STORIE NERE #3: ANTONELLA

p.1 VERDE 4

Verde 4, settembre 2012

Con la terza Storia Nera pubblicata nel numero 4 del cartaceo (settembre 2012), diventa chiaro che la tendenza alla latitanza di Luca Carelli non è un’afferenza di tipo contingente ma elettiva: la rubrica, nata rigidamente mensile, da questo momento si trasformerà in bi/trimestrale, periodicità tecnicamente nota nell’ambiente come “quanno me pare.” Antonella si segnala per l’escamotage, utilizzato qui per la prima volta (in seguito solo sporadicamente, seppur con esiti migliori), della narrazione in prima persona dal punto di vista della vittima. Notevole Luca, ma gli aggettivi sono ancora troppi.


L’equivoco sta nel fatto che dopo tanti anni il mio caso è fonte costante di un interesse ossessivo e superficiale, che non ha mai portato a nulla di concreto. Per questo non mi lusinga essere ricordata, dopo quasi venti anni, per un armadio incollato o per la presunta morbosità del rapporto con mia madre. Sono per tutti la donna sola, non più giovane né bella, ossessionata sopra ogni cosa dal matrimonio; la verità è che io avevo quarantasette anni e a quella età certi desideri sono come latte fresco scaduto il giorno prima: basta un numero sulla confezione per gettarlo nel lavandino?

Un orologio fermo sulla Nomentana e un palo della luce divelto: ho dei ricordi nitidi di quella domenica. Pranzavo spesso il fine settimana a casa di Clara, anche lei lavorava e a volte l’aiutavo con la sua bambina; è grazie a lei che ho capito di amare i bambini – e lo sapevano tutti – ma che alla mia età non ne avrei di certo avuti. Insopportabile l’idea di me alle prese con un grado zero tanto profondo e retrivo. Insostenibile il disegno di me costretta – da un’altra parte di me – a casa senza lavoro.

La mia famiglia. Quanto spesso, in questi anni, ha offerto di me un affresco parziale e incorretto che – altro che armadio! – mi ha incatenata definitivamente a una immagina pubblica che in nulla coincideva con quello che all’epoca credevo – e ora son certa – di essere? D’altronde, i genitori per costituzione non sanno nulla dei loro figli. La loro scienza si fonda su una complessa teoria di fantasie e virtù manipolative: novelli signori di La Palice che, un quart d’heure avant leur (o la mia?) morts ils étaitent encore en vie, sanno perfettamente che è sufficiente un dialogo appena accennato per pretendere di conoscere a fondo una persona e arrogarsi l’apostolato di predicarla ai posteri. Il mio non è rancore, ma stupore di fronte allo svelamento di una narrazione che fonda se stessa e la propria indubbia fortuna su una elaborata sofisticazione: non si fa altro che esaltare la centralità salvifica del bisogno (indotto) di giustizia come agente catalitico del processo di lutto ed ecco la capitolazione di fronte alla detonazione emotiva di una strumentalizzazione endotica ben riuscita.

Un manifesto elettorale, la locandina di un film, un cratere sotto le mie ruote: ho dei ricordi nitidi di quella domenica. Il cromatismo della mia vicenda – quel giallo che ha virato una violenta fine in leggendarietà urbana – non ha mai avuto funzioni svelative, ma soltanto connotative, della mia persona. Chi ha cercato la verità lontano dallo zenith del mio (trasfuso) folclore si è poi perduto nel nadir dei miei (presunti) segreti. Se il punto era la mia sorte e il piano di riferimento il mio vissuto, chi ha impedito la calibrazione di un azimuth soddisfacente?
Una donna sola, una donna morta, una donna numero, famiglia nevrotica.
La traslazione di un dramma e la perdita di senso.

Una notte, una donna sola, non più giovane, non bella, in pigiama, nella sua casa, l’ultima notte prima di venire ammazzata. Un amante clandestino, un prestito ingente. Farmaci prima di dormire, disordine sospetto, rumori di passi, uno sparo attutito, poi silenzio e più niente.
Una donna sola, triste e sofferente.

Si muore in fretta e all’improvviso e muoiono i ricordi, insieme alla memoria. Muore il senso sotto le macerie di una domanda sbagliata e invasiva. Diciotto anni dopo, chiusa ancora in quell’armadio, un ululato cattivo infesta il mio vento come una rovina: «Chi è stato?» mi grida.
«Perché?» supplico io: è la mia preghiera.
Rientro a casa alle otto di sera. Sono sola, il custode mi vede. Telefonate, pigiama e sonniferi. Chiudo a chiave la porta, prima di dormire.
Il chi è la variabile più relativa. Il perché è la costante da scoprire. Scoprirlo subito e scoprirlo in fretta, perché si estingua la stoltezza.

Antonella Di Veroli, 47 anni, scompare nella notte tra il 10 e l’11 aprile 1994 nella camera da letto della sua casa di Monte Sacro, a Roma. Dopo due giorni di ricerche viene ritrovata nell’armadio, sepolta sotto una risma di coperte e cuscini, con un sacchetto di plastica in testa: Antonella è stata ferita alla testa con due colpi di pistola, ma è morta di asfissia. Per nascondere il cadavere, le ante dell’armadio sono state sigillate con del silicone.
L’ex amante della donna, sposato con figli, indiziato principale a causa di un prestito ricevuto e mai restituito, verrà scagionato nel 1998. Morirà nel 2003.

Antonella Di Veroli, pagina Chi l’ha visto
40 passi – l’omicidio di Antonella Di Veroli

Luca Carelli

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