BILE

p.1 VERDE 7

Verde 7, dicembre 2012

Marco Lupo nasce in Germania, a Heidelberg. C’è una base della NATO, lì dove nasce, e impara presto la differenza tra le parole muro e prato. Da piccolo volevo fare l’archeologo. C’era tutta quella polvere, nei musei. Mi piaceva. I custodi, soprattutto. Torna alla terza persona. Scrive racconti inutili per antologie diversamente utili. Pubblica diversi racconti su riviste, fanzine, carte da pacchi, frigoriferi vintage, finestre troppo piccole. Nel 2001 lavora come operaio in una fabbrica di bottoni. Da allora non ha mai smesso di scrivere. Redattore di TerraNullius, è uno dei direttori artistici del FLEP! (il primo Festival delle letterature popolari), creatore di Mai Morti (curato a quattro mani con Luca Moretti ed edito da Dissensi), sta scrivendo un romanzo su ciò che sa dell’immigrazione. Per il resto, ha un neo sul naso.
Bile è stato pubblicato nel dicembre 2012 in Verde 7. Nello stesso numero c’è un estratto da Alice in manicomio di Antonin Artaud e racconti a tema follia di Pierluca D’Antuono, Sonia Caporossi, Simone Ghelli e Alda Teodorani.

Niente.
Allora.
Stefan Zweig si suicida con la sua seconda moglie. Guido Morselli si suicida con i suoi rifiuti editoriali. John Kennedy Toole si suicida con la sua macchina e con un tubo attaccato alla marmitta. Lo segue Anne Sexton, stessa terapia. Pierre Drieu La Rochelle non crede nel destino: gas aperto e fenobarbital. Franco Lucentini usa la tromba delle scale come uno scivolo per il paradiso. Certi dicono che ha seguito Levi. José Agustín Goytisolo ha scelto il balcone. Francesco Lomonaco era attratto dal Ticino. Carlo Michelstaedter ha fatto come Rigaut, pistola contro cuscino. Jacques Vaché si è ammazzato di oppio. Pamela Moore ha scelto la carabina. Marina Ivanovna Cretaeva si è impiccata. Aglaja Veterany ha fatto un bagno nel lago di Zurigo. Le acque svizzere sono propedeutiche al suicidio. Henry de Montherlant ha fatto come gli stoici. Si è stoicamente imbottito di veleno, stoicamente si è tagliato le vene dei polsi e stoicamente si è lacerato le vene nascoste dalle ginocchia. Poi ha fatto bagni di vapore per asciugare la vita. Alice Bradley Sheldon ha compiuto un’infamia. Prima il marito e poi se stessa.

Tutto questo fa schifo. Chiediti se mi chiedo la stessa cosa che hanno pensato questi nomi elencati come prosciutti in offerta in un supermercato. Chiediti se ha un senso ridurre una vita a mezza frase. Se ha un senso credere a un motivo, a una causa. Dicono sempre, si è ammazzato perché soffriva. Si è uccisa perché non dormiva. Non sanno nulla della sua sofferenza, ignorano la sua insonnia. Chiediti perché tra i padri della chiesa, l’unico in grado di formulare un pensiero sul suicidio che non fosse una crosta sia stato sant’Agostino, filosofo algerino. Chiediti perché l’Africa ha significato molto in antropologia e nulla in economia. Chiediti, se non ti stai perdendo nell’idea che un racconto abbia bisogno di raccontare una storia che sia una, se il sapere arabo non sia stato cancellato dall’icona di un turbante in un aereo che sorvola una grande città americana. Chiediti se il nostro tempo è più saggio di quelli che lo hanno preceduto. Chiediti il valore della parola schiavitù. Chiediti se La Crusca è al passo con i tempi. Chiediti se è vero che un semiologo è un marchettaro. Chiediti se non è vero che il trapasso ti spaventa, che non vuoi pensarci, che per non pensarci eviti di vivere, eviti di scegliere. Chiediti se molti, prima di te, non hanno preso la stessa strada. Chiediti cosa voleva dire Cervantes con la storia del vecchio pazzo. Chiediti cosa puoi immaginare da una terra in cui la polvere ricopre alcuni uomini e protegge gli altri con un muro. Chiediti se essere contemporaneo prevede una qualche forma di solidarietà con un tuo contemporaneo. Chiediti se le Prada calzavano bene a un contadino del XIV secolo. Chiediti se nutrirsi di carne ha ancora senso. Chiediti se investire senza investire in una banca ha senso. Chiediti se la guerra tra poveri non ti tocca. Chiediti perché ti piacciono le commedie americane. Chiediti perché tua madre non canta più le canzoni di Cocciante. Chiediti dove sono finite le parole che dispensavi a tutti. Chiediti perché crescendo non si diventa maturi. Chiediti qualcosa sull’eroina, prova a farlo. Qualcosa sul mutuo. Qualcosa sulla crisi. Chiediti qualcosa, insomma.

Ti racconto una storia.

Ti racconto una storia.

Ti racconto una storia.
Una vecchia si affaccia tutti i giorni dalla stessa finestra. Se vivi a Roma, se conosci il Pigneto, se conosci la Circonvallazione Casilina, se conosci il bar Rosi, se rispetti il semaforo rosso e parti senza sfrecciare al verde, la vedi subito sulla tua destra, appena superato il semaforo. Dall’altra parte del finto canale, sul primo palazzo all’angolo, c’è quella finestra. La vecchia la vedo sempre con una veste logora. Sono miope, la vedo così. Da più di dieci anni la sento urlare dalla finestra. Urla contro il traffico, forse, contro un figlio che le ruba gli anelli, contro una sorella che la ignora, forse, contro una vita che si è sciolta male, contro la cinetica, contro i mortai che predicano senza essere alfabetizzati, forse, contro i puttani in divisa che leggono Pasolini e non capiscono i fondamenti. La merda. Contro i critichini che hanno spalle, cosce, culo, clavicole, naso, bocca, occhi coperti. Contro quelli che non conoscono il melodramma del centesimo, forse, contro quelli che ignorano l’umiliazione del furto, l’aberrazione dell’ascolto. Contro le storie di chi si flette riposato mentre una donna vomita e urla sugli scalini di un palazzo che non conosce il cuore. Contro parole come flessibilità, forse, contro i poeti che gareggiano con i poeti, contro i morti che chiamano i vivi, contro il sale che suscita pressioni, contro le erezioni che provocano feti, contro i fumi che avvelenano il latte, contro i vivi che non fanno i vivi. Forse.

Forse è per questo che la vecchia non si lancia dal suo quarto piano. Potrebbe farlo. Avrebbe tutte le carte in regola. Ma non lo fa. E tutto questo non significa niente, per la vecchia. Lo ignorerà per sempre. Così come il mondo ignorerà il suo viso.

Marco Lupo

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