ELISABETTA

p.1 La Vergine di rubik-color (Amalia Mora)

Amalia Mora, La Vergine di Rubik

Elisabetta è l’ultima storia nera pubblicata su Pastiche (aprile 2012, l’ultimo numero della rivista) ed è la prima in cui Luca Carelli inizia a disseminare indizi e allusioni alla sua sedicente biografia (i due famigerati romanzetti gialli e la latitanza a Roma, il rapporto con i Distruzionisti e i 25 anni trascorsi alla Dozza), una consuetudine che caratterizzerà i racconti scritti per Verde.
L’illustrazione, realizzata per la copertina di
Pastiche 6, si intitola La Vergine di Rubik ed è di Amalia Mora.

Quando, trenta anni fa, il mio sogno di militanza svanì rovinosamente, io non sapevo più niente di me. Pieno di angosce e timori, decisi di trasferirmi a Roma dove mi iscrissi all’università. Andai a vivere all’Esquilino, crocevia e rigurgito delle umanità le più invisibili ricacciate ai margini oscuri della società. Abitavo in una pensione occupata da famiglie di profughi afgani, pionieri di quella che in seguito sarebbe diventata la comunità transgender romana, puttane del basso Lazio, ambigui poliziotti imparruccati, tossici marci e ultimi brigatisti post-Moro senza speranze: la periferia dell’Impero surrogata in un palazzone che dominava i giardini di Piazza Vittorio e la gloria dei Magazzini Allo Statuto. Era il 1982, avevo 22 anni, sarei rimasto a Roma fino al 1986 quando, tornato a Bologna, le gabbie della Dozza mi avrebbero ospitato per 25 lunghi anni (ma questa è un’altra storia).

L’università servì soltanto a conoscere i Distruzionisti di Alba Rosa e S.H. Palmer. Erano neofascisti, così si diceva in giro, ma scrivevano dada e vestivano punk ed erano gli unici in città che mi rivolgevano la parola. Mi unii a loro informalmente e in due mesi scrissi Falange nera e Sanguina ancora, Commissario Colìa!, due libretti gialli che grazie ai miei nuovi amici romani divennero inspiegabilmente romanzi neo-noir.

A Roma vivevo male. Non studiavo, non lavoravo, non avevo amici né donne, non mi divertivo e non dormivo. Le uniche cose che facevo erano scrivere e drogarmi. Di nuovo non sapevo nulla di me e di quel che volevo. Poi all’improvviso un lampo insperato: il 6 gennaio 1985 la città era bianca eroina e io conobbi Elisabetta.

p.2 Gerenza 7

La droga ti uccide lentamente (ma noi non abbiamo fretta)

Era bellissima, oscura e assorta in un silenzio misterioso che apriva squarci di dubbi tetri e profondi e stimolava fantasie acute e morbose. Avrebbe voluto fare la modella o l’attrice, sognava di diventare ricca e famosa e intanto passava le giornate con noi tra Termini e Piazza della Repubblica. La prima volta la vidi davanti a uno di quei manifesti che allora ricoprivano la città e dicevano LA DROGA TI UCCIDE LENTAMENTE: con l’inchiostro rosso aggiunse a lettere cubitali NOI NON ABBIAMO FRETTA. Era certa che i suoi sogni si sarebbero realizzati: frequentava politici, faccendieri, avvocati e imprenditori, sfruttando i soldi e il potere di quegli uomini che dicevano di amarla ma che lei disprezzava e odiava. Fu così che qualcuno le regalò un monolocale a Campo de’ Fiori, riparo di tutti i tossici che Elisabetta conosceva. Il tempo passava e lei era sempre più sola.

L’ultima volta che la vidi pesava 40 chili. Mi parlò di un provino che avrebbe dovuto fare per un film di Romeo Landi e di certi video che aveva cominciato a girare con il figlio del ministro pidduista che la manteneva. Aggiunse preoccupata che volevano sfrattarla, che doveva mezzo milione a certa gente violenta e che alcuni neofascisti le stavano troppo addosso. Le sue parole erano nebulose e complesse, ma per la prima volta sembravano sincere: aveva davvero paura. Come avrei potuto aiutarla io con quello che intanto stavo passando? In fondo, conclusi, era pur sempre una tossica. E la droga, si sa, rende paranoici.

A fine maggio dell’86 tornai a Bologna. Il 23 giugno mi condannarono a 25 anni di carcere. Lo stesso giorno, a Roma, un coltello vibrò sette colpi tra i seni di Elisabetta e una mano posò sul suo petto una banconota da cinquantamila lire. Se non l’avessero ammazzata, probabilmente ci avrebbe pensato da sola senza la fretta insensata di una lama oscura e crudele. Senza quella lama avrei dormito più spesso in questi ultimi venticinque anni e forse questa piazza non sarebbe per me un campo di fiori funebri e fantasmi che ululano di rimpianti sotto il suo monolocale, che oggi è un B&B per turisti americani che di certo Elisabetta avrebbe odiato.

Elisabetta di Leonardo si trasferisce da Cagliari a Roma nel 1980. Sogna di diventare attrice o modella e si lega ad alcuni importanti uomini politici e di affari dell’epoca. Viene ammazzata il 23 giugno 1986 nella sua abitazione di Via dei Prefetti. È una delle 13 donne uccise a Roma negli anni Ottanta, casi di cui la stampa si è occupata a lungo e che ancora oggi rimangono insoluti.

Luca Carelli

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2 thoughts on “ELISABETTA

  1. Ho conosciuto personalmente Elisabetta di Leonardo. Quando scendeva a Cagliari insieme ad amicizie comuni stava con noi in giornate trascorse al mare o per una cena in ristorante. Spesso raccontava del suo lavoro di quando andava a prendere dei clienti facoltosi in aereoporto per far loro compagnia. All’epoca ci era oscuro questo termine oggi credo vengano chiamate “escort”. Ragazza mite e dolce con tanti sogni nel cassetto. La sua morte ci ha lasciato senza parole ma anche sgomenti quando si è capito che forse il suo caso non si sarebbe mai risolto perché non si voleva. Giustizia non è stata fatta ed Elisabetta ha portato con sé i motivi veri della sua morte. Era una piccola grande donna con tanti sogni come spesso le ragazze della sua età hanno. Ritorna spesso nei nostri pensieri con tutta la dolcezza del suo sguardo e del suo sorriso.

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