CASUAL FRIDAY #11: COSA?

Savino Ficco, Indoctrination

Savino Ficco, Indoctrination

Casual Friday è la rubrica di Verde nata per promuovere un nuovo reading code. Ogni settimana un racconto inedito di un autore diverso che cercherà di farvi ridere, divertirvi o semplicemente imbarazzarvi. Oggi leggiamo, di Andrea Frau, l’inedito Cosa? È venerdì, rilassati!
Fotoillustrazione di
Savino Ficco (Indoctrination).

Michele Raspo era un regista e scrittore eccentrico. Non senza sincerità si definiva “una truffa dadaista”, “un scherzo durato troppo a lungo”, ma il suo appellativo preferito era “David Lynch versione Eurospin”.

Il suo ultimo lavoro per la WTF Production si intitolava La famigliuola ed era un’accozzaglia di immagini. Persone più colte di lui avrebbero trovato le giuste interpretazioni; trovare un senso non era il suo compito, lui doveva soltanto campare e quella roba faceva guadagnare bene. Ogni suo lavoro sembrava urlare: Ci sono! Non ho nulla da dire, ma comunque ci sono! Era un pensiero che piaceva al pubblico perché sottintendeva la potenzialità artistica di ognuno di noi: tutti hanno qualcosa di personale e unico da dire. Era come il miraggio del libero mercato, tutti imprenditori, padroni di se stessi, liberi di essere quel che si vuole. Quando qualcuno gli rimproverava di scrivere cose lontane dalla realtà e dalla situazione sociale, scoppiava a ridere. «Quando prenderò spunto da un fatto di cronaca per una storia, abbattetemi. Dio ha forse preso spunto dalla realtà quando l’ha creata? La cronaca è la letteratura dei poveri».

Raspo leggeva soltanto per sfoggiare cultura agli aperitivi e partecipare ai contest di citazioni. Su Facebook scriveva post come: “Incredibile! Con Mental Runtastic ho percorso una distanza che va da L’Utopia di Moro alle riflessioni di Alexander Langer sulla guerra in ex Jugoslavia! Una distanza percorsa di 477 anni in soli 20 minuti!” Non era cattolico, ma aveva impiegato una vita a liberarsi da un non meglio identificato senso di colpa, nutrito probabilmente nei confronti degli altri spermatozoi perdenti. Michele si era invaghito del suo analista e questo non gli piaceva. Così una sera gli uccise il cane. L’analista trovò il fagotto sulla porta d’ingresso. Dallo stomaco squarciato della povera bestia estrasse una lettera d’addio del paziente, intitolata Sono guarito. Dal punto di vista clinico, lo scritto conteneva indubbiamente spunti interessanti:

“…Non c’entra il peccato originale. Siamo segnati come banconote. Abbiamo rischiato la vita per rubarle, ma non possiamo spenderle. Il destino è segnato. Quell’inchiostro indelebile è dappertutto, sulle mani, sul viso. Per quanto laviamo non va via. Anzi, sembra spandersi. Pur di non rimanere immobili, deturpati da quelle macchie che ci hanno cambiati per sempre, arriviamo a spendere quei soldi, ci riduciamo a vivere. Così facendo ci consegniamo in mano alla polizia che ci individua, localizza e pone fine alle nostre sofferenze. Quando ci somministrano l’iniezione letale, ringraziamo il boia con espressione sollevata. Finalmente liberi.”

“…Io, dottore, ho riflettuto sulla mia libertà e sono giunto alla conclusione che vivere liberi è come condire con fantasia una pizza margherita surgelata. Si mette qualcosa di proprio in una cosa già data, prodotta in serie, non esattamente salutare, artificiale, uguale per tutti. Non è che puoi inventare chissà che o distanziarti dal modello prestabilito. Puoi condirla come vuoi, ma rimane una pizza surgelata. Pure, le aziende ti vengono incontro: esistono quelle per celiaci, per intolleranti al lattosio, con meno mozzarella, con più pomodoro. L’illusione è provarci, nessuno te lo vieta: l’illusione è la libertà. Per questo sulla mia lapide farò scrivere: Ha condito con fantasia pizze surgelate.”

Questa è la prima bozza del suo ultimo libro, La famigliuola:
Un signore anziano si sporge dal balcone e fissa le ragazze che passano, la sua pelle si squaglia e gocciola nelle loro scollature. Suo fratello gemello indossa un cappello di paglia; scava una buca nell’orto e ci nasconde dentro un fucile, canticchiando il jingle di una merendina. In cucina la nipote – sembra una grande lucertola – sta sezionando suo figlio à la Julienne su una bara di mogano usata come tagliere. Il padre, lo sposo della donna lucertola, è in ottima forma: non dimostra i suoi sessant’anni, fa pesi con dei barattoli contenenti feti abortiti e in direzione inversa corre su una scala mobile all’interno di un supermercato vuoto. Stamattina si è svegliato senza più pene. Se ne è fatto una ragione, ma quando lo ha visto esposto in macelleria accanto ad altri brandelli di carne si è incupito perché non aveva abbastanza denaro per ricomprarlo. Sua figlia è un’attrice, ora sta girando un cortometraggio. La giovane è nuda, indossa una maschera da castoro e balla Wrecking Ball sui binari della stazione. Tra pochi giorni si sposerà sulla spiaggia con il regista del corto. Indosserà un abito di tappi riciclati, il suo strascico sarà composto di lattine vuote di birra del discount, provenienti da case di suicidi. Gli ospiti saranno affascinati da quella scia rumorosa e scintillante di latta e birra calda. La sposa infilzerà con uno spillone la nipotina damigella, bella come una bambolina voodoo, le perforerà il bulbo oculare e da esso sgorgherà un arcobaleno su cui tutti danzeranno beati. Per espiare la loro spensieratezza, gli invitati saranno rinchiusi in camere iperbariche personalizzate, grandi crisalidi viscide e unte, altri verranno uccisi su sedie elettriche vibranti ed ergonomiche. Nella sala accanto, decine di culle con bambini sorrideranno a pipistrelli addormentati, legati sopra le loro teste.
Un uomo indossa una maglietta con su scritto Scrittore: spinge forte verso l’interno un bozzo che ha sulla tempia destra e grida: La mia emorroide al cervello!

Solo poche righe, scritte in un pomeriggio in cui contava di prolungare ancora un po’ la sua truffa. Qualche anno ancora e il pubblico si sarebbe stancato: doveva spremere lo spremibile e massimizzare i profitti.

La mattina dopo si svegliò riposato. Era nudo, ma non ricordava di essersi spogliato. Sentì uno strano odore, andò in cucina e la vide sommersa di fiori. I biglietti di condoglianze raffiguravano immagini grossolane di angioletti biondi. Messaggi come: Piccolo angelo, sei andato via troppo presto, Andrea, Dio ti ha richiamato a sé
Una sconosciuta lo sorprese in cucina. Era una bella ragazza, pallida e malaticcia. Gli chiese: «Cosa fai qui?»
Lui rispose: «Volevo fare colazione. Chi sei? Cosa fai a casa mia?»
Lei si ravvivò, prese colore e urlò: «Cosa significa? Stai facendo il buffone?»
«No,» biascicò lui, e senza aggiungere altro scappò in bagno. La ragazza gridava. Allora Michele Raspo si guardò allo specchio e si riconobbe. Almeno un punto fermo c’era. Quella era la sua faccia. Che diavolo stava succedendo? Chi era quella ragazza? E quel bambino morto?

Sentì il portone di casa chiudersi. La ragazza era uscita. Vide in salotto molte foto di loro due (era la sua donna?). Vide le foto del loro matrimonio (erano sposati?). Vide la foto di un bambino (era suo figlio?).
Bene, ho un figlio morto, non so come sia successo. L’unica cosa da fare è parlare meno possibile, essere triste e prendere tempo. Quando rivedrò la ragazza le chiederò scusa, le dirò che è stato un momento di smarrimento. Sono sicuro che capirà. Si va in scena! 

Quando la ragazza fece ritorno, Michele era a terra svenuto. Riprese conoscenza in un letto d’ospedale. Vide Amanda, la riconobbe e le disse: «Amore, promettimi che non avremo un figlio».
«Perché? Andrea vorrebbe tanto un fratellino,» disse lei.

Andrea Frau

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