TITOLI DI CODA

p.1 VERDE 4

Verde 4, settembre 2012

Marzia Grillo è nata a Roma nel 1982. Ha frequentato le facoltà di Architettura e Lettere. Co-fondatrice del collettivo di comunicazione creativa MiLK e dell’agenzia di servizi editoriali Bacteria, dal 2007 lavora come redattrice per Elliot Edizioni. Ha vinto due premi di poesia. Da tempo immemorabile lavora alla stesura del suo primo romanzo.
Titoli di coda è stato pubblicato per la prima volta nel numero 4 del cartaceo (settembre 2012).

Gli animali possono essere: feroci, addomesticabili, scontrosi, muti, esotici, viziati, estinti, imprevedibili. Possono avere una o più di queste caratteristiche, a seconda della forma o dell’assenza di artigli, zanne, ali, coda, della quantità o qualità del pelo, della presenza o meno delle piume e delle branchie, del numero delle zampe, della forma del becco, del tipo di evoluzione.

Queste erano cose che sapevo già alle elementari. Ma nel tempo ne avevo imparate molte altre.
A dodici anni, ad esempio, avevo capito che gli animali possono vivere uno o undicimila giorni. Che alcuni esemplari si trasformano in creature più belle, e più fragili.
A quindici anni avevo scoperto che alcune specie impazziscono, trasmettendo gli stessi virus che fanno cadere i governi.
A diciannove che non avrei mai potuto possederne uno, che non ne sarei stata capace.
A ventinove avevo compreso, una volta per tutte, che i sogni prodotti dai sonniferi sono animali perfetti, dalle scaglie speziate. Creature feroci, addomesticabili, scontrose, mute, esotiche, viziate, estinguibili nella più animalesca imprevedibilità. Chiudevo gli occhi e sognavo chiocce che si evolvevano in tunnel ad alto scorrimento, mentre una comitiva di polipi abbacinanti mi rimaneva impressa sul fondo della retina, dove la luce si scioglie.

«Hai provato a contare le pecore dopo aver preso una di queste pillole?» mi aveva chiesto il farmacista di piazza Giovenale, dopo aver considerato vera una ricetta finta. Aveva gli occhi appuntiti da volpe, la malizia ancorata alle palpebre. Mentre si girava per arrivare in fondo alla stanza, salire su un piccolo sgabello di ferro, aprire un cassetto scorrevole e prendere quanto gli avevo chiesto, avevo capito che la mia teoria era fondata: l’insonnia schiude infiniti regni animali, impossibili da quantificare.
Una volta, sì, avevo provato a contare le pecore sotto l’effetto di una di quelle pillole. Mentre passavo dall’uno al due, alla prima pecora era cresciuto il becco, quindi si era sdoppiata in due anatre lanose, triplicandosi poi in aquile reali con corone d’avorio, trasformandosi in quattro rinoceronti acquatici, in cinque ippopotami denutriti, in sei piccoli alligatori vegani e così via. Avrei boccheggiato al rallentatore prima di arrivare ai sette esemplari della specie successiva, ma il respiro si era fatto d’improvviso regolare ed ero annegata in un diluvio onirico.
«Hai mai provato il Tavor?» avevo risposto al farmacista, a cui sembrava stessero spuntando delle corna ai lati del cranio. Era una settimana che prendevo due sonniferi la sera e un terzo di pasticca la mattina, sciolto nel caffellatte. Per essere sicura che la luce del giorno non mi ferisse gli occhi, tenevo le persiane accostate e le tende ben tirate sui vetri, come cellophan.

La farmacia mi sembrava un posto fresco e sicuro, quindi ogni giorno, a metà pomeriggio, entravo, salutavo, mi sedevo in fondo al bancone e mi facevo misurare la pressione.
«Come stanno i bambini?» mi chiedeva il farmacista.
Io sbadigliavo, guardando con sospetto le squame che gli stavano crescendo sulle mani.
«Bene» rispondevo.
«Hanno mangiato?» squittiva lui, sistemandosi le lenti sul naso.
«Sì, spezzatino e spinaci all’agro» dicevo quasi in automatico. In effetti avevo smesso di guardarlo mentre il camice gli si riempiva di peli, mi sembrava inappropriato.

Quel giorno ero tornata in farmacia nel tardo pomeriggio, col sole ancora forte di luglio. La luce intensa di piazza Giovenale si era attutita non appena avevo aperto la porta, poi i suoi strascichi si erano posati insieme a qualche granello di polvere sull’espositore degli omogeneizzati. Il farmacista stava sonnecchiando sul bancone, il becco appoggiato languidamente sulle braccia incrociate.
Nelle ore più calde della giornata gli animali a sangue freddo rimangono immobili, concentrati sui propri muscoli come atleti prima di una rincorsa; è solo di notte che si abbandonano ai sogni migliori. Lo scampanellio della porta aveva interrotto il sonno leggerissimo del farmacista, che mi aveva salutata stropicciandosi gli occhi.

«In questi giorni non so che mi prende, mi sembra di aver anticipato il letargo» aveva detto. Doveva essere dimagrito negli ultimi mesi, e con quel camice bianco appeso alle spalle sottili sembrava una sogliola. Gli occhi parevano più distanti tra loro, poco a poco stavano migrando sui lati del suo viso.
Prendendo dalle mie mani la ricetta, aveva sbadigliato.
«Non è per me» mi ero affrettata a dire, mentre lui si spostava verso le cassettiere di metallo in fondo al locale. «È per la donnola del piano di sotto».
Il timbro della ricetta era quello delle Winx di Rebecca, gli sarebbe bastata un’occhiata veloce per capirlo.
Il farmacista aveva alzato le spalle ed era tornato al bancone senza fretta. Aveva gli occhi ancora sconcertati dalla cortina di un sogno mentre avvolgeva con cura la scatola dei sonniferi con un foglio intero di carta velina. Prima che chiudessi la porta della farmacia, mi aveva salutata dicendo: «A più tardi».

p.6-7 Marzia Grillo

Significa questo, estinguersi?

Le mie pasticche non avevano angoli acuti, scivolavano sulla lingua e si tuffavano in gola come lucci estasiati dall’acqua dolce di rubinetto. I bambini le preferivano schiacciate tra due cucchiai e ricoperte di zucchero, oppure insieme all’aranciata, o sminuzzate nel cibo, ad esempio nel purè.
Rebecca e Giacomo ancora dormivano quando ero rientrata a casa. Erano abbracciati, con le lenzuola ripiegate agli angoli del lettino per formare lo scafo di una barca. Più che in una posizione fetale, in quella posa lui sembrava un gamberetto, lei un cavalluccio marino. Nessuno avrebbe potuto separarli da quel sogno condiviso, neanche l’apnea.

Stavo chiacchierando con un esemplare storpio di tigre, quando Vittorio era tornato a casa. Nel momento esatto in cui il felino mi aveva domandato se anche alla fine dei miei sogni scorrevano i titoli di coda, mio marito aveva acceso la luce e si era sfilato la giacca, poi si era seduto sul bordo del nostro letto aspettando che aprissi gli occhi, mi tirassi su e gli allentassi il nodo della cravatta.
Aveva l’espressione di un cane bastonato, quindi ero rimasta in silenzio aspettando che fosse lui a parlare. Non avevo dovuto aspettare molto perché intonasse un pigolio sottile, uno squittio pacato, quasi incomprensibile: «Licenziato… Non capisco come possa essere successo… nel bel mezzo del turno, colto sul fatto… proprio io… e quelle ricette false… le Winx, dico… Possibile che non me ne sia reso conto?».
«Spiegati meglio» lo avevo corretto, tirandomi su a sedere e accarezzandogli una guancia irsuta.
Lui si era scosso come da un incubo, raddrizzando gli aculei sul dorso. «I bambini stanno bene, hanno mangiato?» aveva chiesto.
«Bastoncini Findus e patate fritte» avevo risposto, a mezza bocca.
Lui si era alzato dal letto ed era andato in cucina, a scaldare gli avanzi nel microonde.

Vittorio non aveva fatto in tempo a uscire dalla stanza che in fondo ai miei occhi, dove abita l’inconscio, un turbinio di anatre mi aveva eletta regina del mondo animale, scuotendo le code avanti e indietro, a destra e sinistra, e sollevando le zampe palmate al cielo, una alla volta. Quel ritmo era tribale, o celestiale, o un semplice sinonimo del volere di dio.

Quando finalmente ero riuscita a scuotermi dal bagliore del sogno, ero andata in bagno a verificare di aver sistemato tutto nell’armadietto dei medicinali. Il camice da farmacista di mio marito era appallottolato nella vasca da bagno come un pesce spiaggiato. Lui era addormentato sul tavolo della cucina, la forchetta ancora stretta nella mano destra, le ali ripiegate sul dorso, le palpebre percorse da un fremito sottile, splendente.
Ero andata nella cameretta di Rebecca e Giacomo e li avevo portati nella nostra stanza da letto uno alla volta, stando attenta a non svegliarli e a non farli sbattere contro gli stipiti delle porte.

Come succede per i sonnambuli, è pericoloso svegliare una crisalide, rischi che non le spuntino le antenne, che non si colori delle tonalità dell’alba appena schiusa, che non arrivi a dopodomani.
Sul letto matrimoniale i miei due figli sembravano minuscoli nei loro pigiamini a righe, zebre nane ripiegate sulle proprie zampe. Avevo sprimacciato i cuscini e piegato le lenzuola ai piedi del letto, poi mi ero stesa nello spazio che separava quei minuscoli corpi, accordando il mio respiro al loro.
Mio marito ci aveva raggiunti poco dopo, accarezzandosi il muso in preda agli strascichi di un incubo. «Dove siete tutti?» aveva detto, temendo di aver perso anche noi insieme al lavoro in farmacia. La prima volta che lo avevano sorpreso a dormire durante il turno avevano chiuso un occhio, ma dopo il terzo reclamo in una settimana non avevano più potuto far finta di nulla.
«Vieni qui» avevo bisbigliato, per non svegliare i bambini. «La marea si sta alzando, il diluvio è impaziente».
Lui si era sfilato il guscio e si era tolto i pantaloni, poi aveva indossato il suo pigiama azzurro da medusa. Io intanto gli avevo liberato un angolino del nido spostando il braccio di Rebecca. Quando finalmente mio marito si era steso, tutti e quattro ci eravamo allineati in un nuovo ordine, galleggiando ognuno attorno al baricentro del proprio corpo per non sbilanciare l’arca. Dopo neanche un istante eravamo stati travolti da un sonno divino, universale.
Significa questo, estinguersi?

Marzia Grillo

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