IL MARADONA DEI CARPAZI

Savino Ficco, E tu vivrai nel terrore

Savino Ficco, E tu vivrai nel terrore

Luca Piccolino odia tutte le divise meno una, quella dell’URSS Casal de Pazzi. Il Maradona dei Carpazi è ambientato a Roma nel 2002, dieci anni dopo Il Piano e otto anni prima di La Colombo non perdona.
La fotoillustrazione è di
Savino Ficco (E tu vivrai nel terrore).

I campi del Ravelli sono sempre stati i peggiori della zona. È una follia giocare qui un intero torneo. Addirittura patetico, chiamarlo Giappone e Corea 2002, in omaggio agli imminenti mondiali di calcio. È un appuntamento che va avanti da anni e la tradizione è stata sempre rispettata. Al di là del nome, che cambia ogni volta, quello per tutti è soltanto il torneo del Ravelli.
Pazienza se le strutture cadono a pezzi. L’erba sintetica è ormai assottigliata e rada, poggiata direttamente sul cemento. La superficie del quadrato terribilmente dura e inadatta alla corsa. Le linee sono tanto scolorite che una delle aree di rigore è inesistente. Ci si regola a occhio, grazie alla posizione del dischetto.

Le voci dicono che siamo una squadra cuscinetto. Non si può neanche negarlo. Siamo i peggiori e lo sappiamo. Gliel’avevamo detto a Paolo ma quello non ha sentito ragioni: «Iscriviamoci pure noi al torneo del Ravelli quest’anno!»
Hai voglia a dire che non giocavamo da una vita. Eravamo grassi, mezzi acciaccati e pigri, tanto pigri. Niente da fare. Arrivando ad assillarci con ripetute e volgari telefonate notturne, uno alla volta, alla fine ci ha convinti.
La nostra maglia è quella della Russia comunista perché Massimo, il portiere, l’ha ottenuto da Paolo, come compromesso alla sua convocazione. Massimo è sempre stato un vero compagno. O la maglia russa o niente.
URSS Casal de Pazzi, il nome di una squadra che ha trovato fin da subito il modo di lasciarsi insultare dagli spettatori. Ogni mercoledì una sfida. Fino alla vittoria finale. Nel nostro caso, una sconfitta epocale. Gli unici tre punti che abbiamo in classifica li abbiamo ottenuti a tavolino. I nostri avversari non si sono presentati per via dell’improvviso lutto capitato a uno dei loro. Per il resto soltanto prestazioni umilianti, movimenti lenti e scarsa attitudine al gioco di squadra.

Negli spogliatoi, prima del match, la solfa è sempre la stessa. Paolo, il capitano, dà la carica al gruppo elencando strategie che non seguiremo. Sistemiamo con cura i parastinchi sotto ai calzettoni. Esce fuori un pallone e qualcuno prende a calciarlo, facendo rimbombare quel piccolo locale ricoperto da maioliche bianche. Fino a che Paolo, con un colpo di mano riesce ad afferrare la palla: «E basta, cazzo!»
In campo siamo lenti. Ce la mettiamo tutta, ma contro abbiamo ragazzini di vent’anni che vanno a mille all’ora e persone dell’età nostra, con la passione del calcetto e dello sport in genere. Di solito nei primi dieci minuti ci crediamo. Riusciamo a tamponare l’arrembaggio dei nostri avversari. Poi gli anni di fumo e inattività si fanno sentire. Uno, due, tre. Quattro. Tutti dentro la porta di quel tronco umano di Massimo, che non ne prende una. Ciò che abbiamo speso per l’iscrizione al torneo e l’acquisto delle magliette, sono gli unici motivi per cui siamo ancora qui a far figure di merda.

I.N.A Casa e URSS Casal de Pazzi. La prima in classifica affronta l’ultima. La pioggia ha bagnato la città per parecchie ore e anche se è tornato il sereno, il clima è freddo e umido.
Quelli dell’I.N.A Casa sono dei veri mostri. C’è Armando, un difensore roccioso, cattivo e attaccabrighe. E c’è Il Petrarca, un goleador di razza, alto un metro e ottantacinque, dotato di un tiro mancino in grado di piegare in due la porta. In mezzo al campo, a far da regista, Sandrino. È arrivato a giocare persino in serie C. Finita la carriera, se n’è tornato a Roma con un piccolo gruzzolo da parte con cui ha aperto un negozio di articoli per la casa. È appesantito, panciuto. Si muove lento come un bradipo, ma non importa. Con quei piedi riesce sempre a mettere il pallone dove vuole.

Nel nostro spogliatoio manca la solita euforia. Il motivo è chiaro. Un imbarazzante confronto ci attende. Stavolta non reggeremo neanche quei dieci minuti. L’I.N.A Casa ci distruggerà, con grasso divertimento dei suoi sostenitori che accorrono sempre più numerosi. Guardo la preoccupazione dei miei compagni, ma sono come chiuso in un guscio. Ho altri cazzi per la testa e non penso al martirio che ci attende.
Il tubo del cesso esploso lunedì notte. Il concretizzarsi del rischio di perdere il lavoro. Quando Valentina mi ha confessato di aver scopato con un altro era domenica. Alla televisione trasmettevano Stadio Sprint.
Sicuramente le corna che ho in fronte pesano sul mio spirito abbattuto più delle fucilate del Petrarca, delle gomitate di Enrico e dei colpi di tacco di Sandrino. Mi è passato addosso un carro armato tre giorni fa, e mi sento ancora schiacciato, dilaniato. Ho l’umore sotto ai tacchi, il muso lungo e qualcos’altro che mi cuoce dentro.
Il momento di entrare in campo. In fila indiana verso il terreno dello scontro. Le raccomandazioni dell’arbitro ai due capitani, a centrocampo. Il fischio d’inizio.

Gioco dietro a destra. Il mio avversario, Marco Pandolfi, è un brutto cliente. Veloce e tecnico, possiede la dote della spericolatezza e scatta di continuo come una molla impazzita. Punta sempre l’uomo sicuro di riuscire a saltarlo con un dribbling veloce o una finta perfetta. Proprio impossibile da marcare. Come quando da bambini giocavamo nel cortile, all’oratorio Teresa Gerini. Chi aveva la fortuna di averlo in squadra, sapeva che quella sarebbe stata una partita divertente. L’intelligenza tattica e i movimenti di Pandolfi, infatti, permettevano a tutto il collettivo di dialogare meglio. Da parecchi anni ormai Marco lavora in proprio. Fa l’elettricista e guadagna molto bene. Ultimamente è venuto anche a casa mia, per montare una ventola elettrica in cucina.

Quando Valentina mi ha confessato di aver scopato con lui, volevo fare un macello. Avevo immaginato di prenderlo, tagliarlo a fette e ficcarlo nel congelatore. Poi mangiarlo pezzo a pezzo, giorno dopo giorno, tenendo il cuore come ultimo boccone.
Alla sera, quando la rabbia si era fatta un po’ più lieve, il pensiero è andato a mercoledì. Alla partita.

Marco mi salta. Una, due, tre volte. Fa il suo solito gioco. Sbruffone ed epilettico. Dal nostro primo scontro ha annusato l’immensa differenza tecnica che ci divide e ora tutto sta a contare quante volte riuscirà a nascondermi la palla. Marco batte un fallo laterale. Gli passo vicino e mi faccio sentire solo da lui: «Alla prossima te ne accorgi. Ti mando sulla carrozzella, porco dio!»

Gheorghe Hagi. Soprannominato Il Maradona dei Carpazi, in un’Italia-Romania di un paio di anni fa. Il campione dell’est, a un certo punto dell’incontro, si era esibito con un fallo da assassino su uno dei centrocampisti italiani, procurandogli un gravissimo infortunio. Guardando il replay, si vedeva benissimo che l’aveva fatto appòsta. Il suo volto, i suoi occhi, il modo troppo palese di mancare la palla e colpire la gamba del suo avversario.
Mio padre stava seduto in poltrona. Sciarpetta dell’Italia al collo e Peroni gelata in mano, s’era alzato di scatto gridando: «Ma guarda come cazzo è entrato sto cornuto!»

Sono passati soltanto venti minuti e siamo sotto per sei a zero. Passaggio rasoterra del solito Sandrino per Marco Pandolfi che stoppa e si invola sulla fascia. Mentre corre mi guarda fisso con quella sua faccia da stronzetto. Conosce le mie intenzioni. Gliel’ho promesso poco fa. Ma è anche sicuro di evitarmi come al solito.
Quello che non sa è che io non sono Gheorghe Hagi. Tutto quello che il romeno faceva in campo era classe pura. Persino quel fallo da stronzo poteva apparire elegante dopotutto.
Faccio quattro passi di corsa e poi spingo sulle gambe, con tutta la forza che ho. Mi sollevo distendendomi quasi in aria. Volo verso Marco e a piedi pari mi infrango sulla sua tibia destra e sul suo ginocchio sinistro. Mi sorprende come, dalla suola dello scarpino che ha colpito il ginocchio, io riesca a sentire qualcosa. Un movimento rotto. Ricado sul campo con l’osso sacro. Una spada mi trafigge dal coccige alla schiena. Un dolore della Madonna.

Marco urla disperato, dimenandosi a terra. Non riesco a muovermi. Enrico e il Petrarca vengono verso di me, decisi a darmi il resto. L’arbitro prova a dire qualcosa ma i due lo spingono lontano minacciandolo. Sono incapace di difendermi e persino di rannicchiarmi mentre mi prendono a calcioni. Si mettono in mezzo Massimo e Paolo, per fortuna.
Poi arrivano tutti gli altri.

Luca Piccolino

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