DELL’ODIO NEANCHE L’OMBRA

Joe Kossovo nasce a Roma nel 1983 e qualche tempo dopo si laurea in legge. Appassionato di cinema e letteratura, ha vissuto in Belgio e a New York. Attualmente scrive, studia e lavora a Roma, dove si districa tra concorsi (letterari e non) e racconti. È l’autore più misterioso di Verde, dove è apparso per la prima volta nell’ottobre 2013 con il racconto Frantumi.
Folle volto è opera di Massimo Desiato (56×50, tela artigianale in pelle pieno fiore vintage su telaio deep edge in abete piallato, firmata e numerata in esemplare unico).

Il mondo assisteva sopito alla fine di tutto senza reagire. Calmo solo all’apparenza, brulicante di perversioni transgeniche, di uomini ridotti a zombie, di folli seguaci della trapanazione, di nuvole scure che scatenavano lampi sintetici provenienti dal repellente laboratorio di fisica nucleare Dubna nell’oblast di Mosca, a due passi dal putrido ed ormai irrimediabilmente alterato Volg, la gente sapeva e viveva, mangiava e dormiva, assuefatta al clordecone delle banane del Guadalupe, al marciume spacciato dal male in persona, alle parole di creature immonde in stato di eccitazione prostrate nella depressione più atroce. Un paesaggio desolante senza più alberi e curve, dove voltare era il meglio che ci si potesse aspettare. Case fatiscenti accanto ad abiti eleganti tirati a lucido da ferventi credenti della sapologia più pura, cieli plumbei annacquati da alcaloidi liquidi, vecchi derelitti che blateravano di una guerra che continuava soltanto nelle loro teste, l’oscurità che prendeva il sopravvento mentre il sole si inabissava nell’oceano: nessuno ci avrebbe mai fatto caso.

I ribelli sparsi che guidavano treni senza rotaie si sollevavano soltanto contro se stessi e cercavano una ragione di vita nella DMT e nell’efedrina, nell’acqua batterica e nella coca cola in lattina. Talvolta, per un attimo, lo trovavano, per poi perderlo in un lampo ogni volta che un albero cadeva e dell’acqua li lambiva. Un’automobile passava con la radio a tutto volume, i seguaci armati della Chiesa Universale e Trionfante aspettavano la fine del mondo barricati in uno chalet in Montana, ma l’apocalisse era già arrivata e lentamente si impossessava di tutto prendendosi gioco del mondo. Non era più lecito dar fuoco al gas senza far saltare in aria qualcuno nei pressi di Bristol, non era più possibile accendere una luce senza insospettire un paranoico acuto, non era più consentito correre senza attirare sciacalli pronti a tutto pur di accaparrarsi quella ventata d’aria fluorescente che faceva muovere i destini. L’unica cosa concreta che ancora aveva ragione d’esistere era il laboratorio di fisica nucleare Super-K, che all’interno della miniera di Kamioka inseguiva il cerenkov, un boom sonico che avrebbe sbriciolato il mondo in fretta e senza rimpianti. I lampi di luce che uscivano dalla miniera abbagliavano il globo; ogni giorno poteva essere quello buono e a ogni lampo di luce che trafiggeva case ed alberi secchi qualcuno sperava di essere portato via per sempre, insieme a tutti gli altri derelitti che abitavano sconsolati il pianeta verso uno stato psichico più allettante, verso il bianco più assoluto e il nulla più totale, prima che l’inferno, nel divano di casa, si facesse troppo ingombrante di fronte ai segnali distorti trasmessi dalla televisione.

Ci si abituava sempre un po’ di più e chi non lo faceva era destinato a vagare alla ricerca di una Lada abbandonata dentro cui ripararsi. Gli acidi che intossicavano gli esseri umani bruciavano lungo il loro cammino: si fermavano solo al cospetto delle baracche in alluminio, oltre avevano via libera per infettare oggetti e organismi viventi. Il punto di non ritorno era già stato raggiunto, ma nessuno se ne era accorto e grazie a questo si continuava a vivere, focalizzando la propria attenzione sull’anta della cucina graffiata o che scricchiolava, su un piccolo prato da curare nel retro della casetta a schiera. La realtà era diversa: era un prato rancido e marrone infettato da bidoni di rifiuti tossici, era un terrificante buco nero alla fine della strada, laboratori chimici improvvisati dietro serrande abbassate, vecchi rottami anni Sessanta abbandonati ai margini delle strade, inquietanti processioni notturne di davidiani sopravvissuti a Waco, animali con occhi iniettati di catinone, Ritalin e Rubifen per tutti, alcol decomposto e semafori senza colori, cartelli divelti e réclame di prodotti scadenti. Nessuno ci faceva caso: bastava sprangarsi gli occhi e riparare l’anta gracchiante, innaffiare i fiori, voltare lo sguardo davanti all’evidente e consumare un altro maledetto giorno in quell’insulso pianeta.

Dell’odio, purtroppo, neanche l’ombra.

Joe Kossovo

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