DESIDERI INFRANTI (PARTE V)

Digital Camera

D.C. Guasconi, foto di scena dal film Fratelli – Una storia vera (Josif Michail Vardiashvili, 1990)

Quinta puntata di Desideri Infranti: è il 14 agosto 2006, la vigilia del ritorno sulle scene dei Fiacchi Franti, gloriosa e sconosciuta band fiorentina fondata nel 1977 da Federico Franti. Il chitarrista vaga nelle strade della città che non conosce alla ricerca di un tabaccaio aperto. E chi ti incontra invece? Di Pierluca D’Antuono.

I cespugli e gli alberi tremavano dal caldo, la notte incombeva silenziosa su quella che doveva essere Via Montegrappa, dove niente di simile a un bar o a un tabaccaio si intravedeva, fossero stati pure chiusi. Davanti a un centro fitness, mentre sudava, evitò alcune bottiglie di plastica che sull’asfalto si accalcavano insieme a pacchetti di sigarette accartocciati e manifesti strappati di lungo. Stanco dell’inutile camminare, puntò una Multipla parcheggiata sulle strisce pedonali e si appoggiò sul cofano marrone che si ritirò sotto il suo peso. Una telefonata poteva aiutarlo. Una telefonata ponderata.

Una telefonata ponderata avrebbe potuto risollevare Federico, depresso come un fondale garganico dopo una notte di luna nuova. Il suo cuore malinconico già componeva le dieci cifre del numero di Anna, che non sentiva dal giorno prima, ma la sua ansia, in accordo con lo scarso spirito di adattamento, gli suggerivano il numero di Pino, che a quell’ora poteva essere una preziosa compagnia, rassicurante per il giorno dopo. Accettare non era stato semplice, non aveva mai suonato in quella città, non la conosceva affatto e non sapeva quanto fosse popolare negli sterei del posto. Pino gli aveva giurato che il concerto si poteva fare e che avrebbe avuto successo. Si era mosso bene per organizzare la data nella sua città, era innegabile, ma non era stato abbastanza convincente e Federico non si fidava di lui. Lo conosceva da sei anni, si erano incontrati a Roma, quando Pino faceva il postino e consegnava le lettere nel suo quartiere.

Col tempo ci si abitua quasi a tutto, anche ai postini. Pino sapeva chi era Federico e conosceva i Fiacchi Franti. Era il suo gruppo italiano preferito, li aveva visti cinque volte dal vivo e aveva tutti i loro dischi. Un giorno, dopo avergli portato un sollecito dell’Enel, invitò il cantante a vedere i We Killed Mishima, il suo gruppo punk ’77 giapponese preferito, che dal vivo suonavano settantadue pezzi in trentatré minuti e mezzo. Pino allora aveva trentasei anni, ma i pantaloni di pelle che indossava da sempre, le Converse bianche sporche e il rictus efedrinico stampato sul viso gli permettevano di dimostrarne non più di diciassette. Fu allora che Federico scoprì oltre il postino un discreto batterista che stava per realizzare il sogno di una vita, e se ne ricordò l’anno dopo, durante le registrazioni di Eroe Io, Eroina Tu. Ma al concerto non ci andò. Ormai non ascoltava più gruppi punk.
A memoria ricordava il suo telefonino senza credito, ma un tentativo andava fatto. Doveva decidersi.

Anna Lagò dormiva avvolta in un lenzuolo di seta timidamente azzurrino, nel matrimoniale dal quale Antonio Gobbi si era appena levato. In cucina, da un vecchio manifesto, un uomo vestito da schermidore lo guardava calarsi sul fornello per accendere una Marlboro Light.
Piccoli dettagli rendono un uomo peggiore di un altro, piccoli dettagli che talvolta le donne sottovalutano o non sanno leggere.
Gobbi seduto comodo giocherellava con la sigaretta, spuntandola nel posacenere verde di argilla che troneggiava sul tavolo rotondo. Sorrideva, nudo flaccido e coi baffi, inspiegabilmente indossava un cappello grigio da baseball che copriva i lunghi e folti capelli lisci e neri e, mentre si massaggiava senza cognizione il capezzolo sinistro, accese il piccolo televisore sul mobile nero di fronte al tavolo e poi pensò di aprire il frigorifero.
La sigaretta fumava nel posacenere, Gobbi frugava i ripiani, certe grosse valigie davanti all’uscio dell’appartamento erano pronte per partire, Anna riposava immobile in una posa che la faceva più bella di quel che era. Raitre trasmetteva un vecchio film in bianco e nero di Robert Aldritch: serissima, Joan Crawford chiedeva «Aspetta… senti… può una donna cambiare idea?», mentre Cliff Robertson la scrutava severo.

Scrivere è un dolore che nessuno può toglierti…
Poco prima di pestare una merda davanti a un pub chiuso in Via Trento,
Scrivere è un metodo, non è un contagio…
Concentrato, pensava ad Anna, per un attimo il pacchetto di Lucky Strike dure uscì dalla sua mente,
Scrivere è un lavoro che non ti pagano mentre lo fai né a fine mese…
L’ululato oscuro di grossi cani lontani non infranse il suo meditare,
Scrivere è un lavoro?
Finché una frase, cercata, passò rapida convincendolo.
Scrivere è un lavoro che a volte se ti dice bene ti pagano comunque lo fai.
Anna aveva spento il telefono. Probabilmente dormiva.

Pino Canosa steso sul letto era concentratissimo sul bellissimo che Rete 4 mandava in onda quella notte. Nadia Cassini, Carmen Russo e Olivia Link scoprono di aver ereditato un miliardo di lire, da dividere equamente, da una quarta amica – ora tragicamente scomparsa – emigrata anni addietro dal ridente paesino ciociaro in cui abitavano. Le tre, dopo un attimo di smarrimento e legittima commozione, vengono a conoscenza della scioccante clausola testamentaria fissata dalla defunta: entro tre giorni devono tradire i rispettivi mariti; qualora soltanto una delle tre si fosse rifiutata, automaticamente anche le altre avrebbero perso l’agognata eredità. Carmen Russo, di fatto, non ha da far nulla perché da tempo è già dedita all’adulterio, Nadia Cassini la considera una ghiotta occasione per vendicarsi del marito fedifrago, mentre la terza amica, violoncellista cattolica ultrapuritana, indignata, non ne vuole proprio sapere. È qui che entra in gioco suo marito, il prezioso Gianfranco D’Angelo, che farà di tutto per farsi tradire dalla moglie, presenziando nascosto ad ognuna delle equivoche situazioni che man mano riuscirà a creare, in vista dell’importante bottino da conquistare. Il film, appena cominciato, scorreva da paura e Pino aveva già assistito a due semispogliarelli di Nadia Cassini e per tre volte aveva ammirato le bocce nude di Carmen Russo, ma più di tutte era la morigerata violoncellista ad eccitarlo, che ogni tanto lasciava intravedere le sue forme mentre in camicia da notte suonava in perfetta solitudine nella sua camera da letto. Sotto il poster dei The AdolfSS, il suo gruppo punk ’77 cinese preferito, il batterista affondava la mano destra nella busta di lupini poggiata sui suoi pantaloni di pelle, mentre il pollice sinistro spulciava pigramente la rubrica telefonica del suo Nokia 3310 – con la vibrazione per non svegliare la mamma – alla ricerca del numero di Federico. Lo immaginava in città già da alcune ore e si aspettava da un momento all’altro una sua telefonata, mentre il marito di Carmen Russo stava per entrare nella stanza d’albergo dove la sua donna si univa con lascivia al marito di Nadia Cassini.

(Geloso Federico Franti non lo era mai stato, perché sempre sinceramente amato.)

Il fatto che non ci fosse neanche un manifesto con la sua foto non voleva dire niente. Il giorno dopo ci sarebbe stata gente. Tanta. Se lo sentiva. In fondo a ferragosto le città non si svuotano più come una volta, in vacanza non ci va più nessuno. D’altra parte, il doppio ritorno sulle scene che si sarebbe consumato il giorno dopo era un forte richiamo per la cittadinanza, un evento irripetibile. Non bastasse Federico con i suoi Fiacchi Franti, dopo di loro avrebbe suonato Antonio, il mitico cantautore di Castel Sinone, celebre negli anni Ottanta con i suoi tormentoni Mi (chi)ami?, Io, te e lui e Massaggiamoci, poi sparito improvvisamente all’apice del successo, nel 1988, per una storiaccia di abusi e groupies minorenni. A 59 anni, dopo aver segnato un’epoca con la sua ambiguità e il suo talento, il Boy George italiano voleva riprovarci. Molto più di un semplice concertino di ferragosto.
Devo chiamare Pino.

Federico camminava lentamente sotto il display della farmacia di turno che segnava le 2 e 37 minuti e 31 gradi centigradi quando notò, in fondo alla strada, un ragazzo con una cresta fucsia che vomitava in una posa assolutamente innaturale su una panchina in parte divelta; al suo fianco una ragazza, avvolta in una canotta nera che conteneva con sofferenza la sua enorme pancia bianca, cercava di liberare alcune ciocche dei suoi bellissimi capelli rossi incastrati nell’alveare di enormi cerchietti e piercing che ricoprivano il suo orecchio destro. Il cane che gli accompagnava prese ad abbaiare rabbiosamente appena s’accorse di Federico che, terrorizzato, camminava radente al muro con gli occhi bassi, sperando di non dare nell’occhio.
Erano i primi due esseri umani che incontrava per strada. Aveva paura.

I due esibivano modi violenti e ostili. Probabilmente lo avrebbero aggredito, sicuramente avevano bisogno dei soliti venti centesimi per fare la solita importantissima telefonata, per partire perché come al solito avevano perso il biglietto del treno, o per mangiare perché come sempre erano stati appena derubati. Erano disposti ad uccidere pur di avere quei venti centesimi, lo sapeva. Lo avrebbero preso di petto, esigendo gentilmente, ma un rifiuto li avrebbe imbestialiti. Cose già viste, pensò Federico, storie già sentite. Io questi qui li conosco bene. Queste facce, questa postura, l’aura che emanano, sono cose che conosco bene. Mi fanno schifo, pensò.
Ho paura.
Aveva paura di quei due giovani ragazzi, ad occhio e croce ventenni, che potevano essere suoi figli. Il cane urlava e lo puntava con gli occhi spiritati e il pelo bianco bruciato dal fango e presto quei latrati avrebbero allertato i suoi padroni che non si erano accorti di nulla, ottenebrati com’erano da chissà quale droga assunta. All’improvviso Federico realizzò di essere con le spalle al muro; tornare indietro era fuori discussione (lo avrebbero notato), non poteva far’altro che proseguire velocemente e passarli indifferente. Come un geco avrebbe marcato il muro, oltre la farmacia si sarebbe salvato. Non c’erano che cinquanta metri. Poteva farcela. Indurì i lineamenti e tolse la giacca rosa. Il rosa poteva offenderli. O scatenare la loro ilarità. A 54 anni la strada si racconta, non si affronta.

«Scusate!»
Marcare il muro, come un grosso geco.
«Scusate signore!»
Un grosso geco veloce e sfuggente.
«Scusate signore, ce l’avete venti centesimi?»
Grosso, sordo, veloce e sfuggente.
Scusate? Ce l’avete? Ma come parla?
«Devo telefonare a mia madre, signore!»
Insensibile.
Tua madre dovrebbe telefonare ai carabinieri appena torni a casa.
«Michele! Michè! Ma questo non è il cantante che suona domani?»
Il grosso geco, veloce sfuggente e insensibile, sordo non fu a quella domanda.
«Michè! Oh Michele?»
Staccandosi dal muro, riprese a respirare.
Finalmente!
«Com’è che si chiama il cantante che suona domani? Ma è questo qua?»

Il geco si frugò nelle tasche alla ricerca di una moneta, scansò una banconota accartocciata e s’incamminò verso di loro. Ora poteva riavvolgersi nel lino rosa della discordia, il sudario sgualcito che teneva appallottolato tra le mani.
«E svegliati, Michè!»

CONTINUA (qui tutte le puntate)

Pierluca D’Antuono

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