VERDE MATEMATICO #1: Diedrich

Qualche mese fa Luca Marinelli ci ha proposto “una rubrica su concetti di stampo prettamente scientifico, soprattutto di fisica e matematica, dato che mi occupo principalmente di questo nella vita, rivisitati in chiave accessibile nella forma del racconto” (sì, accessibile, ha detto proprio così). Poi ci ha spiegato che la rubrica procederà in serie di tre. La prima, Umidi nei post sbronza, tenterà di trattare “le tre nature della fisica: classica, quantistica, relativistica“. Diedrich introduce la fisica quantistica. La trama del racconto, dice sempre Luca, “sarebbe semplice: un uomo, pieno di fobie, prima sviene perché si sono rotte le tubature della cucina di casa sua, poi parla con un idraulico che in realtà è uno psicanalista mascherato.”
Il nome della rubrica è
Verde Matematico e avrà cadenza mensile.
L’illustrazione è di Massimo Desiato e si intitola, guarda i casi, #3 (77,5 x 43, base pvc, asfalto, vernice, pennarelli, vinilica, fiori secchi di azalea). Qui la descrizione che ne fa Massimo. 

Con il ticchettare dell’orologio che disegnava nel mondo fuori dalla sua testa un poligono perfettamente regolare di lati così fitti da assomigliare a una circonferenza, l’immagine che nella memoria di Diedrich permaneva fissa come il fossile di corallo che da almeno dieci anni teneva in bella vista sul comodino era quella delle sue pantofole rosse, sullo sfondo verde della vecchia moquette incollata al pavimento.

O forse era il contrario, e così il cerchio in potenza era un promettente rampollo di poligono regolare solo nella sua testa, e le pantofole un bricolage di tanti ritagli di poligoni regolari adulti un po’ cresciuti che piroettavano immobili nella realtà? Certo era che adesso, a farsi quel genere di domande, i poligoni delle ciabatte sembravano inscriversi autonomamente nel poligono del tempo, e a pensarci ancora meglio tutto questo non contribuiva che ad accrescergli il mal di testa.

Aveva provato a chiudere gli occhi e l’immagine gli era rimasta impressa nella retina per qualche attimo, come se quelle ciabatte avessero d’improvviso acquisito le proprietà di un lampione, e stessero emettendo luce propria, una luce confinata in una forma ben definita, intersezione di geometrie semplici; un lampione con la sagoma battuta di un paio di pantofole. Questo è quello che si chiama applicazione di una rotazione sul vettore di una base che non la diagonalizza.

Si stropicciò gli occhi con le dita, e sotto alle palpebre si fece tutto rosso. Li riaprì lentamente; quando ormai poteva di nuovo a distinguere le forme e i colori, quelli veri, della sua stanza, gli venne naturale pensare a quanto fosse natalizio quell’abbinamento cromatico, se nel momento dell’anno esattamente in mezzo ai due natali – quindi il più distante da ognuno di essi – tornava con la mente alla festa di compleanno del bambino Gesù.

Il natale. Non che lo avesse mai odiato (odiava piuttosto i tanti che lo detestavano a prescindere, quelli che lo adoravano come festa religiosa, quelli che ne facevano una religione laica di bontà, quelli che ci speculavano sopra, quelli che lo aspettavano per i regali fingendo davanti agli altri nel timore di essere giudicati, quelli che a tutti i costi lo festeggiavano con i parenti, quelli che ai parenti mandavano ogni anno una cartolina): ma da quando aveva capito che quella storia carinissima di babbo natale, dei buoni propositi e tutto il resto non poteva funzionare in nessun modo (pure ammesso che avesse trovato la maniera di trasformare una mandria di renne in uno stormo di renne, il suo stormo di renne personali addestrate, era e rimaneva impossibile che il personaggio fosse riuscito anche una sola volta a consegnare tutti quei regali in così poco tempo, pure considerando la differenza di fusi orari e supponendo che avesse pianificato un itinerario sensato), da quando cioè aveva capito che nella vita il denaro, che non è niente ma comunque sempre qualcosa più del tempo, quantifica in qualche modo bizzarro il tempo (e allo stesso modo il tempo, che non è niente e per giunta meno addirittura del denaro mancando persino di un riferimento oggettivo assoluto, quantifica il denaro che si è perso nel perdere tempo a pensare a cose assurde come il tempo e il denaro, o anche a babbo natale, agli stormi di renne, et cetera, et cetera, et cetera), da quel momento, beh, da allora il natale non aveva avuto più lo stesso gusto e festeggiarlo aveva perso la parte più importante del suo significato vero.

In buona sostanza a lui, povero e ancora giovane cristo, non era rimasto altro che mettersi a studiare il tempo, e cercare nel suo piccolo di capire come questa strana e onnipresente categoria, così liquida e comunque viscosa a sufficienza da farci scivolare sul mondo ma mai abbastanza da tenerci attaccati in eterno, facesse in definitiva ad avere un riferimento oggettivo e a non avere un riferimento oggettivo allo stesso tempo, il tempo del tempo; ad essere insomma quantificabile ma anche percezione soggettiva, un muffin al cioccolato mentre lo mastichi ma anche l’indicazione sullo scontrino una volta che l’hai pagato. Ovviamente non era mai riuscito a venire a capo dell’enigma, figurarsi, proprio lui; ci furono volte in cui addirittura arrivò a pensare che il tempo avesse una natura quantistica, che fosse come la luce, onda e corpuscolo, corpuscolo e onda, quando lo si vive come un’onda che allunga a dismisura la sua cresta nella noia e la accorcia fino ad annullarla, quasi, nella follia del piacere e del gusto, tutto lì e tutto allo stesso tempo del tempo che, ricordiamo, era anche denaro tra le altre cose, e poi magicamente corpuscolo ogni volta che vai a vedere l’ora, tu ti rifai a un riferimento oggettivo e immediatamente il tempo s’incarna come un gesù di nazareth qualunque nel riferimento oggettivo stesso, che burlone!, e così improvvisamente da tanto, da poco, sai che quel fluido è diventato un’ora, poteva essere qualunque cosa eppure ecco qui che è un’ora e basta, può entrare nella bottiglia da un litro e non in quella da mezzo litro, peccato, avresti giurato che sarebbe potuto entrarci tutto intero ma niente, un’ora e non di meno, un’ora e non di più, e ti rendi conto che quell’ora non è neanche più l’ora che stai percependo, è un’ora ormai vissuta, è passato, è qualcosa che già di per sé il solo fatto d’averla schematizzata implica che non esiste e non tornerà indietro mai più.

(Un po’ come il concetto di collasso, un po’ come sparare a una macchina dal marciapiede, ad occhi chiusi: non sai di preciso che parte colpirai della macchina, ma dallo schianto sicuramente un’idea te la farai. Persino, era arrivato a immaginare che la quantistica stessa non fosse tale in quanto incarnatrice dell’ordine delle cose, ma perché è così che percepiamo il mondo a causa del tempo, immersi nel tempo, quantistico come una minuscola biglia di elettrone, quantistico come uno sputo di secondi alla tua ultima cena che coincide con la prima cena del figlio del tuo vicino di casa.)

Quasi sicuramente era ubriaco quando aveva tirato quelle sue bislacche conclusioni, e se non ubriaco era fatto, antidepresso, nembutalizzato, morfinizzato, oppizzato, sicuramente confuso, perché quando stava bene quei pensieri – che apparivano così profondi senza poi in fin dei conti esserlo davvero – lui per primo non li capiva più. E non che non sarebbe stato divertente se fossero state cose sensate, dai, grande!, ho scoperto il segreto del mondo e adesso mi diverto a divulgarlo al mondo intero, ma neanche per sogno, era questione di mantenere un certo contegno, e davvero quelle cose non ci potevano stare, proprio no, assolutamente. O magari forse sì, magari? Nì.

Nel dubbio il giovane Diedrich era finito ad aprirsi un negozio di orologi in pieno centro città, e così il tempo per lui era finito ad essere ancora più denaro rispetto a tutte le altre persone, era finito per essere denaro letteralmente, e a furia di vendere il tempo-denaro per denaro, nel tempo, il suo denaro-tempo era diventato così denaro e così poco tempo che in tutta la sua vita non era successo una sola volta che lui avesse fatto un solo gesto senza avere bene a mente che ore fossero, dentro di sé. E a contare il tempo era invecchiato, convinto in fin dei conti che sarebbe invecchiato, anche se a contarlo non ci si fosse messo lui.

In quel momento, ad esempio, erano le otto euro e quindici sessantesimi, e lui si infilava le pantofole rosse sulla moquette verde e schiodava finalmente il sedere dal materasso morbido del letto matrimoniale. Sua moglie non era già più sotto le lenzuola, non era già più e forse da un pezzo; non sentiva l’odore di caffè, ma la cosa che fuor di dubbio gli sembrò più strana fu notare che qualcuno aveva cambiato l’ora all’orologio in corridoio: segnava le nove e ventitré, in anticipo coi tempi di oltre un’ora. Doveva essere successo mentre lui dormiva. Diedrich, che si era fermato davanti alla parete a fissare l’orologio appeso, fu immediatamente assalito da una febbrile agitazione. Per lui: incontrollabile. Irresistibile odore di bruciato.

«Cara?»
Nel giro di un istante respirava già veloce, insolitamente veloce, si girò e riprese la sua marcia lungo il corridoio, marcia rapida, con il cuore che gli esplodeva in petto e gli accelerava il passo.
«Cara?!»
Fino a che non si ritrovò in cucina. A Madrid. Da solo.
Davanti al Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia, a qualche metro da Guernica, nella tomba di un’aria torbida che lo soffocava, velenosa, rarefatta. Guardava Guernica e tremava per sindrome di Stendhal, eclissi di sole, il cielo color pece. Completamente terrorizzato. Cadde a terra sulle ginocchia ed esplose un terrificante grido da cowboy. La pozzanghera d’acqua che si faceva strada dal mobiletto sotto al lavandino sotto alla mensola scolapiatti lungo il pavimento a piastrelle rosse lucide lo accerchiava, i suoi pantaloni del pigiama a mollo nell’irrimediabile errore. Era L’Urlo di Munch che fissava Guernica di Picasso in ginocchio sugli orologi squagliati di Dalì. La persistenza della memoria: l’arrivo della moglie, di corsa, a sorreggere il marito, ma non era facile nuotare nel colore, nuotare nelle grida, nel momento immobile che ancora sgocciolava il ricordo del momento immediatamente precedente, in uno spazio-tempo talmente lacrimoso, disastrato e espressionista da trasformare l’emozione in un magma acceso, nel teatro così surrealista del dramma idraulico dell’esplosione incontrastata del tubo domina-natura, nei secondi che invece di scorrere grattano come cubi di sabbia sulle pareti vitree della clessidra, graffiandole per sempre mentre scendono giù a fatica, quadrati dentro a un cono, PERCHÉ?

Non fece in tempo, la moglie, ad arrivare e lo raccolse mentre sveniva a mollo nell’acqua rivoltosa al lavandino. La vide all’ultimo, ma tanto era già amore.

CONTINUA

Luca Marinelli

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