SEMIAUTOMATICA #5: Speciale Tamburo

p.32-1 VERDE 12 cartaceo

Verde 12, maggio 2013 (edizione cartacea speciale in split con il numero zero, grafica di Elena Bortolini)

Semiautomatica, non è un segreto, è la mia rubrica preferita del cartaceo di Verde, ma se dovessi scegliere una sola puntata non saprei da dove cominciare: mi vengono subito in mente quella stereo sulla Gioventù Bruciata, l’omaggio a Lou Reed (“Di Lester Bangs non mi va di parlare”) e naturalmente lo Speciale Tamburo, scritto per festeggiare il primo compleanno di Verde. C’è stato un tempo in cui le sole cose utili (o le sole cose e basta) che potevi leggere online su Stefano Tamburini provenivano da Lamette (un esempio: 29 dicembre 2001). Articoli, approfondimenti, recensioni, notizie aggiornate e omaggi vari: se oggi Stefano è finalmente nominato fuor di parentesi lo si deve senza dubbio anche a Simone Lucciola.

Tamburo. Ho visto il timbro con cui siglava i suoi lavori muscolosi, del tutto simile a quello che usava un tempo mia madre per le perizie immobiliari, e ho avuto l’idea precisa del buco spazio-temporale frapposto a partire da quella brusca interruzione. Come un’altra volta che c’era lui che parlava nei sotterranei del Forte Preneste e mi sembrava sostanzialmente timido, rivolgeva sguardi febbricitanti in macchina e un po’ vestiva e appariva come gli Yuppies di Vanzina un po’ come uno dei ragazzi della Terza C, ma si capiva che faceva fatica a ricoprire un ruolo. Grieco era marmorizzato davanti allo schermo a due sedie da me con la fissità di chi sta telepatizzando un ponte, e io avrei dato qualcosa per sapere che cazzo stesse pensando esattamente in quel momento, ma mi sa che era a Trastevere. Davanti ad una fotocopiatrice mi ritrovai ad almanaccare. Michele Mordente una volta aveva uno Snake Agent inedito, e poi anche quel ritratto di Pazienza che fu relegato in quarta: ingiustamente, ho sempre pensato, ma poi ci ho trovato anch’io quel che di mortuario e tetro – il viraggio celeste mummia, l’occhio nero quasi a mandorla, una specie di richiamo egizio – e ho capito le ragioni di Vincenzo. Davanti all’ingresso di una birreria di Lucca, una notte – eravamo rimasti solo noi due fuori all’addiaccio con le sigarette – io e Vincenzo convenimmo che era il migliore. Tamburini di cui comunque si fatica a mettere insieme una mostra e non si sa mai se è perché era così generoso da lasciar disegnare gli altri, o troppo concettuale per interessarsene del tutto, o troppo pigro per mettere mano ai violini senza una banda armata, o troppo insicuro del suo bel tratto 60’s underground crumbiano, o insicuro tout court come sostenne una volta Guarnaccia. Lu Bonanni dice che al Bar Magia a Trastevere c’era una barista che si chiamava Lubna. E che c’erano i punk, ci sono sempre i punk dove racconta Lu. I 100celle City Rockers, rettificherebbe Mordente. Scòzzari ha rivelato particolari impietosi e macabri – e se mai leggesse questo pezzo non mancherebbe di dirmi brocco, cagnaccio, frocio con la bandana, distorsore del vero, che cazzo ne sai TU – ma va da sé che se ce li avesse risparmiati avrebbe ritardato di decenni la riscoperta in corso. Alessandra, firmandosi Strèkeno, mi ha ringraziato pubblicamente per essermi occupato di suo fratello su Lamette, ma gli articoli erano imprecisi, condensati, ellittici, mutili e tronchi, e un po’ mi sento in imbarazzo per non aver saputo fare di meglio. Ricominciamo.

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Semiautomatica #5, Speciale Tamburo (Grafica di Elena Bortolini)

Umberto D’Agostino al Mulino a Viterbo o al Circolo degli Artisti, o il diavolo sa dove: lo conoscevo bene, abitava nel mio quartiere, quando è morto ho pianto. Thalido che mentre beviamo a San Lorenzo mi dice che ha una copia del demo di Mongoholy Nazi, e che non è vero che è un nastro ribaltato, ci sono interventi e loop. Delucchi che rettifica non mi ricordo cosa, ma mi dice cazzo io c’ero. I collage con i capelli sparati appesi a Giano dell’Umbria, ripresi pari pari in una locandina dei Bloody Riot. Le cartoline Vudu nella mia libreria a Formia. Lui che si fagocita a Napoli in quella prima copertina di Liberatore che mi ricorda un po’ Popeye.

Tamburini che forse mi segue, o sono io che seguo lui, o in ogni caso ci scontriamo spesso. Curioso per uno che ha lasciato poca roba e se n’è andato con le valige sfatte, in chissà che livello, mentre all’ombra del Colosseo di plexiglas, rosa Buscaglione nel pomeriggio d’aprile, si parlava e non si parlava di lui.

Simone Lucciola

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