SENZA SURREALISMO

p.1 VERDE 22

Verde 22, marzo 2014 (In copertina: Cavellini writing on nude male, Vile Magazine vol 3 n.2, estate 1977)

Benedetta Torchia aggiunge Sonqua alla firma. È nata e in corso d’opera. Pensa che avere una biografia così sia parecchio comodo: si aggiorna da sola. A volte, ha la tentazione di aggiungere anche che è nata a Roma e lì, pur con qualche interruzione, ci vive, parte e cammina. Poi ci ripensa.
Senza Surrealismo è stato pubblicato nel marzo 2014 nel numero 22 del cartaceo, una delle nostre tre uscite che Issuu segnala per Contenuti illeciti e inappropriati. Nel centenario della sua nascita, decidevamo di omaggiare Guglielmo Achille Cavellini. Scrivevano con noi Alda Teodorani, Benedetta Torchia Sonqua, Paolo Gamerro, Andrea Frau, Giovanni Marchese, Simone Lucciola, S.H. Palmer, Luca Carelli. Senza Vittore Baroni non avremmo potuto usare le illustrazioni e il materiale per l’editoriale (grazie Vittore!).

Che fatica, ogni volta. Ricoprirsi di una tuta di carta usa e getta. Bianca. Come fossi contaminato. Mio padre ripeteva le stesse cose, sempre: il veleno è fatto di polveri. Le polveri non devono essere inalate. La mascherina, gli occhiali. Le polveri si depositano sulle stoffe e poi rimangono lì, come infiltrati insidiosi. La tuta.

Nel 1974, per la prima volta, ho indossato una tuta bianca per lavorare, la mia prima maledettissima divisa da lavoro. Coadiuvante nell’impresa di famiglia, recitava il collocamento. Mio padre aveva una ditta di disinfestazione. Ho iniziato in un assolato pomeriggio di agosto, davanti alla saracinesca chiusa di un ristorante. Quando ho visto l’insegna sono rimasto impietrito. Era uno di quei ristoranti del centro. Uno di quelli dove non ero mai entrato perché non potevo permettermelo. E oggi, invece, sarei entrato.

Il luogo dell’appuntamento era quello. Quella la via, quello il numero civico. Cinque minuti di attesa. Sette minuti. Dieci, diciassette minuti di attesa. Per risparmiare tempo indossiamo le nostre tute bianche, i guanti, prepariamo contenitori e attrezzi. Vestiti. Pronti. Mancava solo un varco. Altri due minuti. La tuta bianca. Iniziavo a sudare.

Arrivò un omino, di corsa. Stempiato con un po’ di pancia. Camicia a maniche corte e orologio vistoso al polso. Una penna nel taschino, le gambe corte. Ci fa segno con la mano. Sembra allarmato. Quando è vicino ci dice in fretta: per carità, che nessuno veda. Veloci, entriamo, da dietro. Ci infiliamo in un vicolo, tutti bardati, trasportando insetticida. Un portone. Entriamo. Un cortile. Sul cortile, un’altra porta di ferro. Entriamo. È stretta ma entriamo.

Siamo sul retro del ristorante. Nei locali dell’antibagno. I marmi neri per terra. No. Continua a non piacermi. La rubinetteria rococò. Nell’altra sala, i tavoli disfatti. Il ristorante è chiuso. Camerieri e inservienti in ferie. Non si poteva far altro, ci spiega. Non vedo l’ora di finire e andarmene lontano da questo odore stantio di cucina e finestre chiuse e cose disfatte. Voglio aggredire gli insetti per primo. Mio padre sa come stanarli. In fila indiana ci muoviamo e arriviamo in cucina. Ecco, loro sono qui.

Il grasso della cappa. Il nero dei tegami. L’unto dei fornelli. Gli aloni nei lavandini. Le mattonelle incrostate. Io volevo iniziare a spruzzare la polvere bianca e cancellare tutto. Mio padre non ha fretta. Fa segno di aspettare. Inizia piano ad aprire gli sportelli. Niente alluminio. Niente che potesse essere disinfettato con l’ammoniaca. Il mio primo lavoro.

Papà guarda un po’ intorno, sposta barattoli. Chiede al padrone di poter buttare via tutto, caviale, tonno, pasta, passate. Permesso accordato. L’omino deve essere disperato. Inizia con calma dalle confezioni aperte. Poi procede con pasta, farina, zucchero, legumi, barattoli, conserve. Tutto. Sistema e divide. Con ordine. Impiega più di mezz’ora e io, nel frattempo, faccio in tempo a sentirmi un coniglio enorme, tutto bianco. Intanto sudo.

Mi sono addormentato ma ho avuto gi incubi: lavorare stanca.

Mi sono addormentato ma ho avuto gli incubi: lavorare stanca.

Alla fine, la cucina è vuota. Ora si può iniziare. Imbracciamo le nostre armi. Pronti, via. Non succede niente. Si inizia dal basso. Poi in alto. Con metodo. La polvere bianca invade tutto. La cucina cambia colore. Apro uno degli sportelli in alto ed ecco, improvviso, quel fiume di scarafaggi che mi viene incontro.

Non pensavo di poter amare tanto una tutina bianca. Ogni tanto qualcuno salta: è un ultimo disperato tentativo di salvarsi. Una macchia nera, due, tre, molte, troppe macchie nere. Non finiscono. Trovata la tana. Un fiume in piena che diventa un lago. Un mare. Un mare di blatte. Mi viene da vomitare. Nessuna metafora. Qui di surreale c’è niente. Solo schifo. Solo io vestito di bianco, come un pupazzo che lotta contro gli scarafaggi. Sorpresa, fastidio, orrore. Ecco, ho compiuto la mia nemesi. Quello è un posto che non mi piaceva e avevo ragione.

Provo a distrarmi. Ma, ad ogni movimento, schiaccio insetti. Sento quel croc pieno e umido che si appiccica alle suole. Le scarpe: le butto. No, non posso. Un quarto d’ora di lotta travestito da Diabolik in bianco, conciato per le feste. Sparo polverina bianca a esseri che hanno nidiato senza vergogna. Che eroe. Continuano ad uscire. Mi viene da vomitare. Mi devo distrarre. Mio fratello non mi aiuta. È un tipo silenzioso. Alcuni continuano a muoversi. Altri provano ancora a lanciarsi contro di me.

Una sigaretta. Adesso. Ecco, il fuoco, ci vorrebbe. Mettere a ferro e fuoco l’intero locale e tutte le sue blatte. Cospargere di sale grosso il pavimento, i muri e i quattro piani di palazzo qui sopra. Distruggere tutto e andarsene. Ma non posso, non ancora. Non finiscono. Ora vomito. E mio padre continua a parlare.

E anche le parole di mio padre non finiscono; ne basta uno, il nido, la cucina, il pangrattato. I conati si fanno più forti. Bisogna far presto. Interrompere tutto: parole e blatte. Ancora polvere, fino a soffocarli tutti. Ecco, si muove più nulla: è il momento. Scopa. Giù, tutti a terra. Di nuovo. Spruzzata. Scopa. Giù, tutto a terra. L’ultima spruzzata di polvere bianca.

Lasciamo una cucina devastata. Buttiamo via tutto: guanti, soprascarpe, tute, mascherine. Le scarpe no. Quelle le tengo ma non vorrei. Carichiamo il furgone: un sacco nero con gli scarafaggi ancora in movimento, gli scatoloni di cibo ancora intatto, pare, la busta sigillata con le confezioni aperte. Mio padre prende i soldi. Dobbiamo smaltire il materiale, dice. Saluta. Mette in moto. Invece, poi, gira l’angolo e si ferma davanti al cassonetto. Mi dice di svuotare il pianale. Quando afferro lo scatolone mi chiama minchione e poi aggiunge: non quello, tutto il resto. Eseguo. Arriviamo a casa e io voglio fare la doccia e buttare le scarpe ma sono l’ultimo arrivato e troverò l’acqua fredda. Intanto sento mio padre che offre lo scatolone a mia madre: «Guarda cara, abbiamo fatto la spesa». Mia madre la sera mi ha picchiato col canovaccio. Non ho mangiato. Nulla. Mi sono addormentato ma ho avuto gli incubi: lavorare stanca.

Benedetta Torchia Sonqua

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