SEMIAUTOMATICA #4

Verde 11 (aprile 2013)

Verde 11, aprile 2013 (In copertina: Nico Piancastelli, Senza titolo)

Il numero 11 dell’aprile del 2013 è dedicato a Giulio “Rigetto” Ciancamerla, amico, collaboratore e partner in crime di Verde. Le illustrazioni sono di Nico Piancastelli, “artista di Bagnara di Romagna scomparso nei primi anni Ottanta, che si è dedicato allo studio e all’esecuzione della pittura astratta su vari tipi di materiale di tutti i generi, preferendo i più poveri, per manipolarli ed estraniarli dalla loro prima e reale natura.”
Il 20 giugno 2015 si è tenuta l’inaugurazione di una mostra dedicata a Nico, presso la Biblioteca comunale di Bagnara di Romagna.
Alda Teodorani, da sempre legata a Nico (indimenticabile il ritratto che fornisce di lui – “una vita esemplare per una morte iniqua” – nel bel racconto eponimo contenuto nell’antologia La signora delle torture), ne ha recentemente parlato qui.

Zot! Presi una schicchera tra le giunture di lavatrice del coin-op. Ti spalmo la crema e Vamos a la Playa eternamente nel juke-box. Cercavo lo Squalo Blu che non c’era mai, magnatevi un Piedone che è uguale. Ogni tanto un puttino avvoltolato in una bandiera, una minestra salata tra le dune peste.

Lido La Perla: Asteroids e Space Invaders.
Risorgimento: Gun Smoke.
Aurora: Ghosts and Goblins e Dig Dug.
Serapide: Trojan.
Oriente: Wonder Boy.

Di Double Dragon ancora nemmeno l’ombra.

p.10 VERDE 11

Perché stavamo andando a casa del diavolo alle sei del pomeriggio?

Ma sono entrato davvero in quel portone in pieno centro, con quel conoscente incontrato per caso due minuti prima? Dentro c’era qualche buca delle lettere e un muro sporco che, girato l’angolo, dava su un vecchio corridoio non intonacato. Abbiamo camminato per un bel pezzo tra i mattoni nudi, tenuti insieme in malo modo da una rasatura improvvisata, prima di incrociare gli ingressi di appartamenti dirimpettai. Il passaggio era così angusto che riuscivamo a malapena a procedere fianco a fianco, e la luce esterna sprofondava nella penombra man mano che avanzavamo in fondo al tunnel. Il corridoio si torceva su se stesso come una Girella, e da qualche altra parte del labirinto ci giungevano delle voci ovattate. Perché stavamo andando a casa del diavolo alle sei del pomeriggio? Cosa stavamo cercando, esattamente? Lui prima mi aveva detto che doveva vedere un amico, o forse lasciargli un’ambasciata di qualche tipo, ma il pavimento adesso era praticamente di terra battuta, e qualche lampadina volante aggrappata alle pareti come un’edera faceva luce sugli usci mancanti di alcuni stanzoni, da cui provenivano urla di bambini e odore di verdura cotta. Ogni tanto delle Anne Magnani in vestaglia s’affacciavano da quei pertugi rettangolari, e c’erano degli zingari seduti all’esterno, la schiena contro i muri del corridoio, che fumavano in silenzio e ci costringevano quasi a scavalcarli per procedere. Mi venne in mente che forse, molto plausibilmente, eravamo lì per comprare un pezzo di qualcosa. Poi il mio amico-conoscente si fermò davanti a una tenda da cui faceva capolino una donna in grembiule blu, corpulenta, sulla cinquantina, tutto sommato d’aspetto rassicurante. La salutò educatamente dandole del lei e le chiese dove fosse. E qui fece un nome che non ricordo, ma capii che questa signora in pratica era la madre della persona che stavamo cercando e che naturalmente era assente, o forse era assente sempre. Insomma, ci congedammo e quindi uscimmo a riveder le stelle, senza che mi riuscisse di intercettare alcuno scambio di merci né messaggi. Non seguirono commenti, perché lui sembrava o pretendeva di essere perfettamente a suo agio e io tenni per me le mie confuse impressioni parlando d’altro. In piazza ci separammo. Ognuno di noi prese la sua birra e se la andò a bere per conto suo, com’era nell’ordine naturale delle cose. È successo più di dieci anni fa, e ancora non riesco a definire con chiarezza se è un frammento reale o un paradosso onirico. Non ho intenzione di chiedere all’altro di farci mente locale: dieci a uno che mi riderebbe in faccia, anche perché a quei tempi ero sotto spirito fino alla buzzonaglia.

Simone Lucciola

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