CASUAL FRIDAY #9: GIOIA

Savino Ficco, Jenəsis

Savino Ficco, Jenəsis

Casual Friday è la rubrica di Verde nata per promuovere un nuovo reading code. Ogni settimana un racconto inedito di un autore diverso che cercherà di farvi ridere, divertirvi o semplicemente imbarazzarvi. Con chi potevamo ricominciare, dopo la pausa estiva, se non con Paolo Gamerro, oggi che è anche il suo compleanno? È venerdì, rilassati!
La foto è di
Savino Ficco e si intitola Jenəsis.

Credo che la vita sia stata davvero ingiusta con me, ci rifletto da parecchio tempo e la pizzata di classe di questa sera ne è stata la prova. Tutti i miei ex compagni sono diventati avvocati, dottori, persone di tutto rispetto, con un buon lavoro, una famiglia, un cane, una bella macchina. Invece io, che sono uscito dalla maturità con il massimo dei voti e sempre con il massimo dei voti mi sono laureato in Lettere, non ho più nemmeno quello straccio di impiego part time da Mediaworld e mi ritrovo disoccupato. Se va avanti così a breve dovrò tornare a vivere dai miei. Forse giusto a Mirko Frutto, che si è beccato la SLA, è andata peggio di me, ma non ci giurerei; anzi, secondo me Mirko se la passa meglio, almeno la SLA in qualche modo gli darà il suo bel daffare, riempiendogli le giornate. Le mie, da quando mi hanno lasciato a casa, sono mortalmente vuote e noiose: mi sveglio all’una e sto sui porno tutto il giorno, mangio focacce surgelate e spreco in alcol al Bar Oasi tutti i soldi che ho sul conto.

Mentre finisco il quarto Campari col bianco della serata – lo sorseggio da solo al tavolo rimuginando sui miei fallimenti – l’angoscia sale e mi azzanna l’intestino. Vedo i fantasmi dei miei nonni, convinti che sarei diventato qualcuno di importante, o perlomeno che sarei stato felice. Vedo la buon anima del Professor Fulci, il mio insegnante di storia dell’arte al classico (stroncato da un infarto l’inverno scorso), che vedeva in me una mente intuitiva, un ragazzo creativo. Vedo Suor Clotilde dell’oratorio San Luigi, sempre benevola e sorridente, mi aiutava nei compiti di matematica, mi preparava la merenda e tesseva continuamente le mie lodi ai miei genitori, raccontando loro di quanto fossi studioso e intelligente.
(Ecco, lei in realtà è ancora viva ma è affetta da demenza senile, quindi la considero già tra i morti e perciò la vedo, vedo anche lei, li vedo tutti i fantasmi davanti a me. Mi squadrano sdegnati e delusi: ho fallito tutto.)

E in questo momento, la testa mi gira e mi viene da vomitare e ordino ancora da bere per stordirmi di più, nel mio cervello si fa strada una soluzione tanto estrema quanto semplice e ragionevole.
Il suicidio.
Mi ammazzo e non ci penso più. Tanto lo so che andrà sempre peggio, qual è il senso di andare avanti se sono condannato a essere un miserabile per tutta la vita?
La fai finita e via, no? Tanto quello dovevi fare l’hai fatto, chi te lo fa fare di stare qui anche soltanto altri cinque o dieci anni? Accumuleresti solamente altro stress, ti verrebbe comunque un cancro per la frustrazione. Che ti frega?

Mi portano da bere al tavolo, mi stropiccio gli occhi, tento di fare chiarezza nella mia mente annebbiata dalla paura e dai superalcolici.
Tra l’altro, diciamocelo: sei pure brutto, ti è venuta una panza scandalosa, se ti infili le camicie che mettevi fino all’anno scorso sembri Massimo Boldi. Cioè, dai, anche dal punto di vista sesso: fisso che non te la darebbe più nessuna, che vivi a fare se già sai che non scoperai più? Vuoi andare avanti a seghe su Instagram, guardandoti le foto di tutte le tipe che non ti farai mai?

Il mio Doppelgänger si è materializzato di fianco a me. Lo guardo e mi faccio pietà: quasi del tutto calvo, sovrappeso, una felpa logora della Fruit of The Loom, jeans sdruciti e Clarks consunte. Sembro un barbone, sono un reietto, trangugio il Campari e poi decido: ok, mi ammazzo, stanotte, lo faccio, ne sono convinto.

Esco dal bar e mi investe il freddo di gennaio. Ommioddio quanto sto male, mi gira tutto. Tiro su il Campari in strada. Continuo a sboccare, mi sporco il piumino della Champion, mi imbratto i pantaloni, scivolo e cado nella pozza del mio stesso vomito. Vomito, vomito, vomito ovunque. Il mio Doppelgänger ride di me, sei proprio un fallito sghignazza, e ha ragione. Barcollo fino alla fermata Gioia della metro, dopodiché scendo giù, appena passa il primo treno mi ci fiondo sotto e tolgo il disturbo, qui non c’è anima viva, sarà una dipartita veloce e indolore. Mancano due minuti scarsi, i miei ultimi secondi su questa terra, e spero che passino il più in fretta possibile, perché sapete che c’è di nuovo? C’è che mi sono stufato di stare al vostro gioco, di subire sempre e non avere mai una rivincita, mai, mi sono rotto di starmene a vedere sempre i soliti stronzi che vanno avanti mentre io, sempre io…

BZZZ-BZZZ. BZZZ-BZZZ.
Un messaggio Whatsapp, proprio adesso. Chi può essere? Mi tolgo i guanti. È Roberta Frutto, la sorella del povero Mirko. Dice:

Ciao ragazzi, inoltro a tutti voi queste parole, a nome di mio fratello che purtroppo non riesce più a scrivere.
Amici,
spero che questa sera vi siate divertiti, ricordando i vecchi tempi e i giorni spensierati in V B. Mi è arrivato il vostro selfie di gruppo e mi ha tanto commosso. Mi mancate tutti moltissimo e avrei voluto abbracciarvi uno per uno stasera, ma non riesco più a muovermi né a parlare. Purtroppo la malattia è arrivata alla fase terminale e mi rimane poco da vivere. Non credo che ci rivedremo più ed è una cosa tristissima questa, ma siete stati gli amici più grandi che abbia mai avuto e con voi ho passato momenti indimenticabili, indelebili, scalfiti nella mia anima, che rimarrà viva in eterno anche dopo la morte, che non mi spaventa perché, come studiavamo in filosofia a scuola, quando c’è lei, non ci siamo noi; quando ci siamo noi, lei non c’è. Ve lo ricordate? Era il buon vecchio Epicuro, il filosofo che più…

La metropolitana arriva all’improvviso, si ferma un attimo e se ne va via senza nemmeno darmi il tempo di suicidarmi. Porcaputtana! È pure passata in anticipo! Per colpa del pippone di Mirko non sono nemmeno riuscito a uccidermi! Ed era l’ultimo treno della notte, ora per ammazzarmi dovrò aspettare il prossimo che passa alle cinque e mezza, cioè tra quattro ore. Sono uno sfigato, così sfigato che quando morirò mi passerà davanti agli occhi un film di Muccino. Sbuffo incazzato e cancello il messaggio della guastafeste, che tra l’altro mi è sempre stata sui coglioni: la tipica parafighetta cattocomunista da oratorio, moralista e snob. Prendo a calci una lattina di Fanta che trovo per terra e bestemmio.

Il mio Doppelgänger è stravaccato su una panchina, dietro di lui il gigantesco poster del nuovo film di natale di Aldo, Giovanni e Giacomo. Lo osservo attentamente, gli tocco la guancia ma non batte ciglio, provo con uno schiaffetto ma rimane inerte, spossessato. È morto? Mi volto, non c’è nessuno qui stanotte, soltanto io e il mio Doppelgänger che mi fissa con due occhi bovini gialli e uno sguardo vacuo rivolto verso il nulla, cioè me.
La vertigine mi provoca un conato che trattengo con fatica. Poi un lampo di lucidità: dalle tasche dei jeans gli prendo il portafogli e scappo via.

Paolo Gamerro

Annunci

One thought on “CASUAL FRIDAY #9: GIOIA

  1. Pingback: Una settimana di racconti #1 | ItaliansBookitBetter

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...