IL CLAMORE DELLA CARTA

Cominciamo la settimana con Simon G. Helly, che torna a trovarci con un nuovo inedito a un mese circa da Le malattie della vite. Pensieri ricuciti (56×50, tela artigianale in pelle pieno fiore vintage su telaio deep edge in abete piallato) è opera di Massimo Desiato. 

Lo sgabuzzino, per me che ci entravo con una certa riverenza, ha rappresentato fin dall’inizio una sorta di limbo, un luogo in cui vedevo finire alcune delle tante storie non battezzate dalla letteratura: storie di cui ricordavo a malapena il titolo, sulle cui sinossi mi sono attardato per qualche secondo di troppo durante la fase di archiviazione.

Aprii più volte quella porticina di legno verniciata di bianco, dove mi limitavo a innalzare con cura la colonna di carta che si ergeva sempre più sbilenca e pericolante. Entravo là dentro in punta di piedi, appena il tempo di fare un passo e posare qualche nuovo piano di quel grattacielo di parole inedite e cariche di aspettative, a giudicare dalle lettere di presentazione piene di astio o di ossequi con cui gli autori accompagnavano le loro opere preziose. Il saperle là dentro, al riparo dagli spifferi e da goffi movimenti, mi dava però un certo conforto. Mi piaceva pensare che le storie, messe così una sopra l’altra, si tenessero compagnia e che addirittura si mescolassero tra loro intrattenendo rapporti promiscui.

Quando entrai in redazione, soltanto tre mesi fa, avevo ancora velleità di scrittore. Mi figuravo a tessere trame ordite con la punta delle mie dita, che non vogliono mai star ferme e che manovro spesso in modo sconsiderato. Queste stesse dita, apparentemente immuni al contagio del tempo e che prima fremevano al pensiero di costruire nuovi mondi, hanno però tentennato dinanzi alla prospettiva di distruggerli; eppure lo stesso non si sono fermate per obbedire al principio scientifico che stabilisce l’esistenza di una percentuale infinitesimale di mondi abitabili in rapporto a quelli esistenti. Sono state costrette a scegliere.

Mi hanno suggerito più volte di non darmi pena per tutte quelle storie sconclusionate e senza futuro, ma proprio non mi riusciva di non preoccuparmi per loro. Mi consigliavano di ragionare, di riflettere su tutti quegli alberi abbattuti inutilmente, e invece io non pensavo che alla somma dei secondi e dei sogni, a quante vite facessero tutti questi minuti passati a scrivere. Non m’interessava niente del mercato, dell’inflazione dei titoli e del contrarsi della domanda; di tutti questi problemi che stavano sempre sulla bocca di tutti, là in redazione, mentre cercavano un’idea nuova che colpisse il lettore e regalasse al marchio qualche altro giorno di sopravvivenza. Tecnicamente non erano neanche miei colleghi, quelle persone che si affannavano su bozze, copertine e bandelle, che mi affidavano compiti con spiegazioni affrettate e superficiali perché tutta la loro cultura li faceva sentire in diritto di giudicare. Sarei dovuto restare là per imparare, per fare esperienza in ottica futura, ma non mi attraeva che quel buco nero che inghiottiva la carta e che nascondeva tutti quei contenitori di banalità, errori grammaticali e quintali di egocentrismo.

Durante la notte pensavo che tutta quella materia invisibile (che molti definirebbero inutile) potesse rappresentare un giorno il mio capolavoro, che avrei potuto appropriarmene un poco alla volta e studiarla nelle ore che avrei dovuto dedicare al sonno, sotto la luce smorzata del paralume che rende graziosa anche la cosa più volgare. Ripetevo a me stesso che ognuno di quei manoscritti dovesse senz’altro contenere almeno una pagina o una riga degne di conquistarsi l’eternità, che sarebbe bastato leggerli dalla prima all’ultima parola anziché seguire le strategie per ottimizzare i tempi come insegnano nei master in editoria.

Mi sono addormentato, per notti e notti, sprofondando in un sogno strampalato che si ripeteva, dove non facevo che scalare la montagna di pagine pencolante finché non mettevo un piede in fallo e crollava giù tutto quanto e io cadevo insieme a una fitta pioggia di lettere che mi trascinava in un fondo popolato da ombre balbuzienti. E cosa potevano essere, questi spiriti senza volto, se non le fantasmatiche proiezioni di tutti quegli autori che non si arrendono all’oblio? E così, per giorni, non ho fatto che sottrarre plichi più o meno maltrattati per incolonnarli ai piedi del mio letto, dove si alzava una torre di babele che per niente mi soddisfaceva. Volevo infatti averne ancora e ancora, poter intromettermi di nascosto in altre redazioni e saccheggiarne i ripudiati tesori che da me avrebbero trovato più calorosa accoglienza. Per quanto potesse presentarmisi ingombrante, ancora non possedevo che la milionesima parte di questa storia dell’umanità che è un trionfo di ripudi. Alla fine ho dovuto cedere anch’io al sotterfugio della selezione e illudermi che una parte valesse per il tutto. Non sono stato all’altezza dell’inumano.

Ho vagato così tanto nel dubbio, non so dirvi per quanti giorni e notti, ma oggi vi porgo queste mie scuse. Non sono stato forte abbastanza, avrei dovuto scrivervi, oppure che mi è mancato il tempo, ma la verità è che queste sono piuttosto delle condoglianze. In fondo ho ucciso due volte la vostra opera. Scartati al vaglio e scartati anche infine, che terribile ingiustizia.

Simon G. Helly

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