L’USCITA

p.1 VERDE 15

Verde 15, agosto 2013 (In copertina: Grazia Greuter, Mother and child)

Alessandro Spanu nasce nel 1979 a Sassari. Sin da piccolo coltiva la scrittura dapprima come hobby e in seguito come esercizio meditativo. Dopo un’adolescenza turbolenta inizia a viaggiare per l’Europa, in particolare Spagna e Inghilterra, Queste esperienze influenzeranno il suo modo di scrivere e la sua visione del mondo.
Il racconto
L’uscita è stato pubblicato nel numero 15 del cartaceo (agosto 2013).

Nella sala ristoro della corsia ci sono: un lunghissimo tavolo in formica rivestito da una tovaglia a mo’ di patchwork, uno schermo piatto coreano acquistato al centro commerciale per circa 229 euro, un frigorifero che emana un odore terribile come di spazzatura andata a male (lo dividono circa 12 pazienti), delle stampe di Massimo Campigli alle pareti. Sono le stampe delle serigrafie dedicate al circo. Dunque sono immagini di immagini di immagini. Quella non è una ballerina. Nonostante la delicatezza della tavolozza di Campigli, persa nei tenui rosa pastello o antico, nei cerulei appena accennati, il polittico emana una malinconia che non è quella dell’artista. È la tristezza della solitudine dell’ospedale, con i suoi egoismi e l’inedia che scarnifica la polpa umana dal di dentro e la risputa fuori sotto forma di silenzi indefiniti.

Il televisore a schermo piatto parla di una ragazzina violentata dai suoi coetanei. Una signora ammonisce, con acredine: «Eeeeh, magari li avrà provocati!» (quattordici anni), «E poi una ragazza di quell’età cosa ci fa a quell’ora da sola. Se l’ha proprio cercata». Il maschilismo di questa generazione di donne che ha creato questa macchietta antropica che è l’uomo italiano. Un cordone ombelicale tessuto nell’indulgenza. Nessuno dei malati replica, solo una, la più anziana, dondola il capo in segno di assenso.
Mi chiedo se durante l’ascesa di Hitler si potessero incontrare degli ospedali così, con delle pazienti in tarda età così. Il male nei pori della pelle, e la morale e la bontà sulla punta della lingua.
Antropofagia.

Poco prima della cena passa il prete per dare la comunione. Il prete è cinese: si chiama don Andrea, come il santo. In un italiano stentato fa un paio di battute su come telefonare a Dio nel caso qualcuna delle pazienti avesse trascurato di conversare con il suo creatore. La comunicazione è la base di ogni relazione che voglia avere un futuro. Ecco perché la metafora mediale del telefono. Una telefonata allunga la vita. Poi, una a una inserisce le ostie in quelle bocche semiaperte in un gesto coattivo, svuotato di ogni referente simbolico. Un rito vuoto: s-comunicato e incomunicabile.
Qualcuna ridacchia, come eccitata nel ricevere la particola per la prima volta da un uomo con gli occhi a mandorla. In silenzio si consuma il pasto. Si consuma dal vassoio bianco come le pareti bianche, i camici bianchi, i lenzuoli bianchi, gli occhi bianchi.

Nel vassoio ci sono: sette penne all’olio scotte, una minuscola fettina di vitella dura come il cuoio, dei fagiolini bolliti insipidi di un verde cupo spento, come esausto dall’interminabile cottura. C’è una donna in sedia a rotelle. È paralizzata dalla vita in giù e mangia con fatica, in un modo un po’ scomposto che suscita il ribrezzo delle vicine. La guardano schifata come fosse un’appestata. La malattia rende egoisti e cattivi. Non c’è solidarietà dove c’è dolore. La donna non riesce a contenere la vescica e lo sfintere e puzza di ammoniaca e di merda. Ha un segno largo almeno un pollice di ricrescita proprio dove i capelli si scriminano in mazzetti confusi e untuosi. Viene posata, non accompagnata. Come se fosse arredamento e non un vero e proprio essere umano. In tedesco oggetto di dice Gegenstand, come dire ciò che ci occorre, che viene a cozzare con noi.

Sono solo corpi, mi ripeto. Non hanno molto da vivere.

La mia uscita è una teca di cristallo dove ho collocato gli oggetti con cui posso interagire…

Il dolore di questa donna è davanti a me, muto, in un corpo che è di carne ed escrementi: non è vera carne. Non la carne che viene dipinta dall’arte sacra, ma quella che Tertulliano descrive nel De Carne Christi. Una materia talmente immobile e densa da risultare intoccabile e dunque eterea. La donna è logorroica, racconta a fiume di come venga trattata lì, di come la famiglia si occupi di lei, del suo senso di colpa, pesare sulle spalle della società e dei suoi cari.
«Non posso spendere i miei soldi, mi ritirano tutto. Ho chiesto a mio figlio se mi potevo fare un tatuaggio, il simbolo dell’infinito. Sono anni che mi dice che mi porta, ma non mi porta!»
Le rispondo con un sorriso che è talmente artificiale da sembrare un’oscena smorfia, una macchietta di persona empatica ed indulgente. Lentamente, il resto dei degenti si defila per evitare l’attacco verbale della donna, che non risparmia commenti acidi sugli infermieri: si trova sola in una manciata di secondi.

Gegenstand. Rimango lì imbarazzato, senza dire una parola. Solo annuisco mentre mi racconta della sua visita al Louvre. Mi alzo per tornare in camera, e lei mi guarda con un’aria un po’ di sfida un po’ di resa. Ho i pomelli della sua sedia a rotelle e non riesco ad afferrarli. Non riesco a stringere il dolore nell’unica fisicità concreta che mi sia concessa. I braccetti di quella sedia sono il dolore, è il dolore nella sua semplice presenza. Ad un tratto, la sua compagna di stanza dolcemente impugna la sedia e la conduce con decisione verso il suo letto.
«Mi porteresti una cioccolata?» mormora.
A quel punto io: «Gliela porto subito, non si preoccupi».

Quando sono davanti alla macchinetta del caffè penso a quanto sia codardo e impotente di fronte a queste situazioni. Mi terrorizza il fatto che fossi terrorizzato dal toccare quella sedia. Allungo una mano per afferrare il bicchiere di plastica con la cioccolata che ha un colore impossibile da descrivere molto simile a quello di una placenta. Quando torno al piano, la donna mi riceve con una specie di sorriso. Le porgo la sua cioccolata, un po’ in colpa. Lei muove leggermente il capo e mi sfiora un braccio in un tentativo maldestro di carezza. Grazie è tutto ciò che dice. Ma in quel momento non sono più teso, non vedo più la ricrescita dei suoi capelli unti, non sento il puzzo di piscio che emana dalla sedia, e quasi non mi da più neanche fastidio quella logorrea insistente.
Mi siedo e l’ascolto.

«Oggi ho chiesto all’infermiera se mi poteva accompagnare in Chiesa per ascoltare la messa. Ma ha detto che era troppo stanca, ne aveva già accompagnata. Io le ho detto che avevo bisogno di andare fuori. La porto in terrazzo mi fa. Io le dico no io voglio andare fuori. Cosa c’è fuori, mi fa. L’uscita le dico io!»
Mi volto, a quel punto, e attraverso tutta la corsia fino alle scale, fino alla porta d’ingresso dell’ospedale: fuori. E lì torno a respirare normalmente e non sono più spaventato, sono lo stronzo che non tocca i pomelli delle sedie a rotelle. Mentre mi avvio verso la macchina, mi volto per guardare l’uscita, per me la fonte di ogni disagio, uno specchio della mia attitudine al rifiuto del dolore. La mia uscita è una teca di cristallo dove ho collocato gli oggetti con cui posso interagire, che posso gestire. Gli altri, quelli della bruttezza e della disperazione, della puzza di piscio e merda e della morte, devo lasciarli inequivocabilmente all’Uscita.

Un confine per me, un limite per chi è dentro. La speranza di qualcosa al di là della miseria umana della malattia e del corpo che si disfa, pezzo dopo pezzo, organo dopo organo. Cedono i reni, il fegato, il pancreas. Lo stomaco è una tumescenza viola, il sangue è penetrato ovunque.
Perché non sono riuscito a spingere quella carrozzina? Ero disgustato, spaventato, indifferente, o forse avevo semplicemente paura di stabilire un contatto.
Sono solo corpi, mi ripeto. Non hanno molto da vivere. Eppure mi atterriscono. Paralizzano le mie dita, mi rendono una persona peggiore.

Kafka disse: «Ho paura che la vergogna mi sopravviva.» La mia paura è molto meno metafisica, ho solo terrore un giorno di non riuscire a raggiungerla questa maledetta uscita.

Alessandro Spanu

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