STORIE NERE #2: IDA

Verde 1, giugno 2012 (In copertina: Govert Bidloo, Anatomia Hvmani Corporis, tavola 1. Colorazione elettonica: Elena Bortolini)

Verde 1, giugno 2012 (In copertina: Govert Bidloo, Anatomia Hvmani Corporis, tavola 1. Colorazione elettonica: Elena Bortolini)

Per Verde Luca Carelli ha curato la rubrica Storie Nere, 12 racconti ispirati a fatti recenti di cronaca nera. Giovedì scorso abbiamo letto Palmina, pubblicato nel numero zero del nostro cartaceo, oggi riproponiamo Ida: una ragazza di 23 anni viene ritrovata mutilata e carbonizzata in un campo abbandonato a Roma. L’assassino è il fidanzato, o la madre di lui. O forse entrambi, o nessuno dei due. Dal numero 1 del giugno 2012.

«Che hai fatto?», gridava mia madre, mentre Ida moriva piangendo e il suo cranio esplodeva sotto i colpi dello scalpello, ma non c’era dolore nella sconfitta della pelle, che come marmo cedeva spargendo lacrime dense sul mio pallore.
«Che hai fatto?», gridavo a mia madre, mentre il sangue colava sulle sue vesti e le sue mani malate brandivano la lama fredda che benediceva la carne di Ida.
«Vi amo entrambe», ho gridato piangendo. Mia madre ha fulminato i suoi occhi sulle mie labbra e la saliva ha riempito la mia bocca del gusto amaro di rancore. I miei occhi avrebbero potuto dimenticare quella notte. Le mie mani avrebbero dovuto.

Quando sono tornato a casa sembravano passate poche ore. La polvere affogava come un cappio spinato i mobili del salone vuoto e le pareti della cucina erano nere come la fine di un tempo nuovo e violento. Era una giornata calda e non riuscivo a respirare, i pensieri premevano sulle mie tempie sudate e allora mi sono steso per terra, vicino al frigorifero spento. Ho chiuso gli occhi e quando ho guardato di nuovo un ragno aveva intrecciato la sua tela attorno alle mie mani, fino alla maniglia della porta. Ho gridato ma era notte e nessuno è venuto a salvarmi. La mia testa girava, avevo fame e paura di vomitare, ma era la solitudine, come una crisalide, a dividermi di nuovo. Ho cercato le voci dei dottori ma ormai ero guarito ed ero libero, nella mia casa. Quella stessa casa. Tredici anni dopo.

«Lasciala stare», gridava mia madre, mentre un colpo stendeva Ida e le sue urla morivano in gola.
«Lasciala stare», gridavo a mia madre, e le lacrime rigavano il volto di Ida, mentre io sommergevo il suo volto di estuari di stupore e impotenza, in un dolore senza rabbia che le partiva dal labbro e prendeva forma di una parola, una sola, debole e fioca, un punto di domanda balbettato che incendiava la mia calma e rimaneva senza risposta.

Quando i genitori di Ida sono morti, il sentimento ha sfondato le porte che ci tenevano separati ed è esploso così violentemente da soffiare terrore sui nostri volti. La differenza di età non è mai stato un problema: lei aveva bisogno di una guida e io di una presenza sincera al mio fianco. Era il 1976, attorno a noi tutto esplodeva e crollava, ma quando eravamo insieme il silenzio regnava placido e immobile. Lavoravo tutto il giorno e pensavo a lei. Il nostro amore cresceva, senza parole né gesti, forte di sguardi e sospiri profondi. Ida aveva voglia di studiare e appena poté si iscrisse all’Accademia. La sua arte era giovane e onesta, alimentata da un sorriso di ottone che brillava come platino e bruciava gli occhi come un sole.
I mesi passavano e io sentivo il suo nome crescere dentro di me. Era la prima volta che sperimentavo da solo un’emozione talmente forte e lacerante. Non avevo idea di come gestirla ma sapevo che mia madre doveva restarne fuori, per preservare il mondo che io e Ida stavamo costruendo, lontano da sguardi e parole crudeli. Non avevo più paura e sapevo che quel che volevo era ciò che stava accadendo.

«Lasciala andare», gridava mia madre, mentre il fuoco anneriva il suo volto e il fumo bagnava di lacrime le sue gote bruciate e deformi. Ida moriva tossendo e la mia bocca esplodeva di riso come un tumore marcito che resiste allo specchio, una esasperazione mortale che arde di vita.
«Lasciala andare», gridavo a mia madre, mentre il cranio di Ida cedeva e gli spilli fendevano ovunque e ricoprivano la sua testa di sangue nero e denso. Mia madre colpiva con rabbia, gli aghi vomitavano resti turgidi di cuoio capelluto e materia cerebrale, il sangue, come una fontana, schizzava dappertutto e lei sorrideva in un silenzio violento che non riuscivo a sopportare, ma non potevo reagire. Lo sapevo da tempo, non c’era altro verso.

A sera rientravo stanco e depresso, ma non era il lavoro a pesarmi. A scuotermi era la mancanza di Ida. Lavoravo tutti i giorni e lei studiava, avevamo per noi soltanto il fine settimana. La distanza fisica divaricava la mia sofferenza e il desiderio è presto diventato una ridondanza ossessiva. È stato allora che tutto è cambiato e ha avuto inizio la nostra fine. Vivere con la mia famiglia non aveva più senso se la mia famiglia era diventata Ida. Mio padre, costretto su una sedia a rotelle, cieco e immobilizzato, era un fantasma di pietra che aleggiava su di noi, ristretto com’era nella sua camera fredda, accudito con furore da mia madre, che intanto aveva deciso di aprire la nostra casa al suo amante, che ci costrinse a reinventare un equilibrio che da quel momento prese forma di un miraggio anafilattico; un equilibrio contorto e ridimensionato che aveva perso senso e speranza e ora perdeva il mio apporto, quando decisi che il mio equilibrio era Ida e lo sarebbe stato lì dentro. Ida venne a vivere da noi, con me, contro di noi, nella casa della mia infanzia, la casa della mia vita. La casa della sua morte e della nostra fine.

«Perché?», gridava mia madre, mentre spogliavo Ida e per prime tranciavo le gambe, imbevute di alcool e benzina. Nel suo sangue immergevo le dita e le mie mani non pativano il freddo dell’orrore che benediceva la nostra fine. Le urla della sega coprivano appena gli strilli isterici di mia madre, che taceva soltanto quando i lacerti di carne la colpivano mulinando e il vomito le esplodeva in gola e spingeva su, per il naso, giù, nel delirio.
«L’ho fatto per noi mamma. Un giorno capirai», sussurravo alla sega.
«Perché?», gridavo a mia madre, mentre il suo uomo riempiva i sacchi neri degli avanzi di Ida, e imbevuta di sangue e di morte, con un sorriso oscuro, non mostrava pietà neanche di fronte a quei resti negletti. Le mie parole le scivolavano addosso e al mio pianto sordo e disperato rispose puntandomi la stessa sega che aveva usato contro Ida: «L’ho fatto per noi. Un giorno capirai».

Ida Pischedda, 23 anni, viene ritrovata carbonizzata e mutilata la mattina del 14 gennaio 1977 in un campo abbandonato di Monte Sacro, a Roma. I primi sospetti ricadono sul fidanzato, che respinge ogni addebito e accusa sua madre e l’amante di lei. Dopo la morte improvvisa di quest’ultimo, madre e figlio continuano a incolparsi a vicenda, fino a dichiararsi entrambi innocenti. Nel 1990 vengono assolti definitivamente e ottengono un indennizzo per la carcerazione preventiva subita.
L’autopsia sul corpo di Ida stabilì tra le altre cose che la ragazza era incinta.

Fiammiferi lunghi e scalpello da scultore
Ida Pischedda, archivio storico dell’Unità

Luca Carelli

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