VERDE MATEMATICO #2: DANIELA

Savino Ficco, Aras

Savino Ficco, Aras

Verde Matematico è una rubrica ideata e curata da Luca Marinelli. Affronta concetti di stampo prettamente scientifico, soprattutto di fisica e matematica, rivisitati in chiave accessibile nella forma del racconto. La rubrica procede in serie di tre. La prima, Umidi nei post sbronza, tratta le tre nature della fisica: classica, quantistica, relativistica. Diedrich ha introdotto la fisica quantistica, Daniela riferisce della teoria della relatività generale.
La fotografia che accompagna il racconto è di
Savino Ficco e si intitola Aras.

Silenzio. È come se un piccolo filamento di luce gli fosse sgusciato via dalle mani, un girino nello stagno placido pennellato dal chiaro di luna.
Tutto intorno silenzio.
Nella notte di un’eclissi inaspettata, la caffeina gli aveva attraversato la strada. Lei era già immobile, se non avesse deciso di fermarsi un momento sarebbe subito scomparsa, un animale impaurito si allontana nel buio, non devi muoverti perché se ti muovi è fulmineo, si sposta più in là. L’aveva guardata dritta nelle palle degli spazi di probabilità degli orbitali delle sue dieci bolle rosse di idrogeno: era disgustosa. Tra le rughe dei suoi quattro azoti si leggeva la storia di insetti paralizzati e forse menomati, uccisi, la storia semplice dell’olocausto per sopravvivenza, dell’olocausto e allora sopravvivenza, la nota lunga e vibrata del solista nell’orchestra che suona gli universi e noi tanto amiamo chiamare verità. Si leggeva la bizzarra e involontaria fortuna che l’aveva portata da mercenaria per puro caso di quel suo Victor Frankenstein di sussistenza a grande amica dell’animale uomo, dal continuare a esistere in quanto arsenale difensivo della pianta sua creatrice all’essere tenuta in vita da qualcuno che ama avvelenarsi, ma poco, avvelenarsi lentamente di tutto quel mondo spietato di morte che forse, per quieto vivere, teme di spiegare davvero a se stesso, e quindi racconta a parole sue. A menzogne sue.

Ferma lì, sul ciglio dell’asfalto, con gli ossigeni gonfi e un mantello di notte indosso, essa pareva una creatura così… aliena: durò poco, la regina della notte, nella tenebra. Un tir veloce di ossigeni e idrogeni la prese in pieno, la travolse e se la trascinò via con sé.

Nel bollitore della moca un gas irrequieto e bellicoso schiacciava l’acqua verso il fondo; stretta in spazi vitali sempre più angusti, la costringeva a batter ritirata nel camino di metallo. I fuggitivi ascendevano lentamente, espiavano uno ad uno la loro codardia per percolazione nel purgatorio terroso di una massa compatta di caffè in polvere e poi uscivano al mondo neri di vergogna, ex trasparenti, ora amari, scivolavano in fila nel raccoglitore come uomini schiavi incatenati di guerra, dilaniati da questo contrappasso così umano da odorare d’anima e di virtù, da sapere, in fondo, di buono. Ogni speranza era allora perduta: dopo la penitenza nessun paradiso, ma le pareti bollenti di un inferno di metallo terreno.

Il raccoglitore s’era riempito poco a poco, il liquido che sciabordava dal beccuccio istigando la fiamma del fornello elettrico friggeva rapidamente e s’acquietava sul piano cottura. Daniela Sauer s’era ripresa dalla catalessi. Era corsa a spegnere il fuoco del caffè. Hans Mayer la guardava immobile sulla sedia vicino al tavolo, la gamba sinistra accavallata sul ginocchio destro, il ginocchio sinistro in tiro ma non eccessivamente sopra la gamba destra, tra le mura di quella scatola di cemento sullo scoglio semovente di pianeta che teneva tutto quel farneticare umano e rendeva inutilizzabile energia sempre più vaga e dispersa e decostruita soltanto perché era quella l’ora di fare un riposino. Pomeridiano, in una giornata qualsiasi, per lui, di primavera?

«Sa professor Mayer, il padre di mia madre era di Bormida, un paesello ad Ovest del Nord Italia.» Diedrich non s’era risvegliato, non ancora. I trombociti come arpie con gli acciai delle unghie incarniti al subendotelio del mondo società, in frammenti soltanto da venti e cinquanta euro, e la loro ADP: muscolare e matura esperienza dedotta dai peli sui gomiti e cespugli nelle orecchie, questi grumi nel sangue civile e la loro emostasi sui tubi in cucina in lesione vasale tra organico e plastica, sotto il lavabo, loro avevano già terminato; pagati bene, funziona, pensava Daniela.
«Fin da quando ero molto piccola ricordo mia madre preparare il caffè in questa maniera, e servircene un po’ nella tazza di latte, per renderlo tiepido.»
Il contatto tra la plastica della maniglia della caffettiera e la presina, con la forza in verticale muscolare, in orizzontale ossea durante il gesto di versare nella tazza subito fumante, prima l’una e poi l’altra, a compensare il futuro previsto dalla gravità. È come mettere il vetro antiproiettile tra il pubblico e la scena del gorilla di montagna in uno zoo di città a difendere un pollaio di casette a valle dal rombare atroce della valanga, impedire ogni nuovo presente ipotetico e perturbare, prendendo alla sprovvista, quel noi totale.

Hans Mayer guardava le foto di famiglia. Ne sembrava rapito. Ringraziò con un cenno del capo prima di alzare con pollice e medio la bevanda da sorseggiare. Daniela annusava lasciando che la condensa passasse davanti al suo sguardo e ne lesse un segnale di fumo indiano: che in quel momento non c’era niente, non più, che niente c’era mai stato, ma mai solamente in quel momento ed in maniera esclusiva in quello, nello sciogliere attualissimo i pensieri in bava di vecchio che cola per rivoli sulle cosce martoriate di labbra e di mento mentre dopo pranzo, nel punto che ha succeduto d’infiniti punti la fine della vita prima, ovvero la vita dopo la fine della vita in due (perché questo, pensava in un tormento, è l’Occidente), trasmettevano al canale nazionale la serie in cui niente già prima succede mai più. Ovvero, il niente che non è non percezione dell’azione in quanto tale, né oblio della contempl-azione, ma azione di contemplazione dell’oblio. È in questi casi che il nostro cosmico destino alle condizioni iniziali ti manifesta queste sue febbrili strutture frattali, e rischi di trovarci follia, oppure crudeltà, crudeltà, follia, regolarità.

«Sembra che foste molto felici, insieme; quanti anni sono, signora Sauer, che dura la cosa?»
Con questa sua non ben nascosta apologia di se stesso in quanto fotomoltiplicatore d’ogni acquiescente segnale emotivo, lo psicologo veicolava la conversazione che finalmente era indirizzata a ritenere Daniela; avrebbe immerso le zampe che ella sperava essere quantomeno palmate, e gli era sembrato che oggettivamente e neanche troppo lamarckianamente lo fossero, nello stagno viscoso della malattia del marito.
Lei non aveva paura; di fronte a Diedrich, alle volte, forse poteva mostrarsi debole, e piangere aggrappandosi a lui, o sputargli in faccia tutto il risentimento che come un immenso tumore aveva accumulato in quei sette anni; alle volte se ne pentiva, anche, guardando l’ombra della notte stendersi sul cammino attraversato con quella sua locomotiva a vapore nel tempo ed inesorabile inseguirla ed averla quasi raggiunta, e sospirava in considerazione della condizione statuaria di fragilità del marito che non di rado gli sembrava ormai un vecchio indifeso, un cavallo zoppo destinato al macello, ma Cristo! Cristo, lei lo amava! E niente avrebbe potuto inginocchiarla, la più devastante delle piaghe, la più sanguinosa delle guerre non avrebbero avuto che l’effetto d’istigarla a riavere la sua bussola, quella metafisica insensata e consapevolmente sostituita alla religione che era suo marito: per non sprofondare mai più.

Stava per rispondere, ma entrambi udirono dei passi. Si voltarono. Nella stanza, la donna in piedi in vestaglia, il professore vestito da idraulico seduto dall’altra parte del tavolino e Diedrich, con l’aria confusa in piedi, sulla soglia della cucina.

CONTINUA (qui tutte le puntate)

Luca Marinelli

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