SEMIAUTOMATICA #7

p.1 VERDE 14

Verde 14, luglio 2013 (In copertina: Francesco Aprile, Manifesto)

Breve, ispiratissima e cattiva: è la settima puntata di Semiautomatica, la rubrica di Simone Lucciola, pubblicata nel numero 14 del cartaceo (luglio 2013). Scrivevano con Simone Valerio Evangelisti, Francesco Verso, Alda Teodorani (“il malefico tridente delle meraviglie”, come da editoriale), Ivan Pozzoni, Paolo Gamerro (al suo esordio su Verde), S.H. Palmer e Pierluca D’Antuono (con una prescindibilissima lettura di Dexter talmente sbagliata da far impallidire il finale della stagione 8 – d’accordo, quasi impallidire). Copertina e illustrazioni di Francesco Aprile.
Oggi è il primo settembre: buon anno a tutti.

Figlio mio ipotetico,
ti odieranno e ti invidieranno per quelle quattro renette bacate che ti ho lasciato. Ma tu lucidale, bonificale, rimpolpale, e quando e se saranno dure come palle da cannone, sbattigliele in faccia con tutta la forza che hai.
E ora tirami una sega, Ruyard Kipling.

Épater le bourgeois con tanti braccialetti di stelle stroncate dai cofani delle Mercedes, ottimi anche come tirapugni per spaccare i vetri, ottimi come corpi abrasivi per rigare le fiancate. Rubare candele e lumini votivi nelle sacrestie per illuminare spelonche senza corrente elettrica, bersi una cassa di birra giocherellando con la cera. Farsi le canne al cimitero, utilizzando i loculi come scalini. Arrampicarsi sui tralicci dismessi dell’Enel, appendersi per le ginocchia e lasciarsi penzolare nel vuoto a testa in giù. Correre all’impazzata lungo le rotaie illuminate, rincorsi dal diretto Napoli-Roma delle 21:45. Appoggiare le cento lire sui binari per ricavarne medaglioni. Salire sui vagoni fermi al deposito ed accendere tutte le luci. Ravanare nell’immondizia alla ricerca degli scarti della pizzeria di fronte. Rullare cicche dai mozziconi trovati sul pavimento. Incendiare i secchioni dell’immondizia e spingerli in fiamme giù da una discesa. Svitare le targhe d’intitolazione delle strade. Andare al mare vestiti di nero. Offrire sigarette intinte nel petrolio, improvvisare food fights con esplosioni di bigné alla crema, abbandonare su un tavolo bottiglie di piscio raffreddate in frigorifero.
Beata gioventù, ci hai portato a delle batoste che manco il Settimo Cavalleggeri.

Per sfogarmi della nostra sorte disegnavo sui mobili.

Per sfogarmi della nostra sorte disegnavo sui mobili.

Quando stavamo alla casa dello studente era un po’ come stare in galera: c’era la possibilità di stringere grandi amicizie dettate almeno all’incipit dalla disperazione. Fredi contava compiaciuto le manate nere lasciate sui muri dagli inquilini precedenti e mi diceva che quelle erano tutte scopate. A me la cosa non solo non divertiva ma inquietava. Mi immaginavo coppie di neaderthaliani pelosi che si rotolavano grufolanti nel mio letto, emettendo grida di piacere in idiomi e dialetti sconosciuti. Senza contare le sborrate sedimentate sulle coperte militari in lana grezza, riconoscibili a distanza di anni. Gli scaldabagni erano pieni zeppi di calcare, ti ci potevi fare una doccia e mezza ogni sei ore. E poi c’erano questi maledetti stanzini singoli, grandi come un loculo, dove per tutta la notte dalla tua branda sentivi il rumore di tutti gli sciacquoni di tutti i cessi del palazzo. «Sei fortunato, t’è toccata la singola». «Mi ci fai scopare sabato notte, che viene la mia ragazza dalla Svizzera?». Per sfogarmi della nostra sorte disegnavo sui mobili.

Simone Lucciola

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