STORIE NERE #4: CHRISTA

p.1 VERDE 6

Verde 6, novembre 2012

Terza Storia Nera su quattro ambientata a Roma: dopo gli anni Settanta di Ida e i Novanta di Antonella, Luca Carelli ci porta nella Via Veneto del 1963, per raccontarci (si fa per dire naturalmente: il nome della vittima compare dopo appena 3000 sedicenti autobiografiche battute) la vicenda di Christa Wanninger, nota nei depravati ambienti della nera come Il delitto di Via Veneto, Il delitto dell’Uomo in Blu, Il mistero della Dolce Vita e con altre sette, otto perifrasi niente affatto ridondanti e piacevolmente originali. Diversi i passaggi che ridefiniscono il concetto di farraginosità e molte le inesattezze, in special modo toponomastiche, contenute in Christa (pubblicato nel novembre 2012 nel numero 6 del nostro cartaceo). Abbiamo ritenuto di non correggere nulla per amor di filologia e non, come va insinuando Carelli, per ripicca di fronte agli ineleganti insulti che nel primo paragrafo l’autore rivolge ad Adriana e Valerio (ciao, ragazzi), offese assolutamente gratuite e inopportune da cui, con irriducibile fermezza, ci dissociamo.

I primi anni in carcere non furono i peggiori. Non eravamo più un’emergenza sociale né un pericolo per lo Stato, la guerra era finita e noi avevamo perso. Gli anni Ottanta stavano finendo, non era più tempo di carceri speciali o superpoliziotti torturatori e i pentimenti erano ormai la norma, ben mascherati dietro la pleonastica armatura simbolica della dissociazione di derivazione farandiana/morucciana (“non faccio il nome del compagno assassino, ma lo indico con il ditino”). Tra i pochi che non parlarono mai si distinsero da subito i mitologici Grandi Capi, che poterono usufruire del tracotante e vacuo stato di irriducibilità – grazie al quale la detenzione si commutò in villeggiatura carcerata – e alcuni tra gli ultimi disperati della generazione ‘77, arrestati fuori tempo massimo oltre l’onda lunga del post-Moro: sfigati come me, già manipolati dal grande abbaglio della ribellione autonoma, che il più delle volte non si pentirono perché non contavano niente e finirono dentro per permettere il rilascio delle stelle brigatiste. Rifiutando sponsor paraciellini, fummo gli unici a scontare per intero le pene comminate, nello statuario inveramento maoista dei pesi diversi delle morti violente.

Per me il carcere non è mai stato una maledizione. Prima dell’arresto vivevo già da tempo in una gabbia inamidata d’incertezza e confusione, e dentro ho sperimentato per la prima volta un senso domestico di presenza a me stesso che determinava i miei motivi, i miei momenti e tutti i miei movimenti. Nei primi due anni, in particolare, una quotidianità rassicurante e analgesica si impose fatalmente irradiandomi di una calma piattezza che surclassava ambizioni e illusioni e determinava un appagamento pragmatico che non ho mai più ritrovato.

La memoria era solo una parte di quel contesto, non quanto la televisione o la masturbazione, ma sottotraccia sempre presente nel mio intorno. Ricordare era di fatto l’appendice di quel che presto è diventata l’occupazione che più di ogni altra mi ha assorbito in questi anni: la passione dei tempi e dei luoghi non era altro che un modo per riorientare il mio presente collegandolo a un passato che non mi apparteneva, a cui sovraimprimevo una immagine di me simbolizzata che ne moltiplicava il senso, risignificandolo per la mia assimilazione. Che fosse una mancanza riempita di nodi e mimata nel presente, o una bella e amabile illusione di leopardiana imitazione (“trovandoci in luoghi dove sieno accadute cose o per se stesse o verso di noi memorabili, e dicendo, qui avvenne questo, e qui questo, ci reputiamo, per modo di dire, più vicini a quegli avvenimenti, che quando ci troviamo altrove”), ho soffocato di memoria come in un fondale livido e viscoso.
E continuo a farlo.

A Bologna la Via Emilia taglia tutta la città, a Roma è una stradina tra Via Veneto, Piazza di Spagna e il Muro Torto; non più di tre isolati di night club, alberghi a ore, lavanderie in franchising e internet point, nella accezione anonima della declinazione vittoriana di uno spazio immutato nel tempo.
Il mito è un istituto libertario, inattaccabile e lineare, e quello della Dolce Vita si conforma per intero nell’allegoria beffarda della conformazione irta e in salita della via che ha causato la spettralità di un rione, il Ludovisi, lastricato di inconciliabilità segrete e costretto a devolvere anonimato per omonimia: non bastano gli storici licei Tasso e Righi, né le oscure chiese sconsacrate di San Lorenzo e San Giuseppe per emendarlo da uno stato di confine tra la Porta Pinciana e la strada dei paparazzi prima, e della Magliana poi.

Quel mito era già finito quando, nel 1963, Christa decise di avocarne a sé un brandello. Da Via Sicilia ogni sera non doveva che uscire di casa per lasciarsi investire dall’orizzonte bianco dell’Excelsior, che bruciava nei suoi occhi illuminandole il viso. Probabilmente non ha mai avuto il tempo di dialettizzare l’intrico fumoso di quello spazio in quel tempo quando, una mattina di maggio, nell’ora in cui la città dopo il pranzo si ferma, le sue urla incendiarono la polvere di un androne immobile e deserto, che troppo tardi si riempì di sguardi, tutti per il suo cadavere – incastrato nelle ante del vecchio ascensore fermo al quarto piano – accoltellato fino al cuore e alle ossa, i muscoli recisi, un mano quasi mozzata, forse perché non suonasse alla porta amica che avrebbe dovuto infilare.

Da allora, in una epifania d’appendice giallo-mondana, Christa divenne volta per volta la tedeschina facile che a Roma più che la dolce doveva fare solo la vita, l’amante clandestina di golpisti neri del Sifar, agente antinazi di Odessa in missione segreta e assassina, e contraltare nero del sogno allegro felliniano: una centralità mediatica micidiale per un’aspirante attrice ventitreenne, cinicamente uguale ai tanti ritratti di celluloide imposti con leggerezza e presunzione dagli auteurs nostrani, che a nulla servì se non a rifare presente, per sempre nella memoria, il suo tragico essere (appena) stato in un passato eternizzato in veste di trans-storia affondata nello spazio.

Al di là delle colpe e delle aule giudiziarie, in quel limbo oscuro che ciclicamente impone storie nere insensate e senza finale, che sembrano inventate per essere scritte e raccontate.

Christa Wanninger, 23 anni, viene uccisa con sette coltellate la mattina del 2 maggio 1963, al 4°piano di Via Emilia 81, una traversa di Via Veneto, davanti alla porta dell’appartamento della sua amica Gerda Hoddap (che dichiarerà di non aver sentito nulla in quanto stava dormendo). Subito dopo l’omicidio, i primi soccorritori vedono fuggire L’Uomo in blu (dal colore dell’abito che indossava), un personaggio mai identificato che anni dopo verrà associato alla figura del pittore Stefano Pierri, autoaccusatosi del delitto nel 1964, infine assolto nel marzo 1988. Il caso è rimasto insoluto.

Il delitto dell’uomo in blu (misteriditalia.it)
Il caso Christa Wanninger (La Storia siamo noi)
Mistero di Via Veneto (wikipedia)

Luca Carelli

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