SEMIAUTOMATICA #8

p.1 VERDE 15

Verde 15, agosto 2013 (In copertina: Grazia Greuter, Mother and child)

Inverno ’93, nella vecchia Stazione Termini: è l’incipit della ottava Semiautomatica, apparsa per la prima volta nel numero 15 del nostro cartaceo (agosto 2013, ne abbiamo parlato già qui). Non una puntata qualsiasi, naturalmente, ma qualcosa di simile al racconto della scena primaria di Simone Lucciola. Niente sesso però, si parla di divise.

Inverno ’93, nella vecchia Stazione Termini. Sono lì con almeno altri tre amici assortiti tra compagni delle superiori e vicini di casa, perché andiamo spessissimo a Roma sostanzialmente per mangiare al McDonald’s e fare rifornimento di dischi che a Formia non si trovano (parlo di classici hard rock e punk sputtanatissimi, AC/DC, Sex Pistols, Kiss, Motörhead, Whitesnake, Black Sabbath, per quanto possa sembrare incredibile). Di tutto l’assortimento della Ricordi di Via del Corso io – che ancora non capisco un cazzo di musica – ho comprato proprio Destroyer dei Kiss con quella sua orribile copertina viola e chissà quale altro trascurabile e muffoso cavallo di battaglia anni ’70. Forse è un’epoca felice, del resto ho quindici anni, e anche se la giornata non è stata un granché alla fine già il fatto di attraversare le vetrine invernali chiacchierando sotto un cielo buio e incamminarsi verso il treno con un pacchetto della Ricordi nello zaino vale di per sé il gioco e relativa candela. Sennonché sono le dieci di sera e mentre gli altri, in attesa sul binario, cazzeggiano tra loro alla solita, liceale maniera, io prendo e mi allontano un attimo per comprare un pacchetto di sigarette, e il caso vuole che trovi un tizio di colore che le vende di contrabbando all’inizio di un sottopassaggio. Ha vari pacchetti con sé, dunque scelgo Marlboro o Diana rosse non ricordo, ma mentre gli sto dando il cambio in lire lui mi fa cenno di seguirlo in fondo al tunnel buttando indietro la testa e comincia ad allontanarsi prima a passo veloce e poi di corsa. Io penso che mi stia fregando i soldi o chissà che e lo seguo, ma dopo manco due metri arrivano correndo due poliziotti in divisa, uno giovane e uno sulla quarantina che mi sbatte il braccio teso sul collo, facendomi malissimo, e mi scaraventa di forza contro un muro, mentre l’altro mette a terra il nero e lo preme a faccia in giù sul pavimento sporco come un sacco di patate. A questo punto si danno il cambio e mentre quello che ha servito me ammanetta quel poveraccio, il giovane (che possa morire in questo preciso momento su un’autobomba, se per disgrazia ancora campa) estrae la pistola, toglie la sicura e me la incastra sotto le costole, urlando Stai fermo stai fermo non ti muovere con tutto il fiato che ha in gola. Il bello è che questo figlio di puttana non ha che vent’anni e trema come una foglia, e tra le tante cose che gli tremano, oltre a voce mascella gambe occhi spiritati, c’è la mano con cui tiene il cannone che mi sta puntando contro perché secondo lui io sono un pericoloso sospetto, nonostante il fatto che sia evidentemente un moccioso e che il suo collega di quarant’anni mi abbia praticamente picchiato senza lasciarmi dire una sola parola. L’equivoco viene chiarito dopo due minuti in cui rimango inchiodato contro il muro a guardare la paura riflessa negli occhi vitrei di un sottosviluppato che non solo non fa rispettare l’ordine ma non appartiene tout court alla mia razza, pensando ecco qua, adesso gli parte un colpo e sono finito. Quando finalmente mi lasciano aprire bocca e apprendono che il nero vende sigarette e che io sono un semplice avventore occasionale e minorenne, mi dicono di andarmene e nel frattempo continuano a rompere i coglioni a lui che oltretutto è pure extracomunitario. Io me ne vado insultandoli e guardando le loro facce inerti che si beccano tutti i miei improperi senza assumere una qualsivoglia espressione: gli avranno detto che non giustificare il loro operato è di prassi. Fine della bella giornata.

Tornato al binario, gli altri mi chiedono dove sono andato a cacciarmi. Tiro fuori una scusa. Mi vergogno abbastanza di quello che mi è successo e non voglio farne parola con nessuno, come penso accada a chiunque abbia subito una violenza gratuita e visto suo malgrado il lato disumano del mondo. Da allora odio la polizia, l’autorità, lo Stato. Da allora ho subito più di duecento fermi tra polizia, carabinieri e guardia di finanza con cani antidroga (per inciso, mai venduto o portato in giro droga in vita mia). Da allora, pur essendo tuttora incensurato e non avendo mai rubato neanche una caramella, continuo ad essere perseguitato come non accade a tante altre persone e sono quasi certo che il mio nome sia segnalato in qualche incartamento della Digos. Da allora ho il sospetto che loro sappiano chi sono io come io so chi sono loro.

«Guarda che non mi fai paura, solo perché porti una divisa». L’ho detto tante volte. Mai ottenuto risposta.

Simone Lucciola

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