SEMIAUTOMATICA #9

Verde 16, settembre 2013 (In copertina: Toni Bruno, Miss Paventi)

Verde 16, settembre 2013 (In copertina: Toni Bruno, Miss Paventi)

Qual è il filo che lega Alda Teodorani, i gradoni dell’ufficio postale di Piazza Bologna, Fausto Rossi, l’all-black dress, Porta Portese, i tempi delle lire italiane, quei gran signori dei cinesi, I fiori del male (il trimestrale), l’ultimo Lucini e Filippo Tommaso Marinetti? Ma Simone Lucciola naturalmente, che con la nona, straripante puntata di Semiautomatica (che incipit, ragazzi) ancora una volta si supera. Dal numero 16 del cartaceo (settembre 2013).


La prima volta che ho incontrato Alda Teodorani eravamo entrambi seduti sui gradoni dell’ufficio postale di Piazza Bologna e portavamo avanti una conversazione il cui minimo comun denominatore era la musica, nonostante l’abbigliamento all-black che già ci accomunava e aveva fatto forse piazza pulita di ogni dubbio. Alda mi disse che stava cercando i dischi di Fausto Rossi in arte Faust’o, un cantante italiano scomparso dalle scene che sarebbe sicuramente piaciuto anche a me. Io l’avevo già sentito nominare in termini entusiastici sul diretto Formia-Roma delle nove e quarantacinque e mi offrii di fare delle ricerche, cosa che poi effettivamente feci (che strano: erano anni che non seguivo un suggerimento implicito o esplicito, anni di Manu Chao e Primus e senti l’ultimo dei Pearl Jam e però questo o quel gruppo black metal sinfonico folk apocalittico ionico ionico ionico hanno fatto un disco che dovresti avere). Non molti anni dopo telefonai a casa di Fausto, mi aveva dato lui il numero, e parlammo per circa tre ore di un sacco di cose, molte delle quali ce le siamo tenute per noi. Ci risentimmo poi ancora una volta ripromettendoci di rimanere in contatto, perché l’idea di un’intervista si era trasformata in uno scambio di battute con una persona che non era affatto scomparsa e non era affatto irraggiungibile, se il tuo scopo era realmente parlare alla persona. Ho pensato molto ad Alda, e a come le concatenazioni di parole indichino piste, se ti prendi la briga di raccoglierle.

Erano bei tempi quando c’erano le lire italiane, se non altro avevi la possibilità di andare alla Suburra o a Porta Portese o in una baracca napoletana di Formia e comprare ad esempio un chiodo da motociclista, un impermeabile alla Tenente Colombo, una felpa finto-Adidas con cappuccio, un paio di Levi’s usati, un giubbotto jeans smanicato, un cappellino degli Yankees. Il tutto senza premeditazione, semplicemente passavo di qui e ho notato questo, posso provarlo? Ma lo stesso vale per le cataste di compact disc e vinile che riuscivi a comprare con cento o duecentomila lire ricavate non prendendo l’autobus, facendo la spesa giornaliera essenziale, fotocopiando un manuale, prendendo l’entrata laterale della mensa di Economia e Commercio. Sostare novanta minuti in libreria, sfogliando gli elefanti Garzanti e mettendoti sotto il braccio intere bibliografie, settanta o ottant’anni della vita di un poeta, e sentirsi un gran signore. Ma anche pranzare e cenare al cinese un giorno sì e uno no, e sentirsi doppiamente un gran signore perché i cinesi loro sì che sanno come trattare un avventore anche molesto. Allora si poteva fumare nei ristoranti, ricordo il mio posacenere pieno. Ricordo le mangiate interminabili con Frederik, ricordo le scatole rotte alle cameriere, ricordo quella volta che andai a pranzo con Antonella e Stefano ed ero già ubriaco alle due di un pomeriggio assolato.

Su I fiori del male – quaderno trimestrale di poesia, cultura letteraria e arte – trovo stralci di un’epistola fantastica dell’ultimo Lucini al futurista Marinetti:

Voi avete bisogno di rumori, di clamori, di fanfare, di tutto il bataclan meetingaio ed antipatico delle giostre, delle lizze, dei caroselli, delle parate, delle mille sciocchezze amene colle quali si alimenta la follaccia follaiola e stercoraria del giorno: io rimango nella mia serenità.

Impromptu illuminato di un anarchico terminale.

Simone Lucciola

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