UN GIORNO DOPO L’ALTRO

#16 Toni Bruno

Verde 16, settembre 2013 (In copertina: Toni Bruno, Miss Paventi)

Lorenzo Iervolino (Roma, 1980) è redattore di Terranullius e componente della direzione artistica del Flep! Festival delle Letterature Popolari. Ricercatore e ideatore audiovisuale, nel 2012 ha girato l’Italia con il reading-concerto tratto dal romanzo Vogliamo tutto di Nanni Balestrini ed è coautore del format radiofonico La Staffetta – Storie ribelli e cronache perdute. Ha raccontato la storia, la vita e il pensiero di Sócrates Brasileiro nel libro Un giorno triste così felice (66th and 2nd, maggio 2014).
Il racconto Un giorno dopo l’altro è apparso nel numero 16 del cartaceo di Verde (settembre 2013, copertina e illustrazioni di Toni Bruno, con Sonia Caporossi, Lorenzo Iervolino, Pierluca D’Antuono, Alda Teodorani, Simone Lucciola, S.H. Palmer, Luca Carelli).

Un giorno dopo l’altro il tempo se ne va
le strade sempre uguali, le stesse case.
Un giorno dopo l’altro e tutto è come prima,
un passo dopo l’altro, la stessa vita.
(Luigi Tenco, Un giorno dopo l’altro, 1966)

Quando è iniziato tutto ciò? Con le assemblee di fabbrica, con le manifestazioni, con la prima mediazione dei sindacati? O molto dopo, quando Giorgio ha rifiutato l’aiuto di suo fratello, poi i suoi soldi una volta che lo Stabilimento Antonini era ormai un blocco di lamiera graffiata dalla ruggine, la cassa integrazione terminata, la produzione neppure riuscita ad emigrare in Ucraina. O forse solo recentemente il peggio ha preso forma, con le telefonate a conoscenti, a conoscenti di conoscenti, le scatole dei vestiti invernali lasciate a casa di Donato, dalla radio le voci dei terremotati di Finale dell’Emilia, di Modena, immobilizzati in una tragedia distante duecentocinquanta chilometri, costretti dalla paura a dormire in macchina per notti intere. Proprio come loro.

Lo sportello si apre e il rumore che Giorgio sente alla sua destra, oltre il sedile vuoto, è uno squarcio, una voragine, una sciabolata nell’aria sconquassata dalla pioggia, che solo adesso gli pare infrangersi con maggiore pesantezza sull’asfalto già caldo delle prime ore del mattino. Perché ci hai messo tanto? Cos’è successo?, vorrebbe chiedere ad Erika che entra in macchina e richiude piano lo sportello. Dietro di loro i bambini stanno ancora dormendo, sul sedile lungo, abbracciati ai cuscini come fossero immersi in una nuvola, o aggrappati ad uno zucchero filato gigante, Luca col pollice in bocca, Francesca che pare addirittura sorridere. Giorgio però non chiede nulla. Neanche Erika, per qualche istante, dice niente. Si asciuga le guance con le mani. Poi la fronte, la bocca. Ad ogni movimento di lei, Giorgio sente qualcosa gonfiarsi nel petto. Una bolla, pensa. Un pianeta. Un pianeta che toglie il respiro. Ho fatto il giro almeno venti volte, dice Erika inghiottendo aria e lasciando che i capelli le sgocciolino nuovamente sugli occhi, sul giacchetto aperto, sul sedile. Non c’è nessuno, aggiunge, entriamo adesso! Giorgio rimane in silenzio. Al di sopra di quelle parole appena ascoltate, vede occhi quasi materni, o caritatevoli, o addirittura falsi in quanto si sforzano (secondo lui) di non essere sfiniti, di non essere disperati. Oppure, a guardarli meglio, Giorgio ha la certezza (o il terrore?) che negli occhi di sua moglie non ci sia, neanche in questo momento, nessuna accusa nei suoi confronti. E se le avessi raccontato del fiume, si chiede, mi guarderebbe in modo diverso?

Erika intanto sistema il cuscino sotto la testa di Luca, che per un attimo aveva perso la presa del suo mega zucchero filato. Poi si allunga con tutto il busto verso il sedile posteriore. Tra l’esplosione di oggetti dalla cappelliera mancante, afferra una borsa di tela vistosamente deformata. La adagia tra i suoi piedi e questa emette rumori di ferraglia. Prima di risedersi dà un bacio a Francesca che pare non aver smesso di sorridere nei suoi sogni. Poi, entrambi, per un attimo (o per molto di più?), si voltano ad ascoltare il respiro lento dei bambini.

Al fiume si era fermato tornando dalla banca, una di quelle volte (quante, per l’esattezza?) in cui Girolami, il Direttore, si era negato. In cui un funzionario gli aveva detto che l’Ufficiale giudiziario li aveva avvertiti, lui non poteva farci niente, e aveva ripetuto le parole cattivo pagatore come un mantra, aggiungendo che, ormai, con diciotto rate di mutuo non pagate la casa sarebbe andata all’asta, il tempo che gli rimaneva per starci dentro era un’incognita. Giorgio era salito sul muretto dell’argine. Aveva guardato giù, l’acqua docile d’inizio giugno; aveva pensato a Santirosi Giovanni, che proprio in quel punto (o forse in un altro punto) si era lasciato cadere, operaio carrellista che lui aveva incrociato solo qualche volta, e che se non fosse stato per l’articolo sul giornale non si sarebbe ricordato nemmeno il nome. Oppure era la volta in cui camminando vicino all’argine gli era tornato in mente il loro fiume, lontano da lì: l’acqua aveva sommerso la valle, allagato i campi, bloccato intere famiglie in casa, affogato di terra umida e paurosa la mattina del paese. Dopo ore incalcolabili Giorgio ed Erika si erano trovati soli, lui con gli stivali zuppi, la terra fino alle labbra, le mani immobili arrese alla fatica della pala, gli occhi rossi grattati dai granelli; lei con un impermeabile corto da uomo, datole da qualcuno chissà chi, le ginocchia nude, uno straccio sulla testa quasi completamente bagnato. La sensazione che il pericolo era lontano. Forse non così lontano, ma fermo e, per entrambi, che si conoscevano di nome e che per nome conoscevano tutti i componenti della famiglia dell’altro, quella sembrò – per motivi non solo legati alla stanchezza e all’affanno – una tregua. Si erano addormentati insieme, vicini, sfiniti, senza sapere se gli ultimi dispersi del paese erano stati ritrovati. E ora, dov’era finito quel giorno? Come poteva calcolare la distanza da quel momento?

Giorgio dall’argine aveva pensato al salto, al vuoto, al suo cadavere gonfio e liscio che avrebbero ritrovato a valle forse due o tre mattine dopo. Ma non aveva avuto il coraggio di muoversi. Né in avanti, né indietro. Era rimasto lì a dondolarsi tra due paure diverse. Quanta stanchezza, allora, o disperazione, o rabbia, sarebbe stata in grado di trattenere, e dissimulare, lo sguardo di sua moglie, se l’avesse saputo?

In strada Erika tiene i bambini sotto le sue ali, che poi sono braccia, ma che funzionano come ali che proteggono dalla pioggia, dallo scorrere lento dei secondi e dei respiri che attraversano quelle stradine periferiche sotto la prima luce del mattino. Le loro otto scarpe calpestano la pioggia, senza far rumore. Giorgio imbocca l’ultimo vialetto, e per un attimo gli vengono in mente i piedi da morto di Santirosi Giovanni, grandi e scuri che si intravedono sotto il lenzuolo grigio nella foto sul giornale, il pianto di donna dalla radio durante i funerali dei diciannove operai rimasti schiacciati sotto i capannoni crollati durante il terremoto in Emilia. Diciannove di cui si conosceva la tragedia. Diciannove come lui e Santirosi Giovanni. Diciannove che sull’argine del fiume, Giorgio, non può negarsi di avere per un istante perfino invidiato. Erika gli indica una porta gialla, o forse marrone, ma diventata gialla nel disinteresse del tempo. Giorgio si guarda intorno. Dietro le altre porte del corridoio gli sembra di percepire degli sguardi. Porte che paiono bare allineate. Se avesse tempo di contarle forse si accorgerebbe che sono diciannove. Pure quelle. Infila il piede di porco tra i due bordi di legno ed inizia a tirare verso di sé, a tirare, tirare, con tutta la forza che ha in corpo, finché con uno schiocco che sembra uno sparo, o un crollo, o il rumore stesso dell’incredulità, la porta gialla, forse marrone, cede e si spalanca davanti a loro.

Lorenzo Iervolino

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...