LA PAZIENTE

Savino Ficco, Martha

Savino Ficco, Martha

Non è colpa mia se a un certo punto stavo male, dice La paziente di una struttura abitativa di contenimento mentale. Mani e piedi legati, come in un carcere, costretta a ingoiare medicine, il coltello dalla parte del manico ce lo avevano loro, altro che legge Basaglia!  Eppure, conclude nel finale di una ricognizione drammatica e beffarda, è stato bellissimo, mi è andata di lusso. Il perché lo scoprirete leggendo questo racconto inedito di Gianluca Garrapa (proprio lui, il signore dell’Ainechel): doveva finire su un numero del cartaceo quando ancora si pensava di continuare a fare il cartaceo, i tempi sono maturi per leggerlo oggi sul blog.
Illustrazione di
Savino Ficco (Martha).

…non da sempre, ho iniziato a stare male a 14 anni, prima d’allora andavo a scuola, tutto regolare. Poi, una mattina, mi è venuto il mal di testa, e a scuola non ci volevo andare. E io a scuola ero brava, prendevo ottimi voti. Però un giorno (37 anni, i capelli neri rasati ai lati, una codina e una cresta arruffata come un’onda di schiuma scura che non vuole cedere, extension, la tuta-pigiama spesso, pure oggi, pulita, profuma, volto deciso ma non mascolino e occhi grandi, acquosi, laghi profondi, scuri, che mostri si agitano lì sotto? Neri. Il naso [stranamente] camuso [per essere un’italiana] pronto a respirare aria di complotti o novità, o svalvolare via la rabbia che a volte la coglie e la strappa, esile fiore ben radicato, lei, dal territorio instabile, smottamenti psichici, a volte, non oggi, le labbra carnose quando ridono scoprono denti bianchi e forti, chiostra di parole a raffica, dialettica border, pronti a difendere, pronte a baciare superfici livide di corpi, la poltrona di stile moderno) e poi non ti dico i miei vicini di casa, l’Ada, una vecchietta ultracattolica e piccola ma di ferro, che ci portava le uova, terribile, era convinta che fossi indemoniata, pure mia nonna lo pensava, e io vivevo con i miei nonni (la poltrona in questa stanza poco arredata e molto generica, senza personalità, un non-luogo, si avvicendano memorie estranee, estreme, al muro est una stampa raffigura un paesaggio lacustre, canneto, il cielo, malinconia, lacustri occhi, una scrivania, il mio corpo, un divano, le sue cose, lo zaino, la giacca, è calda estate, le bambine dormono ancora i corpi delle donne assopite nella Grande Madre Chimica, per sempre, un tappeto che chiama il tessuto di cui è rivestita la poltrona, non ci sono risposte, i simili si destano e sono di nuovo opposti, deve essere pelle sdrucita sotto, i braccioli che) ma è successo all’improvviso (e racconta, ripete, cerca una spiegazione, una giustificazione, gli occhi le brillano acquosi e contenti di sapermi vicino in questo loro continuo spaesamento, neri, e la mente, il mio corpo la segue, sprofonda cercando di seguire le stranezze della mia fissazione: che tipo di poltrona è? Chi l’ha imbottita? Chi l’ha disegnata e quando? E c’è qualcosa di tremendo, sembra fagocitare le persone in luoghi presenti, visibili, eppure sommersi in un oscuro) hai capito come? Un dolore continuo, e poi il mio ragazzo mi aveva mollata, pure (e storce la bocca come se stesse parlando di un piatto mal digerito, come se stesse annusando puzza nell’aria, come se volesse non parlare di quello che è stato e che continua a dissociarla in un brutto ricordo di lei da un certo punto in poi, e nel presente di lei che da quel punto in poi si è dislocato eterno tra le commessure delle piastrelle di tutte le strutture abitative di contenimento mentale che l’hanno suo malgrado ospitata. Ma quella stampa, quel quadro, è un paesaggio, una fotocopia su carta che da lontano pare più vera del paesaggio reale, una fotografia. Ma chi l’ha disegnato l’originale? E chi ha avuto la disgrazia di renderlo materia di appartamento generico? Perché la pittura sgorga dallo sguardo vivo di una mente creativa e imputridisce in) e non riuscivo a tenere l’attenzione incollata, mi si chiudevano gli occhi, le gambe tremavano, avevano sbagliato una terapia dopo l’altra (e finisce per imputridire nell’anonimato d’un arredamento generico? Siamo noi? Stampe o l’originale e la poltrona, la poltrona è un’imitazione di un modello? Cosa è un modello? L’unicum, un oggetto di cui non esiste copia, il mio corpo? Il di lei corpo? Il delay tra mente e corpo, tra copia e unicum? Soggetti di cui non esiste clone? E se non ci fossero specchi o acqua di Narciso?) e loro mi volevano a tutti i costi in quel modo che si dice perfetto, brava a scuola lo ero, però non è colpa mia se a un certo punto stavo male.

No, non ho altri fratelli o sorelle, sono figlia unica (un modello è unico e le stampe non sono uniche, Platone? Perché il modello dovrebbe essere il migliore della copia? L’uno è meglio del molteplice e i suoi occhi m’inchiodano alla mia insensatezza, non esistono due copie uguali, dico, nello stesso tempo, prima guardi una, poi l’altra, non allo stesso tempo, insomma, allora non esistono copie temporali?) adesso sto un poco meglio, solo che la ritenzione idrica mi fa ingrassare, per fortuna ho la macchina e vado in piscina alle volte e (lei mi guarda dopo aver raccolto lo sguardo che ha gettato sulle sue cosce ingrossate dalla ritenzione idrica farmacologica, storce la bocca, e l’immagine di sé che offre a me non è nemmeno lontanamente parente dell’imago che ha dentro e che offre a sé, perché dovrebbero essere proprio i paesaggi i protagonisti di un arredamento, il fuori di qui che sta qui, ma non siamo sempre fuori di noi? Trascendiamo la stessa trascendenza e ci perdiamo in un cosmo fatto di particolari inutili? Non sarà per il paesaggio lì fuori che esiste una stanza come questa? Non sarà per lo spazio lì fuori che riusciamo ad abitarci, ad abitare in questo buco spazio-temporale con della materia intorno, non siamo che questo?) e tu vedessi la prima volta che mi hanno legata, mani e piedi, e io a sputare il farmaco addosso ai poliziotti che mi piantonavano, per farmi più paura, altroché, e poi era tutto buio, era inverno, pioveva (è come se la diagonale di fotoni volesse indicarmi proprio quel punto, cosa significa questa precisione arancione che attraversa lo spazio-tempo per sostenersi qui, davanti al suo volto, c’è un odore, fino al muro di fronte, questo banco di polvere non dà fastidio, crea come si chiama, è il gorgoglio del mio stomaco, lì fuori i rumori sono più eclatanti, ma anche più anonimi) e io ero incazzata perché non le volevo le medicine, e se tu avessi visto, legata mani e piedi, a schiaffeggiarmi, tirarmi i capelli, pedate che non ti dico e poi tutta la notte non potevo muovermi e fissavo quel cazzo di neon che faceva un rumore infernale (Effetto Tyndall, ecco, l’odore della sua pelle, la fragranza del detersivo, la puzza di vecchio della poltrona non può nulla, ma perché si chiama così? Un banco di luce diffusa arriva potente e resta sospesa, come un’astronave, o un aereo, come il profumo denso del tiglio, atterra delicata e resta sospesa, dolciastro, alla velocità della luce, senza rompere nulla) è chiaro che quando uno esce da lì ha solo voglia di rompere tutto e spaccare la faccia al primo che passa, è come un carcere e io alla stronza le dissi che tanto il coltello dalla parte del manico ce lo avevano loro, e nessuno sapeva cosa succedeva in quel reparto, altro che legge Basaglia! ma stai a vedere che tanto risuccede, come nelle caserme gli sbirri, perché loro sono più pazzi di noi. E guarda che l’ultima volta mi è andata malissimo, mi hanno legata, per contenermi, dicevano loro, mi costringevano a bere dei farmaci che non volevo. Poi si sono ammorbiditi, legata per tutta la notte e il giorno successivo, mi sono pisciata addosso, ero piena di merda, e loro mi hanno pulita, per bene, i cretini. Ora sto meglio. Dopo l’ultimo ricovero sto meglio, sì, perché l’ultima volta li ho fatti incazzare sul serio e me le hanno date di santa ragione, mi hanno legata al letto, avevo i lividi intorno ai polsi e alle caviglie, che teneri bastardi che sono stati! Per poco non mi rompevano le ossa,
pugni, calci, non s’è capito nulla, avevo i capezzoli durissimi, desideravo che mi frustassero, o qualcosa del genere, e invece nulla, dopo tre ore erano sfiniti, non ne potevano più, a un certo punto della notte è entrato il medico più anziano, un cinico brizzolato e col volto butterato, la bocca storta, brutto e antipatico
ma
è stato bellissimo, e per un’ora eccolo lì a seviziarmi, mi torceva le articolazioni, mi mordeva, quello che non ha fatto al mio corpo! E io mascheravo il godimento che stavo provando, era tutto caldo, il mio un unico tunnel di piacere, ero legata e pesante, ma volavo, leggera, era l’estasi laica, la sacra ascesa all’empireo della carne che si stava rompendo, ogni scricchiolio di ossa era metafisico senso d’ineffabile, è difficilissimo fingere di stare male
ma più soffrivo e più godevo, e il piacere infinito di noi donne, poi, lascia fare…
alla fine ce l’ho fatta: ho raggiunto l’orgasmo…
cristo santo, è stato meraviglioso, però, senti, mi è andata di lusso, eh: se mi avessero scoperto che stavo godendo come una maiala sarebbe stata la fine, forse non mi avrebbero più ricoverata, ho goduto come una matta, e la prossima volta sarà ancora meglio, credimi, non vedo l’ora, aspetterò il momento giusto per dare in escandescenze e farmi ricoverare di nuovo…

Gianluca Garrapa

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