CASUAL FRIDAY #6: LA LETTERA (PARTE II)

Casual Friday è la rubrica di Verde nata per promuovere un nuovo reading code. Ogni settimana un racconto inedito di un autore diverso che cercherà di farvi ridere, divertirvi o semplicemente imbarazzarvi. La lettera è un racconto di Luca Antonini diviso in due parti: la prima è qui. È venerdì, rilassati!
L’opera in foto è di Massimo Desiato.     

Da giorni non riusciva a contattare Martina. Mancava poco ormai al suo rientro per le vacanze di Pasqua, quando finalmente una domenica sera la trovò in chat.
«Amore mio, mi sembra di impazzire. Non puoi neanche immaginare quello che ho passato. Sto vivendo in un incubo. Credo che stiano complottando contro di me. Sai, per la lettera…»
«Non ci sentiamo da settimane e tu mi parli della lettera? Ti sento distante, io mi sento sola, non sai quante volte avrei voluto averti qui accanto…»
«Ma sei a Londra! Non ti ho obbligato io a fare quello stupido stage!»
«Stupido? È questo che pensi?»
«L’utilizzo del videoclip come mezzo di indottrinamento delle masse. Vogliamo parlarne davvero?»

Come sempre le frasi cominciarono a sovrapporsi, generando parti di discorso spezzate e poi abbandonate. Più la confusione aumentava, più le parole si appesantivano. Andrea fumava l’erba direttamente dalla pipa e quando a notte fonda la discussione finì ci mise un po’ a capire quel che era successo. Martina lo lasciava per il cantante di un gruppo Cristiano Copto, i Torrent95, conosciuto durante le sue ricerche. Era l’unica cosa certa. Si sedette con i palmi delle mani sulle cosce, respirò a fondo e cercò di calmarsi. Contò a voce alta fino a dieci, poi cominciò ad elencare una lunga sfilza di bestemmie nel suo dialetto, mise lo stereo al massimo, aprì la finestra e buttò di sotto tutto la roba di lei.

La polizia arrivò mezz’ora dopo. Sfondarono la porta, lo ammanettarono e lo portarono in questura. Balbettando tentò di riassumere le vicende degli ultimi giorni: il mobbing sul lavoro, il bar che non vendeva più sigarette, la ragazza che lo aveva lasciato, ma non parlò della lettera. L’appuntato era più interessato ai vincoli parentali che sembravano intercorrere tra i due: provenivano entrambi da Castel Sinone. Sfortunatamente, gli spiegò il compaesano in divisa, si poteva forse soprassedere per il disturbo alle quiete pubblica, ma di certo non per l’assassinio. Andrea sussultò e si accorse che per la prima volta dopo anni gli era sfuggito un: «Oh mio dio, ti prego, questo no».
Un omicidio minore, accidentale, precisò la guardia. Nel suo volo, lo specchio indiano di Martina si era schiantato sul cane della vicina del piano di sotto. La vicina era la sorella del parroco del paese e questo aggravava le cose. E certo, al processo si sarebbe discusso anche dell’erba trovata sul tavolo, avvolta in una lettera.
Quando la porta della cella si chiuse, la guardia tentò di rincuorare Andrea. Domattina telefona all’avvocato, disse, e vedrai che tutto si risolverà con una multa! Andrea lo guardava attraverso le sbarre, come perso in un sonno senza sogni. Si ridestò solo quando la porta si riaprì e apparve Martin.

«Che ci fai qua? Ti hanno beccato con la roba?» chiese Andrea.
«Zitto, che di quella non sanno niente! Mi hanno incastrato!»
«Hai mandato anche tu una Lettera al Vicariato di Roma?»
«Macché! Sta a sentire che ti racconto!»

Martin gli disse che una studentessa Erasmus inglese era appena stata ammazzata e lui era stato tirato in ballo da due clienti altolocati del suo pub: il figlio di un noto imprenditore del luogo e un’australiana di buona famiglia, ricca e potente. A sconvolgere Andrea era il modo in cui Martin ne parlava. Sembrava tranquillo e sicuro, e non perché si giurava innocente, ma perchè aveva fede. Parlava rigirandosi tra le mani un grosso crocifisso d’avorio che gli pendeva dal collo, ed evocava il prete mozambiano che lo aveva salvato dalla sanguinosa guerra civile a cui aveva preso parte da bambino, assumendo droghe e commettendo omicidi, stupri e sevizie.
«Ma non sei arrivato in Italia a 13 anni? Quando l’hai fatta tutta sta roba?»
Martin lo fissò negli occhi con sguardo calmo e sereno. «Tu non hai fede, ragazzo mio. È stato molto tempo fa e ora grazie a Gesù quel bambino non c’è più. È stata la fede a salvarmi. Dio mi ha redento, sono sicuro che la verità su quella povera ragazza emergerà presto e io sarò salvato, anche questa volta.»

Come previsto Andrea venne scarcerato il giorno dopo. Si chiuse nella sua stanza e non uscì più di casa finché un lunedì una raccomandata gli annunciò il suo licenziamento. Il telefono squillava, ma lui non rispondeva. Un giorno finalmente sentì il bisogno di parlare con qualcuno.

«Mamma, è successo un casino!»
«Che t’avevo detto? Dovevi rimanere qui da noi! Non dovevi metterti con una del Nord! Torna qui Andrea! Lo sai che l’assessore amico di tuo padre ti trova subito un lavoro al Comune, poi ti sposi una bella ragazza, una delle nostre, metti su famiglia e mi fai diventare nonna! Ti ricordi Antonio? La moglie aspetta già il terzo figlio!»
«Cazzo, mamma, sempre le stesse puttanate mi devi dire? Per favore!»
«Andrea non parlare cosi con tua madre, non ti permetto, sai?»

Quando la telefonata finì stava peggio di prima. Cercò su google il numero di un buon avvocato, ma rimase colpito da un trafiletto di cronaca su un quotidiano locale: Martin era stato scagionato e assolto da ogni accusa. Il titolo dell’articolo era «…E IO SARÒ SALVATO». Aprì la finestra per prendere una boccata d’aria. Era una calda giornata di primavera, respirò a fondo il leggero vento che da sud, come balsamo, rinfrescava la cappa di erba e fumo che ristagnava nel suo appartamento. Aveva voglia di fare colazione quando sentì uno strano rumore, come un piccolo gridolino minaccioso, provenire dalla strada. Era il cane della sorella del parroco, fasciato come una mummia, che zampettava timidamente sotto gli occhi vigili della padrona. Non era morto! «Grazie Signore, grazie!» urlava di gioia la vicina. «È un miracolo! Zenaide, Nannina, guardate, Ughino si è ripreso! È un miracolo!»

Uscì di casa in pigiama e corse verso la chiesa. Bussò alla sagrestia e quando il parroco aprì annunciò con voce rotta e contrita: «Padre! Ho capito tutto! Da quando ho scritto quella dannata lettera la mia vita è cambiata! Mi sono allontanato dalla grazia di Dio! Mia madre aveva ragione, la mia vicina aveva ragione, tutti avevano ragione, Martin, Luciano, Martina (oh, Martina!). Ora capisco Padre, mi perdoni per tutto il male che ho fatto! La prego, si sieda e scriva al Vicariato di Roma!»
«Mi scusi, ma lei chi è?» Il parroco non aveva capito una parola e ora fissava quel giovane trasandato davanti a lui, lo sguardo obnubilato da chissà quale sostanza.
«Come chi sono? Sono Andrea Apicella, l’autore di quell’ignobile lettera! Sono il peccatore, la Maria Maddalena! Ora capisco tutto, il pentimento, la divina provvidenza, il fuorigioco e tutto il resto! Voglio essere redento, Padre!»
«Ma di che lettera parla?»
«Io ho profanato il battesimo, mi sono allontanato da Santa Romana Chiesa e dalla grazia di Dio! Bruci quella lettera Padre, lo faccia ora, davanti a me!» Andrea non ascoltava più, aveva un fuoco dentro che ardeva e parlava per lui.
Don Alfio stava per perdere la pazienza, prese un respiro e tentò di modulare il tono della voce. «Mi spiega chiaramente di che lettera parla?» Fu difficile per il vecchio parroco non urlare.
«Del modulo per sbattezzarsi!» rispose Andrea, in piena estasi mistica.
«Ah, ora capisco», sorrise il parroco, «lei parla di questo» e tirò fuori dalla scrivania un modulo già compilato. Nel coprire i dati anagrafici non sfuggì ad Andrea parte del nome e del cognome: era il figlio del suo capoufficio, ora in prigione con l’accusa di omicidio, dopo aver tentato di incastrare Martin. Un altro pezzo del mosaico, pensò.
«Sa, c’è la riservatezza, non posso dirle chi l’ha inviata, ma le assicuro che ormai di lettere come queste ne mando a Roma diverse all’anno», giurò Don Alfio.
«Padre, io ho sbagliato e sono pentito, voglio tornare indietro, mi riaccolga nel suo gregge!»
Don Alfio scoppiò a ridere. «Guardi che per noi il battesimo, come ogni sacramento, è indissolubile! È come il matrimonio; lei sa che chi si sposa contrae un vincolo sacro che solo la morte può sciogliere?»
«Dunque la lettera non ha alcun valore?»
«Non le si può nascondere proprio niente ragazzo mio, eh?»

Un attimo dopo era già corso via, in direzione della piazza. Doveva scoprire se davvero quel dannato modulo era soltanto carta straccia. Si fermò davanti al solito bar, dove tutto era cominciato.
«Buongiorno signore».
«Per favore, un pacchetto di Lucky Strike. La prego!»
«Dure o morbide?»
Un grido di giubilo squarciò l’aria tranquilla del paese. Davanti alla chiesa, inveendo e dimenandosi, Andrea prese a spogliarsi urlando al cielo: «Non mi avrete mai, brutti stronzi! Non mi avrete mai!»
Dal bancone, la ragazza lo guardava impaurita. «Papà, sta male quello?»
Il gestore del bar scosse la testa. «È un drogato Mariella, quante volte devo dirtelo? Chiama la polizia.»

FINE la prima parte è stata pubblicata venerdì 10 luglio qui.

Luca Antonini

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