CASUAL FRIDAY #8: QUATTRO STORIE DI ORDINARIA FOLLIA

tela5 lux fiat

Massimo Desiato e Luciano Lupoletti, Lux Fiat (2015)

Casual Friday è la rubrica di Verde nata per promuovere un nuovo reading code. Ogni settimana un racconto inedito di un autore diverso che cercherà di farvi ridere, divertirvi o semplicemente imbarazzarvi. Gran chiusura oggi con Paolo Gamerro e Filippo Santaniello. Gli inediti di Verde torneranno a settembre, ma il blog non va in vacanza. È venerdì, rilassati!
L’opera in foto è di
Massimo Desiato e Luciano Lupoletti (Lux Fiat, 56×50, tela artigianale in pelle pieno fiore vintage su telaio deep edge in abete piallato, firmata e numerata in esemplare unico. Pittura ad olio di Luciano Lupoletti, telaio e azione luminosa di Massimo Desiato).

1. Bresaola: questa non è una storia (Paolo Gamerro)

Sul treno, seduto davanti a me, c’è un tipo palestrato, depilato e abbronzato, indossa pantaloni corti blu, una maglietta viola v-neck, occhiali da sole colorati e cuffie con clip per orecchie di esagerata grandezza, dotate di morbidi cuscinetti, dalle quali fuoriesce musica house a volume smodato. Con la mano destra digita sullo schermo dello smartphone, con la sinistra si infila in bocca fette di bresaola agguantate da una vaschetta di plastica che tiene sulle ginocchia, una dietro l’altra, senza pane, senza bere nulla. Di fianco a lui un vecchio dorme emettendo bestiali rumori con il naso. Il vecchio è vestito da vecchio: una polo giallina e un paio di pantaloni chiari che gli arrivano alle ascelle.

Passa il controllore, altissimo e bluastro, emaciato, ci chiede i biglietti e io sono il primo a porgerglielo. Il vecchio si desta all’improvviso e mi imita, poi torna in coma. Il ragazzo con le cuffie non riesce a trovare il suo, cerca nelle tasche dei pantaloni, apre il portafogli, controlla nel taschino della camicia, ma niente. Comincia quindi a rovistare nella vaschetta della bresaola, dalla quale tira fuori fette su fette che dispone sul sedile accanto al mio (tolgo il mio zaino e lascio spazio al suo salume) e addosso al vecchio, che si ritrova ricoperto di carne salata a secco senza accorgersi di nulla (sta dormendo). Il biglietto non salta fuori e il controllore sbuffa. Il ragazzo infila il braccio sinistro nella vaschetta, poi quello destro, quindi la testa e infine ci si immerge completamente dentro. Passano un paio di minuti e il palestrato, con uno sforzo notevole, risale in superficie, rivestito di bresaola ma con un’espressione vincente stampata sul volto. Ha trovato il suo biglietto, finito accidentalmente sul fondo della confezione. Il controllore glielo convalida e prosegue il suo cammino, lui torna a digitare e ascoltare musica house.
Ricomincia a mangiare bresaola come se niente fosse.

2. L’App Scoppiatesta (Paolo Gamerro)

La settimana scorsa ho scaricato una App davvero avveniristica che si chiama App Scoppiatesta. Grazie ad essa riesco a far scoppiare la testa alle persone. Per esempio ero in posta e c’era un cifro di fila, ma io ho fatto esplodere il cervello di tutti quelli davanti a me con un semplice tocco sul mio smartphone sensazionale e me la sono cavata in un nonnulla. La sera ero in giro con amici e ci siamo divertiti a far scoppiare la testa dei guidos del Pub Magenta: materia grigia e occhi in aria, sangue sparso sui muri. A casa, prima di andare a letto, ho fatto scoppiare la testa di Plauto, per vedere se questa App funziona anche con gli animali: il cervello del mio cane è saltato in aria e ha imbrattato i miei genitori, seduti sul divano in salotto a guardare le repliche di Sarabanda con Enrico Papi.

Oggi invece, in palestra, la mia amica Alexa mi ha mostrato un’altra App, roba seria, grazie alla quale riesci a viaggiare nel tempo attraverso porte spazio-temporali che ti si formano nel cielo. Presi dall’entusiasmo, siamo andati nei mitici anni Novanta, quando ancora c’era Burghy, e abbiamo consumato un vero cheeseburger, molto più buono di quelli del McDonald’s di oggi, che hanno il cetriolo.

(All’inizio volevamo vedere il muro di Berlino che cadeva o Pacciani asportare un seno o i dinosauri estinguersi ma alla fine abbiamo optato per il fast food. Una volta tornati in palestra, comunque, le ho fatto scoppiare la testa.)

3. Un file excel (Paolo Gamerro)

Mi piacciono i cazzi, sono perfettamente eterosessuale ma amo i cazzi e le loro diverse forme. Non guardo i porno per le fighe, ma per i cazzi.

Ci sono quelli inclinati a destra, quelli a sinistra, quelli reclinati in giù, quelli che buttano in su e poi i cazzi dritti, cazzi scappellati, cazzi piccoli e grassi, cazzi più lunghi ma affusolati, cazzi grossi, cazzi medi e molti altri. Dopo la palestra, sotto la doccia, osservo sempre i peni dei ragazzi che si allenano con me. Sia chiaro, lo ribadisco: io amo le donne, quella dei cazzi e delle loro forme è soltanto una passione. Già da bambino, in libreria, sfogliavo con assai fascinazione Il grande libro dei peni e d’estate mi è sempre piaciuto fare su e giù con il calippo alla Coca Cola.

Avevo classificato più di 127 esemplari di piselli in un grande file excel, che aggiornavo in modo costante. Quando Arianna lo ha scoperto, si è incazzata e ha cominciato a gridare che sono un pervertito, un frocio, ha spaccato il mio portatile, mi ha tirato un pugno in faccia e mi ha cacciato fuori di casa. Io ti amo amore, io ti amo le ripetevo, ti prego cerca di capire, ma lei continuava con gli insulti, si è messa a piangere e a vomitare dalla rabbia. Per che cosa poi? Perché mi piacciono le forme dei cazzi.

Sono un executive manager, tra non molto diventerò director, ho uno stipendio cospicuo, non l’ho mai tradita e le ho sempre fatto fare delle grandi vacanze. Dovevamo sposarci, fare dei figli, due per la precisione, ne volevamo due. Le avrei comprato la macchina nuova, un gatto norvegese delle foreste, saremmo stati felici per sempre. Ha rovinato tutto per un cazzo di file sul mio computer.

Tempo fa ho giocato a tennis con suo padre e dopo la partita, sotto la doccia, gli ho guardato il pisello. Per essere un uccello ultrasessantenne non era affatto male, aveva un’asta perfetta. Ho cominciato a toccarglielo, gliel’ho massaggiato, l’acqua calda rilassava i nostri corpi dopo lo sforzo fisico in campo, il sapone improfumava le nostre pelli e intorno a noi, persi tra i gemiti, soltanto il vapore.

4. La determinazione di Sandro (Filippo Santaniello)

Spegni la luce e ti stendi nudo sul letto. È il 31 luglio, la finestra è aperta ed entra solo il rumore del traffico. Nemmeno un refolo d’aria. Afferri l’uccello e pensi a qualcosa di zozzo per fartelo venire duro, ma non ti viene in mente nulla, hai una specie di blocco.

Sandro dice che sono tre mesi che non si fa una sega al computer: i porno lo stavano avvelenando e il fatto che si arrapasse davanti alle fuck-machine l’aveva allarmato come quando l’anno scorso una banale tosse si era trasformata in bronchite e da un giorno all’altro aveva smesso di fumare.

Anche tu vorresti smettere di fumare, ti piacerebbe molto avere la determinazione di Sandro e hai deciso di emularlo anche per sfatare il mito secondo cui, dice Sandro, è diventato impossibile portare a compimento una pippa senza aprire Youporn o qualsiasi altro sito di porno in sharing. Ti sei convinto che se riuscirai a farti una sega senza ricorrere a supporti multimediale eliminerai anche le sigarette, quindi chiudi gli occhi e ti concentri sui pompini di Martina, ma l’unica cosa che ti sale è il magone perché Martina t’ha mollato.

L’avevi conosciuta una sera che Sandro ti aveva convinto ad accompagnarlo al corso di tango argentino. Lui continua a frequentarlo con ottimi risultati, i suoi progressi nella danza gli permettono di scoparne sempre una diversa, la sua tenacia è sbalorditiva come la tua insicurezza nei confronti delle novità, ma non ti conviene pensare alla caparbietà di Sandro se non vuoi che l’uccello si rammollisca del tutto nel tuo palmo sudato. Fai uno sforzo e ti raffiguri la commessa tettona che ieri t’ha fatto la Summer Card chinata sul bancone del centro Vodafone. Le scosti le mutandine e la scopi da dietro, ma non fai in tempo a darle due colpi che la commessa va in fumo e ti torna in mente quando a tredici anni ti sei fatto una sega nel letto accanto a tua zia. Muovevi la mano lentamente, respirando il meno possibile, e appena hai sentito che il materasso iniziava a ondeggiare hai rallentato ancora. Una sega struggente, c’hai messo un’ora a venire, tua zia è rimasta immobile tutto il tempo. Chissà a che pensa Sandro per farselo venire duro. Però adesso ti tira. Se è merito di tua zia sarebbe il caso di farti qualche domanda, ma sospendi ogni giudizio e inizi a menartelo con vigore.

Sudi molto, ti puzzano le ascelle – è da tanto che non ti schizzi sulla pancia come quand’eri ragazzino, ormai ti masturbi solo al PC e prima di venire ti alzi dalla sedia ed eiaculi su una striscia di carta igienica disposta accanto al tappettino del mouse della Lazio – senti che stai per esplodere, senti che quello che hai sulla scrivania è il tuo ultimo pacchetto di Camel, e non pensi più a nulla perché la forza con cui stai per raggiungere l’orgasmo ha risucchiato ogni scenario, quando all’improvviso, dalla strada, qualche testa di cazzo ti tira un sasso nella stanza.

Picchia contro il muro e rimbalza a terra.
Ti prende un colpo. Accendi la luce.

Hai l’uccello nero perché da quando ricarichi cartucce per stampanti da EcoStore hai sempre le mani tinte d’inchiostro. Cerchi il sasso e lo vedi per terra vicino all’armadio. All’improvviso inizia a muoversi verso il mobiletto della tele e quando si stacca da terra con un rumore nauseabondo di ali che frullano velocissime, soffochi un grido di ribrezzo. Se c’è una cosa che ti fa schifo sono gli insetti e quello che è entrato dalla finestra è uno scarafaggio gigante. Dopo un giro intorno al letto sbatte contro l’altra parete e continua a volare alla ricerca dela via d’uscita; se ti sfiora ti metterai a urlare, devi fare qualcosa, lo devi uccidere: prendi la maglietta di EcoStore, l’arrotoli intorno alla mano e col cazzo moscio che sbatacchia sferri colpi verso l’insetto, che ripensandoci non può essere uno scarafaggio perché gli scarafaggi non volano. Quando lo spedisci contro il calendario di Alessia Merz e lui precipita tramortito, ti avvicini e verifichi che è un animale assai strano. Nemmeno Sandro saprebbe dirti a che specie appartenga. Sembra un coleottero, ma è senza antenne e non ha nemmeno il corno. È grande come una tartaruga d’acqua e ha il carapace violetto. È ancora vivo, puoi quasi sentirlo respirare. Ti concentri sugli occhi lucidi e brillanti e con una rada peluria intorno: sembra che abbia le ciglia e tu, con le palle a un centimetro dal pavimento e il cazzo inchiostrato, aspetti che le sbatta da un momento all’altro, ma non accade e non è questo quello che conta.

Paolo Gamerro e Filippo Santaniello

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...