STORIE NERE #1: PALMINA

Verde zero, maggio 2012

Verde zero, maggio 2012 (Progetto grafico e impaginazione Elena Bortolini)

Salve! Sono Luca Carelli, forse vi ricorderete di me per i racconti La malinconoia ci dividerà di nuovo parte I e parte IIFrancesca o Elisabetta. Nell’aprile del 2012 mi sono unito a Verde e un mese più tardi, nel numero zero, è stato pubblicato questo racconto che ha inaugurato la rubrica Storie Nere, curata dal sottoscritto per più di due anni. In questo mio scritto, come negli altri, ci sono alcuni elementi autobiografici che ho sapientemente mescolato a fatti reali in parte trasfigurati, ma ho anche inventato tante cose, come ad esempio punteggiatura e sintassi. Il racconto si intitola Palmina e comincia così:

Il carcere ha un suo codice preciso che come ogni legge è sacralizzata fino al feticismo. L’interazione tra prigionieri risponde a meccanismi che, come un ingranaggio, si basano su eccellenze e unicità. Da detenuto politico capii in fretta di occupare un posto di rilievo nella scala gerarchica carceraria, una piramide che esiste e si impone al di là delle parole, quando venni assegnato alla biblioteca.

Per molti anni il mio rapporto con i miei compagni si risolse nel ruolo che presto mi venne affibbiato: subito dopo la condanna ripresi l’università e per tutti divenni il professore. Scrivevo per gli altri detenuti lettere alla direzione, alle famiglie e alle amanti, ma non legai con nessuno finché non arrivarono Giovanni e Enrico. Vennero arrestati all’inizio del 1988 e passarono in carcere soltanto alcuni mesi prima del processo. Non era la prima volta che finivano dentro, ma questa volta rischiavano l’ergastolo. Tutti li conoscevano e temevano perché appartenevano a una potente famiglia mafiosa di Bari e per questo ricevevano un trattamento speciale. Gli avvocati riuscirono a farli assegnare alla biblioteca, nonostante uno dei due non sapesse leggere e sospettava che tutti quei libri potessero mettere in discussione la sua virilità.

Non avevamo nulla in comune ma sentivo una attrazione irrimediabile nei loro confronti. Nella sua violenta tracotanza, Giovanni mi comunicava un senso di veridicità totale e una mancanza di mediazioni che io riconducevo al suo impetuoso spirito individualistico e trascinatore. Di Enrico invece, complemento subalterno del fratellastro, mi incuriosiva l’ostilità fobica per i libri e la scrittura: se all’inizio potevo sentirmi a disagio – provenivo pur sempre da un ambiente di lettere – in seguito quel rifiuto arreso mi suggeriva l’esistenza di un’altra via, un modo vitalistico e sincero, per quanto squallido e oscuro. Se i libri per me erano tutto e non immaginavo la mia vita senza di loro, avevo ora di fronte la testimonianza tangibile di una rinuncia che non sembrava né lancinante né dolorosa.

I giorni passavano e ai miei occhi i fratellastri si imponevano sempre di più come un modello che non avrei mai seguito, ma che non potevo non conoscere rapidamente e con avidità. Era una infatuazione perfetta che non lanciava segnali di sé nel suo svolgersi. Mi sentivo come un entomologo spaventato dagli insetti, alle prese con la derubricazione della propria fobia al di fuori dell’ambito di lavoro. Esisterà, mi domandavo, un ematologo capace di svenire al mattino di fronte allo specchio per una rasoiata frettolosa e di resistere impassibile sulla scena di un crimine sanguinoso? Raggiungemmo l’apice durante il nostro ultimo incontro, quando Giovanni mi confessò di aver fatto parte del Fronte della Gioventù e che ai suoi occhi rappresentavo la sintesi del suo disgusto ideale. Le sue parole mi ammaliarono, ero esaltato e avvinto.

A fine 1988 Giovanni e Enrico vennero assolti e immediatamente scarcerati. Ho vissuto quel momento come uno strappo simile a un abbandono, che per alcuni mesi mi causò il dolore che si prova per certe occasioni perdute. Solo allora, come reazione, emerse il bisogno di conoscere con più chiarezza la loro storia: avevano alle spalle diversi arresti per sfruttamento della prostituzione, molte delle loro ex erano state iniziate al giro, saldamente gestito dalla madre dei due, in uno schema semplice e ben collaudato che in casi estremi prevedeva gravidanze, infanticidi, matrimoni e aborti.

«Enrico conosce Franca nel 1979. Lei rimane incinta quasi subito e i due si sposano immediatamente. Enrico ha già deciso che andranno a vivere con sua madre in una chiesa sconsacrata che occupano da diversi anni e che dopo il parto Franca dovrà cominciare a “lavorare”. […] Giovanni scopre che Franca ha due sorelle. La più giovane è Palmina, 14 anni, spirito ribelle e una famiglia problematica alle spalle. Da mesi organizza con una sua compagna di scuola una fuga in Germania, lontano dal padre e dal paese che odia. […] Quando arriva Giovanni, Palmina non ha più voglia di scappare: lui ha 19 anni, fa il militare a Mestre ed è bellissimo. Palmina si innamora subito, nonostante il suo modo di fare anomalo: la corteggia con insistenza, ma è freddo e distaccato. Passa presto a delle proposte esplicite che Palmina rifiuta sdegnata […] Giovanni insiste, tira in ballo Franca, tenta di farlo passare come un gioco divertente prima e come un lavoro ben pagato poi, ma […] Palmina non ci sta.
[…] L’11 novembre 1981 il fratello di Palmina sta rincasando. Fa molto freddo, ma Antonio deve andare a riempire la cisterna giù in strada, perché nel quartiere l’acqua non arriva nelle case. Delle urla spaventose provenienti dal bagno lo allarmano e lo angosciano: può essere di tutto, ma sembra proprio una bestia ferita a morte. […] Nella doccia, senz’acqua, Palmina è una torcia umana che muore mentre il fuoco le scioglie la pelle e la carne come cera bollente fonde muscoli e tessuti, in fondo fino al cuore. […] In ospedale, poco prima di perdere conoscenza, Palmina racconta ai medici e ai magistrati quel che è successo […] accusando Giovanni e Enrico di averle dato fuoco con “alcool e fiammiferi”. Le sue dichiarazioni vengono registrate su nastro […] La ragazza entra in coma e muore venti giorni dopo.
Nonostante le parole della ragazza, i due indagati verranno assolti e la morte di Palmina verrà archiviata come “suicidio intenzionale”».
(Gazzetta del Mezzogiorno, 20 ottobre 1988)

Da allora, in un paradossale e beffardo rovesciamento del mio percorso di militanza e di vita, le storie che mi interessano di più sono quelle delle vittime, morte o vive che siano, colpevoli o innocenti, chiunque esse siano, al di là dei ruoli e dei fatti.

Arsa viva (Corriere del Mezzogiorno, 24 marzo 2015)
Alcol, fiammifero (Chi l’ha visto, pagina del caso)

Luca Carelli

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