due maracas di plastica verde che tiene appoggiate per terra, come a delimitare lo spazio del proprio movimento. Lei canta, nello sferragliare dei mezzi di locomozione. Nel divergere dei passi, lei, imprigionata in un cerchio invisibile, canta un’aria d’altri tempi.

Alla fermata successiva è salito il barbone con la finta pelliccia di visone e la papalina di lana grigia, portando con sé un insopportabile odore di cotica stagionata. Non lo avevo mai visto prima, ma in compenso non c’era traccia della donna con i capelli stopposi e il trucco da pagliaccio.
Dopo poche centinaia di metri è stato il mio turno di scendere, ma l’odore di rancido aveva fatto in tempo a depositarmisi addosso.
Non c’era sangue, ma l’odore dell’uomo mi ha fatto finalmente sentire la morte, la presenza della morte che avevo tenuto a distanza per tutto il viaggio.

Simone Ghelli

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