DESIDERI INFRANTI (PARTE I)

Digital Camera

Federico Franti (ritratto di D.C. Guasconi, 2003 circa)

Prima spaccatura importante all’interno della redazione di Verde sul programma da seguire per il mese di agosto: i santamerrianni hanno proposto una lunga retrospettiva tesa a dimostrare l’esistenza di convergenze estetiche tra i lavori di Srđan Spasojević, Riccardo Baricco e Umberto Smaila; i posariani avrebbero voluto scrivere poesie stupide per un mese, ma poi in seguito alle pressioni dei piccolini hanno ritirato la mozione sostenendo che non esistono poesie stupide; fosse stato per i palmeriani (oramai in conclamata crisi da foglio verde) avremmo dovuto pubblicare una serie di articoli vuoti intitolati Schweigen ist sexy con fotografie nere a tutto schermo; Vinicio Motta è rimasto chiuso in bagno per tutta la riunione (vai a sapere perché) e la corrente di Andrea Frau si è astenuta, suggerendo di tenere aperto soltanto la domenica per la differita della conversazione settimanale di Marco Pannella su Radio Radicale. Alla fine naturalmente c’è stato il consueto golpe dei carelliani (buoni quelli), che hanno requisito il blog (la vecchia password verderivistablog è stata sostituita) e hanno deciso che ogni lunedì pubblicheremo a puntate il racconto inedito Desideri Infranti, firmato dal badogliano Pierluca D’Antuono (che a scanso di equivoci, per dire la persona, è diventato carelliano pure lui). E il martedì, il mercoledì, il giovedì e il venerdì? avrebbero voluto domandare i marinelliani. Ma non l’hanno fatto e sono ancora vivi.

Quell’uomo guardava immobile da circa sette minuti il riflesso del suo corpo nudo nel lurido specchio del lurido bagno nella lurida stanza 29 della disgustosa Pensione Italia, dove avrebbe passato una notte solitaria. Il suo sguardo stava accordando così tanta attenzione alla decisamente poco elegante flora villosa che rivestiva in maniera uniforme il suo stomaco, il quale d’altronde dilatava inarrestabilmente da diversi anni. L’attenta esamina era altresì rivolta all’avvilente butteratura della sua pelle secca e bianchissima, in particolare sulla schiena, e a certe brutte cicatrici tra gli incavi delle braccia.

Scoraggiato da un quadro impietoso che per la prima volta gli apparve netto e incontestabile, l’uomo recuperò la sigaretta che fumava da sola sul bordo del lavandino per un’ultima boccata che gli bruciò leggermente ma dolorosamente il labbro superiore, fece scorrere l’acqua verde dal rubinetto incrostato di calcare, evitò un abbeveraggio che desiderava ardentemente ripiegando sulla tonica sgasata che ristagnava in una bottiglia di plastica senza tappo che accidentalmente aveva gettato tre ore prima dopo la prima sorsata, studiò critico il box doccia nero a causa dei mancati risciacqui, accese un’altra sigaretta e il fumo del primo tiro gli provocò un accecamento momentaneo con lacrimazione dell’occhio sinistro e perdita temporanea dell’equilibrio che causò la caduta della sigaretta all’interno del water dove quell’uomo, mezz’ora prima, aveva liberato un kebab, tre felafel con salsa piccante e quattro tranci di pizza alle patate; lo scarico del water si era rivelato guasto, la sua cena era ancora lì, nel fondo, a galleggiare, in compagnia della sigaretta fumante. Era l’ultima del pacchetto di Lucky Strike dure comprato due ore prima.

Nessuno avrebbe potuto immaginare chi fosse realmente quell’uomo nudo che ora stava sprofondando il braccio nelle viscere del water del lurido bagno nella lurida stanza 29 della disgustosa Pensione Italia. Figura tanto carismatica quanto maledetta, mente del più importante e misconosciuto gruppo della storia della new-wave prima e del rock italiano poi. Quell’uomo, che ora pareva aver riconquistato un briciolo di quiete riassaporando la sigaretta appena recuperata, rispondeva al nome di Federico Franti.
Fondatore e leader dei gloriosi Fiacchi Franti.

In uno dei manuali dei venerabili del rock c’è scritto che nasci senza cognizione di causa in un anonimo e insulso sobborgo della profonda provincia americana. I tuoi genitori si odiano e da bambino ti trascurano, tu hai problemi a socializzare a scuola e risulti ben presto attratto dal ricco armadietto dei medicinali che nel bagno di casa inevitabilmente è a tua portata di mano. Si dà il caso che le gocce con cui tuo padre contrasta l’ansia assieme alle pastiglie antidepressive così care a tua madre mescolate all’alcool facciano un gran casino nella tua sopra la media ricettiva mente, e i sabato sera li passi così ad esplorare i meandri stupefatti del tuo cervello, che da allora risulterà irrimediabilmente danneggiato. Il tuo problema è un’incolmabile carenza di affetto che si acuisce quando i tuoi decidono di lasciarsi, non c’è niente che tu possa fare, in realtà dai a vedere che te ne freghi e un po’ ti dispiace solo perché non troverai più nello stesso armadietto i preziosi ingredienti per i cocktail oramai giornalieri che sedano la tua teenage riot – ma tu sei un tipo che sa adattarsi e ben presto scopri il favoloso mondo dell’eroina. I tuoi vestiti intanto sono sempre più lerci e logori, perché hai scoperto che gli adulti si incazzano di brutto se ti vesti così, e farli incazzare ti restituisce l’impagabile sensazione di vendetta che chiaramente vorresti consumare nei confronti dei tuoi genitori, che nel frattempo ti stanno sempre meno dietro, e questo ti piace. La tua famiglia fa veramente schifo, però hai una zia bella e buona che quella volta, quando hai fatto sei anni, ti ha regalato una chitarra che ha pagato sei dollari, uno per ogni tuo anno, ma va bene uguale, suona di merda ma capisci subito che a te della tecnica non frega niente. Fortunatamente a scuola incontri una manica di soggetti che soffrono quanto te, ti sono vicini, sensibili come tu cominci a sentirti, leggete le poesie francesi e ascoltate i Doors, ma anche i Beatles e i Sex Pistols. Siete degli sfigati, impossibile negarlo, ma a 21 anni incidete un buon album che si farà sentire e cominciate a fare concerti in giro. Un certo vostro talento è in effetti innegabile e un giorno suonate pure con certi mostri sacri dell’underground americano che vi incoraggiano e vi segnalano a certi signori delle multinazionali musicali. È un occasione irripetibile, lo sapete, l’accettate al volo e fate il secondo disco: da allora la musica cambierà per sempre e insieme alla musica pure voi. Un vortice di emulazione inghiottisce i ragazzini del mondo intero che comprano i vostri album e si vestono come te, si spettinano come te, gobbi camminano come gobbo cammini tu, e adesso tuo padre ti cerca e ti chiede perdono per le sue mancanze e nel frattempo incontri pure l’amore, lei suona la chitarra in un gruppo Riot grrrl, sputa e scorreggia in pubblico e ti batte ad ogni gara di rutti, dice un sacco di parolacce e vi innamorate subito, scopate di brutto e da paura, vi sposate, fate una figlia, vi drogate in maniera imbarazzante, lei con te è dolce e carinissima però è una gran stronza con tutti gli amici tuoi che non la reggono e si allontanano da te che sei accecato dall’amore per capire, e poi ti droghi e vai in tv e in tour pure in Giappone e tutti vogliono intervistarti e compri una casa da un milione di dollari per tua figlia e per tua moglie e hai voglia di smettere di drogarti e vuoi evolverti musicalmente, le canzonette che hanno decretato il tuo successo interplanetario ormai ti stanno strette e non le vuoi più suonare, e fate il terzo disco che segna una svolta nel vostro percorso artistico ma sfortunatamente sarà l’ultimo, il migliore, proprio non ci riesci a essere felice. Un mese dopo ti spari in testa, ma prima ti inietti un grammo di thailandese e lasci una strana lettera d’addio che forse in realtà ha scritto il killer che verosimilmente qualcuna ha assoldato per ucciderti – sai, l’eredità e tutto il resto. Sia come sia, sei entrato prepotentemente nella storia del rock. Ormai sei una leggenda e lo sarai per sempre.

Fiero della sua unicità, Federico Franti che non era niente di tutto ciò stava ingaggiando, nel lurido bagno, un difficile duello col suo lunghissimo ciuffo destro che quella notte non voleva cessare un’apparentemente insanabile e particolarmente irritante scapigliatura cotonata. Il ciuffo era tutto per Federico, lo accompagnava dagli esordi della sua carriera, da quel 1977 che pareva così lontano, sebbene in sostanza non gli sembrasse così diverso da quei giorni che aveva deciso di vivere nuovamente protagonista, a modo suo, mai sulla cresta dell’onda. Una notte di sei mesi prima, riascoltando una sua vecchia hit a Radio’n’Roll di Pienza in Val d’Orcia, a due passi da Siena dove viveva da cinque anni con Anna Lagò, scrittrice abruzzese, Federico emozionato pensò che non gli era mai capitato di ascoltarsi in radio, e in tre minuti e zeronove secondi capì che ne aveva abbastanza della tanto desiderata tranquillità pastorale della campagna. Forse, pensò, valeva la pena riprovarci, un’altra volta, questa volta sul serio e da solo.

Lo stesso pensiero col quale si era misurato cinque anni prima, dopo la quinta overdose. Allora Federico si rifugiò nella periferia dell’Impero, dove in quattro mesi compose l’album che avrebbe dovuto segnare l’attesissimo, per quanto insperato, ritorno dei mitici Fiacchi Franti, dodici anni dopo.
I nove pezzi di Eroe Io, Eroina Tu, nel racconto dell’ultima agonia, celebravano la potenza e la forza di Federico, miracolosamente sopravvissuto ad una morte certa: quattro grammi di eroina tagliata con dell’Ajax in polvere per ogni superficie lavabile della casa non scalfirono che per tre giorni di coma l’eroico Franti. I più che vivono sciagure del genere sembrano illuminarsi improvvisamente di fronte al senso della vita, che diventa un dono non barattabile con qualsiasi tipo di piacere effimero. Molti si avvicinano alla religione o a una spiritualità fino ad allora ignota e ignorata, Federico più semplicemente capì di essere un toro, un enorme toro inammazzabile, un bisonte immortale, ma decise che non avrebbe sfidato una sesta volta la sua buona stella e diede un taglio alla storica vita di stravizi che da sempre conduceva. Bandì alcool e droghe dalla sua quotidianità, si concesse come unico piacere le irrinunciabili Lucky Strike rosse che fumava da quando aveva dodici anni, divenne un compagno modello per la sua amata Anna, con la quale andò a vivere in una splendida cascina nell’emozionante campagna senese.

Allora Federico aveva quarantun’anni, Anna – che da sempre era una sua fan – trentacinque, e un sincero desiderio materno che lui talvolta percepiva e pensava di potere accondiscendere in qualche modo. La coppia andò via dall’eccessiva Roma, trasloco necessario per meditare seriamente la clamorosa rentrèe nel mondo della musica, da cui Franti sparì all’improvviso e inspiegabilmente alla fine degli anni Ottanta, forse stanco di quella vita da zingaro che tanto lo aveva stremato.

L’anteprima del mancato ritorno dei mitici Fiacchi Franti si consuma il 31 dicembre 2001 a Firenze, una notte autenticamente indimenticabile (cinque anni dopo, il secondo tentativo sarebbe stato di certo più austero, un ritorno a bassa intensità). Perlomeno duemila persone assistettero alle tre ore e quarantacinque minuti di live di quella che, dalla critica musicale la più autorevole, veniva considerata la band più importante della storia della musica italiana, senza la quale negli ultimi trent’anni nessuna esperienza del cosiddetto Nuovo Rock Italiano sarebbe stata possibile. Il gruppo più amato e celebrato dai musicisti e dagli addetti ai lavori, il meno noto e ascoltato dal grande pubblico. In pochi conoscevano i Fiacchi Franti e Federico lo sapeva. Cos’era quel muro che da sempre lo separava dalle masse le più sterminate? Chi o cosa non gli aveva concesso neanche un giorno di effimera gloria? Per quale motivo gli venne negato finanche la consolazione di una misera per quanto inutile apparizione televisiva? Chi spezzò le mani ad ispirati scrittori fanatici che avrebbero dovuto dedicargli voluminose elegie? Perché nemmeno un racconto lungo a puntate, fosse pure di un anonimo blogger aspirante trentenne, rendeva conto delle sue imprese?
Perché?

CONTINUA (qui tutte le puntate)

Pierluca D’Antuono

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