VAN GOGH

p.1 VERDE 7

Verde 7, dicembre 2012

 

Sonia Caporossi (Tivoli, 1973), docente, musicista, musicologa, scrittrice, poetessa, critico letterario; si occupa inoltre attivamente di estetica filosofica e filosofia del linguaggio.
Suona il basso nei Void Generator, con i quali ha all’attivo gli album Phantom Hell And Soar Angelic (Phonosphera 2010), Collision EP (Phonosphera 2011) e Supersound (Phonospera 2014). Ha diretto il sito Terra Di Poiesis, la cui esperienza è ormai chiusa. Ha pubblicato saggi di krautrock e kosmische musik per la rivista Musikbox, poesie sparse, racconti, saggi di critica letteraria, filosofica e storiografica in varie riviste. Dirige il blog Critica Impura, fondato con Antonella Pierangeli. Nel 2013 ha pubblicato a quattro mani con Antonella Pierangeli l’ebook Un anno di Critica Impura (Web – Press Edizioni, gennaio 2013), che raccoglie una silloge riveduta e corretta degli articoli e dei saggi usciti durante il primo anno di vita del blog. Nel 2014 ha curato, insieme a Antonella Pierangeli, Poeti della lontananza (Marco Saya Editore 2014), “una antologia di poeti italiani ultracontemporanei che scrivono lontani da casa”. Suoi contributi saggistici sono apparsi in: La pietà del pensiero. Heidegger e i Quaderni Neri (Aguaplano Editore 2015, a cura di Francesca Brencio), Pasolini, la diversità consapevole (Marco Saya Editore 2015, a cura di Enzo Campi). Come poeta è presente nell’antologia La consolazione della poesia (Ianieri Edizioni 2015, a cura di Federica D’Amato). Conduce la trasmissione radiofonica Moonstone: suoni e rumori del nuovo e del vecchio millennio, in onda su Radio Centro Musica.
Il racconto Van Gogh, apparso nel numero 7 del cartaceo di Verde (dicembre 2012), è stato poi pubblicato in Opus Metachronicum (Corrimano Edizioni 2014), l’esordio narrativo di Sonia Caporossi, “una carrellata straniante di personaggi in forma di conte philosophique”.
Sonia è anche in Verde 10 e Verde 16 (per la rubrica Ti odio poesia) e in Verde 21 con il monologo Maria, o della verginità perduta.

L’artista sta sempre, esemplarmente, sul discrimine invisibile che separa senso e non – senso, così come, non – esemplarmente, ci stiamo tutti. (Emilio Garroni)

Ecco un’impressione. Mi sento ancora per quello che sono, ed è bello, finalmente. Ho il coraggio di passarmi una mano sul volto, fredda sul marmo, intenerita anche solo dal gesto che sta compiendo. Tuttavia, le carezze che queste mani mi recano, volente o nolente, non hanno l’auspicato effetto di rassicurarmi, o almeno non lo fanno come dovrebbero. Dovrei essere certo che sia proprio io ciò che percepisco al tatto? Dovrebbero appartenere proprio a me quella mano, quel palmo, quel polpastrello mutevolmente tattile che poco fa mi ha attraversato amorevolmente la superficie del viso?

Mi fermo, mi limito ad osservare. È l’unica decisione che riesco a prendere, l’unica risolutezza di cui mi faccio forte. Solo, permane l’assenza di un complemento oggetto, di un’espansione diretta alla mia curiosa e penetrante attenzione. Che cosa diavolo dovrei guardare, nella galleria d’arte in cui ora mi trovo, ricolma di individui senza forma né contenuto, di cui vedo sempre e solo la nuca, silenziosamente rivolti di spalle, con il bavero alzato e le braccia conserte? Forse dovrei prestare attenzione a ciò che loro stessi stanno osservando? Perché sembrano tutti così spavaldamente attenti, sereni e sicuri? Gli unici volti affini che vedo, in questo corridoio di luci soffuse e di riflessi pavimentali, sono quelli delle tele, sono quelli dei ritratti: sono quelli non umani.

All’improvviso il mio dito mignolo s’avventa sull’occhio destro e vi si intrattiene in muta conversazione. La soluzione istantanea del gesto coglie di sorpresa anche me, stupisce soprattutto me: occorreva un atto di coraggio mal cogitato per spezzare le corde tese dell’esitazione e della persistenza di quell’attimo irreale.
Ah. Ahh. Ahhh.

Non sento dolore. È entrato nella mia orbita fino alla falange intermedia. Ora sa tutto della mia vista, ora gioca in simbiosi con la cornea. Il sangue ex terrae factus cola fino alle narici. Ora sì, è lancinante, improvviso, un emergere sostanziale di costrizione coatta al dolore e al dilaniamento: ora sì, sento. Non mi occorre uno specchio per osservare il mio occhio cavato. Non importa. Mi sono semplicemente sentito. Ho percepito finalmente, magistralmente, l’attimo in cui scorro. Non so se esserne felice, o piangere di gioia, o disperarmi epidermicamente, ipocritamente, di dolore. Perché dovrei urlare ora? Del resto, perché non farlo?

Do la precedenza alla casualità. Lascio passare prima l’attimo. Esso è scorso, non mi trattiene più, se n’è andato ancora una volta. Io vorrei rincorrerlo, ma non mi ci adopero perché è una banalità, perché lo fanno già tutti. E mentre esito, qualcosa intorno a me sta pur accadendo. Qualcosa è in mutamento. Qualcosa è in rivoluzione. Quante facce mi osservano da queste mura. Da un ritratto in una galleria non ci si può aspettare altro che uno sguardo passeggero. Ma con l’occhio sinistro…Ecco, posso vedere la gente che fugge urlando, scaraventandosi fuori dalla sala. Di che cosa hanno paura? Il mio occhio soffre in silenzio. Il mio occhio è affar mio.

Il mio occhio soffre in silenzio. Il mio occhio è affar mio.

Il mio occhio soffre in silenzio. Il mio occhio è affar mio.

Un vecchio si avvicina, ha lo sguardo stralunato, tenta di porgermi aiuto. Lo allontano con gentilezza, scandendo calme parole di rassicurazione. Cristo, frigna come un vitello. Esita. Lo sento amico, mi guarda con occhi strabuzzati, vivi, dannatamente vivi. Invece, dei miei, uno è spento. L’altro, atrocemente acceso. Livido, paonazzo di scarlattina e di furore, nella tensione malsana e animale del senso. Passo davanti a uno specchio. Il mio occhio mi scruta. Poi scruta suo fratello. Fissa la mia pupilla morta, come se la desiderasse sua compagna. Il vecchio mi guarda. S’innamora anch’egli della mia pupilla sanguinante. Non riesce a toglierle gli occhi di dosso. Sarà orbo come me? Gli sorrido. Ciao, compagno Ciclope. Nel mondo dei ciechi, recita un vecchio detto, i ciclopi sono Re. Vogliamo conquistare e dominare il mondo insieme? Vuoi essere mio amico? Vuoi essere mio padre? Il vecchio distoglie lo sguardo, si volta correndo via. Potrei estrarmi il bulbo con due dita e porgerglielo come un regalo. La ricompensa per un affetto strano. Un vano presente per il solito estraneo. Ma no. È già sparito.

Nella sala, più nessuno. Posso girare indisturbato ad osservare i volti di crosta e colore che mi scrutano. Gli occhi vacui fissi nel nulla dietro di me, nel nulla davanti a me, senza il terrore di un ubriaco. Nessun suono, nessuna voce, nessun colloquio fra le mie tre dimensioni e la loro base e altezza. Il pi greco non li gratifica: sono oggetti di una geometria pura, letteralmente privi di spessore; neanche le croste obese di un Van Gogh, con i suoi stupidi ettogrammi inutili di colore ad olio impiastrato sulla tela, possono rendere quei colori umani. Non potrei rispondere loro con uno sguardo ugualmente pieno di opaca nullità. Non ne sarei capace. Del resto, tutto questo non importa. È necessario che io non li veda più.

***

Anche l’altro mignolo è insanguinato, ora. Sento accorrere della gente. Il loro scalpore scalpitante penetra come il frustino di un mandriano nel mio buio acceso. Non voglio far morire la mia percezione così presto. Mi inginocchio come Edipo, faccio grondare il sangue dalle mie cavità nell’amplesso asettico col pavimento di marmo. Tutto intorno a me è artefatto. Neanche fingendo potrei sposare dentro un Museo la nuda terra col mio sacrificio!

Una sensazione uditiva. Un grido. Una sirena d’ambulanza. Il suono è l’ultima soglia del dolore da superare, senza neanche più il conforto di una singola dimensione. Il suono è quest’assoluto, puro nulla, senza ulteriore determinazione. L’antitesi completa di quest’essere curvo e malato che sono, il quale non si toglie e non si scioglie in divenire. Il suono, il puro suono: è l’ultima cosa che vedo, nel mio buio ora reale. Entrano. Qualcuno si preoccupa di me.

Chissà se riuscirò a smacchiare il vestito, dopo. Chissà se riuscirò a salvarne i colori. Chissà se riuscirò a restaurare la tavolozza perfetta e compatta, solo graffiata e appena maculata dalla granatura rosso sangue, delle mie percezioni.

Sonia Caporossi

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2 thoughts on “VAN GOGH

  1. Pingback: “Van Gogh”, un racconto di Sonia Caporossi pubblicato su Verde Rivista e in “Opus Metachronicum” (Corrimano Edizioni) | CRITICA IMPURA

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