INGRID

p.1 VERDE 6

Verde 6, novembre 2012

Agostina Bevilacqua è nata a Roma il 31 ottobre 1984. Cerca di unire l’utile al dilettevole lavorando in vari musei romani, mentre rincorre una laurea in Storia dell’Arte. Scrive recensioni, sceneggiature e corti teatrali (l’ultimo è Consunati, presentato al Palladium di Roma in collaborazione con l’associazione culturale Traslochi ad Arte).
Ingrid è stato pubblicato nella sesta uscita del nostro cartaceo (novembre 2012). Il racconto di Agostina era in buona compagnia: nello stesso numero c’erano Luca Carelli, Alda Teodorani, S.H. Palmer, Federica Lemme ed esordivano sulle nostre pagine Francesco Cortonesi, Giovanni Pianigiani e Nando Adiletta.

Conobbi Ingrid a un meeting, durante la sfilata silenziosa che come da tradizione mi proposero dopo l’amaro. Mi divertivo a osservare il dimenarsi alticcio dei miei esimi colleghi, alla ricerca ossessiva di un godereccio postcena senza nome. L’albergo che solitamente mi ospitava durante quei soggiorni lampo si trovava nei pressi di Bernauer Straße. L’avrei raggiunto a piedi per scrollarmi di dosso la pesantezza che calcava sul mio ventre e nella mia testa. Costeggiare il muro meno conosciuto, quello grigio che non tradisce il colore del cielo berlinese, mi faceva sentire l’unico abitante di un impero in decadenza diviso a metà.

Quella sera non aspettai il dolce per uscire a fumare il mio sigaro. Rientrai appena in tempo per gustarmi la scelta dei bocconcini profumati di talco e rossetto. Ripresi posto cercando di non attirare l’attenzione, nonostante portassi con me l’odore forte e acre del cubano. Dopo il caffè, avevo già deciso, mi sarei dileguato.

Ingrid sedeva accanto al nostro tavolo da inizio serata, sguardo fisso sul calice nel quale aveva svuotato un’intera bottiglia di Sauvignon. Si alzò, da gran professionista predatrice, appena posai lo sguardo su di lei. Sfoderò con lentezza vertiginosa il suo metro e ottanta di carne di marmo incisa – non era un caso che la chiamassero Die Skulptur. Il candore delle sue cosce mi costrinse a bloccare un’erezione che prendeva forma sotto il Bauwmolle 100% che cominciava a darmi noia.

Senza rendermene conto ero entrato a pieno titolo nello spettacolo che fino ad allora avevo deriso con sufficienza e compassione. Divoravo quel corpo con lo sguardo: non ancora lo avevo, già lo possedevo. I suoi occhi investirono i miei fermando l’estasi che li attraversava – pietre amorfe poggiate senza rumore. Ormai era fatta. Ingrid cingeva la mia gola e in un attimo mi ritrovai nella sua stanza profumata di incenso e cannella.
Respiravo ancora.

Già la sentivo mia senza neppure sfiorarla...

Già la sentivo mia senza neppure sfiorarla…

Attaccate alle pareti, grandi tele di donne facevano bella mostra di sé. Corpi nudi e seminudi dipinti a olio contrastavano il vermiglio tutto tondo della camera oscura. Le torsioni di quei corpi avrebbero fatto impallidire uno Schiele disturbato dalla Bauhaus. Erano pennellate dense di passione color della carne. Vi erano donne di ogni misura e gradazione: alcune offrivano timide foreste di enigmi mai svelati, o scoperti troppo in fretta; altre inibivano il mio sguardo già turbato da quel che immaginavo sarebbe arrivato; quella che più mi colpì era una copia dell’Olympia color terra di Siena: la tela, ancora da finire, poggiata a terra, mostrava spavalda il suo sesso malinconico e ben definito. I programmi per il dopocena, che puntigliosamente avevo progettato, mi balenavano ora come uno sbiadito ricordo.

Ingrid sorrideva, burlandosi silenziosa del mio imbarazzo. Dovevo alzare la testa per guardarla, ma così facendo smarrivo ancora di più la certezza dei miei movimenti, infermi a causa delle endorfine che sotto la pelle mi annegavano in un turbinio estatico.

«Ti piacciono?» mi chiese in uno spigoloso italiano, che dolcemente ferì le mie orecchie eccitate. Annuii e i miei occhi continuavano a perdersi nella lievità della bellezza tutta attorno. Un odore di sesso mi inebriava da quando avevo varcato la soglia di quella camera berlinese. Bevemmo vino rosso senza risparmiarci e la feci ridere di cuore, raccontando aneddoti che il mio tedesco appena sforzato rendeva esilaranti. Dimenticammo in fretta il motivo per cui mi trovavo lì con lei. Le sue risate liquide, sull’orlo del pianto, si confondevano a singhiozzi spezzati che mi divertivano come il suo italiano sgrammaticato.

Già la sentivo mia senza neppure sfiorarla: il pensiero della sua pelle sulla mia mi immobilizzava e, certo, Ingrid lo aveva capito; per quale altra ragione, mi chiedevo, le sue mani, decise come il marmo, avrebbero sfiorato le mie guance disorientate? Mi accontentavo della sua risata e del suo harem che, multiforme e lussurioso, ci attorniava appagando i miei sensi.

Fu la luce dell’alba a vedermi prono e spogliato sulla tela appena abbozzata dell’Olympia nera: il mio corpo seguiva la torsione del suo. Ingrid dormiva sul divano, un sorriso copriva ancora il suo viso, come il vestito sgualcito che ammantava la sua pelle inviolata.

Guardai l’Olympia sulla quale ero disteso. Un alone bianco e incrostato imbrattava i colori ancora freschi che disegnavano il suo sesso. La stessa macchia che contornava i miei pantaloni. Mi sentivo più leggero.

Agostina Bevilacqua

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