CASUAL FRIDAY #5: LA LETTERA (PARTE I)


Casual Friday
è la rubrica di Verde nata per promuovere un nuovo reading code. Ogni settimana un racconto inedito di un autore diverso che cercherà di farvi ridere, divertirvi o semplicemente imbarazzarvi. La lettera è un racconto di Luca Antonini ed è diviso in due parti: la seconda sarà online tra sette giorni. È venerdì, rilassati!
Luca Antonini è art director, game designer e script writer di Officina Indie, uno dei non-luoghi dove riesce a dare corpo ai suoi incubi. Una laurea in Dams gli dà occasione di coniugare cultura pop con Umberto Eco. Il resto sono visioni.
L’illustrazione è di
Massimo Desiato (#1 Man in the mirror, 44×60, base carta, matite, tempere, vernice spray, ramo di frassino con foglie. Qui la descrizione completa).

La lettera giunse a destinazione un sabato mattina di metà febbraio. Il simbolo che la sovrastava e il mittente scritto in caratteri grandi e chiari – VICARIATO DI ROMA – lo spinse a rileggere tutto con calma, a voce alta e solenne. Era seduto in cucina avvolto da un piumone dai colori vivaci. Sentì Martina solamente nel pomeriggio e annunciò la notizia scrivendola a caratteri cubitali sulla chat: MI SONO SBATTEZZATO! La risposta tardò ad arrivare e non era quella che Andrea si sarebbe aspettato: «Non avevi detto che ne avremmo discusso insieme?» Di lì a poco, nel giro di una Nastro Azzurro e una canna, avrebbero seguito il solito copione. Cominciò Andrea.

«Ti senti in colpa perchè non paghi metà dell’affitto? Ma è normale! Io lavoro qui, tu stai ancora studiando e sei a Londra!»
«Non mi piace il tono in cui dici che sto ancora studiando! E poi…»
«E poi non hai ancora detto nulla della lettera! Ti rendi conto? È la cosa più importante che abbia mai fatto in vita mia! Mi sento come rinato, libero! Non sono più nelle loro liste, mi sono riappropriato della mia coscienza!»
«E tu invece? Non mi domandi mai come sta andando il mio stage, non mi chiedi mai del mio lavoro di ricerca o di tutti i gruppi rock che sto conoscendo… ma che ne capisci tu? Ascolti reggae da quando avevi tredici anni e l’unica scoperta culturale che hai fatto negli ultimi quindici anni è stata la taranta!»
Andrea pigiava i tasti furiosamente, sovrapponendo vocali e consonanti, cancellando in fretta e scrivendo ancora più forte. Le risposte giungevano lente e pacate, aumentando il suo ritmo di scrittura e la sua dislessia digitale. Si accorse che si era fatto tardi quando sentì bussare alla porta. Troncò in fretta la discussione per dedicarsi completamente al suo ospite. Lo fece sedere, gli porse la lettera e cominciò a camminare avanti e indietro in attesa della sua reazione.

Luciano piegò il foglio con cura riponendolo nella busta. Guardò negli occhi il suo collega di lavoro e unico amico in quel piccolo paesino a due passi da Perugia e sentenziò: «Secondo me hai fatto una cazzata!»
Andrea spalancò la bocca incredulo. «Cosa? Quando te ne parlavo pensavi che fosse giusto, che uno deve essere libero di credere in quello che vuole!»
Luciano si accese una sigaretta e, con un tono simile a quello di un genitore che spiega ai suoi figli come si fanno i bambini, si prodigò in un discorso lungo e chiaro, con pause calibrate che non ammettevano repliche, tra il monologo e l’ammonimento. Andrea sbuffava ad ogni frase, lasciandosi andare a vistosi tic nervosi. Stava per esplodere.
«Insomma, di questi tempi, con l’aria che tira, hai visto mai che escono fuori ste liste? Magari tu non lo sai, ma ti mettono in mezzo. Andrea, il Vaticano è un potere politico prima che spirituale e hanno tutti i mezzi per controllare ogni aspetto della vita del Paese. Non so, forse con altre elezioni…»
A quel punto Andrea non potè più trattenersi: «Esci da casa mia, fascista che non sei altro! Anzi sei molto peggio! Sei un qualunquista omologato al sistema! Sei un democristianuccio, come tutti i marchigiani e i romani, come i vecchi esattori papalini! La mia famiglia è meridionale, lo sai quanto ha dovuto soffrire mio padre per le sue idee?»
«Mi hai capito male Andrea…»
«Fuori ho detto! Fuori!» La porta si chiuse con uno schianto e Andrea si gettò sul letto. Era sveglio da ore, si addormentò in un attimo e subito cominciò a sognare.

Era ritornato bambino e si era perso fra le piante di peperoncino, un piccolo lembo di terra nell’orto di suo padre, che però ora era più simile a una foresta. Le piante erano enormi e sopra di lui incombevano volti di giganti che un tempo erano quelli dei suoi compagni di gioco. Sembrava che lo stessero cercando. Lui urlava: «Sono qui! Non mi vedete?» Si svegliò sudato, con un senso di angoscia nel petto e l’odore del peperoncino nel naso.

Il giorno dopo, una domenica fredda e piovosa, mentre preparava con cura la colazione, si accorse di essere rimasto senza sigarette. Uscì in pigiama e raggiunse di corsa il bar. Un suono di campana riecheggiò per la piazza facendolo sussultare e dal portone della vecchia chiesa emerse una marea indistinta di cappelli e giacche a vento minacciose. Il locale era semivuoto e dietro al bancone c’era una giovane ragazza che Andrea non aveva mai visto prima.
«Un pacchetto di Lucky Strike morbide.»
«Non vendiamo sigarette, questo è un bar, non è una tabaccheria» rispose con tono ostile la ragazzina.
«Ma le ho comprate ieri!»
«È impossibile, qui non vendiamo sigarette» ripeté lei. Andrea alzò la voce sbattendo con forza il pugno sul bancone, ma era come se nessuno facesse caso a lui. Tornò in piazza alla ricerca di una sigaretta. Aveva le scarpe e i pantaloni del pigiama zuppi di pioggia. L’esercito di giacche a vento, intanto, entrava e usciva dal bar liberando dalla plastica lucida grossi pacchetti di sigarette, che bruciavano voluttuosamente tra le loro labbra. Fu sul punto di tornare indietro per protestare e chiedere spiegazioni, ma poi scoraggiato rientrò a casa dove si accontentò della vecchia pipa di suo padre. La caricò d’erba e fumò finché non svenne sul tappetino del bagno, dove sognò ancora.

Era di nuovo bambino. Si trovava nella sua vecchia scuola ed era quasi natale. Tutti i bambini erano vestiti da angioletti per la recita, ma lui non aveva un costume: lo avevano costretto a mettersi in mutande dentro una cesta per interpretare Gesù Bambino. Ridevano di lui, ma adesso, più che i suoi amichetti di scuola, sembravano i suoi colleghi di lavoro. Sopra tutti si distingueva Luciano, vestito da Arcangelo Gabriele che ripeteva con voce solenne e sacrale: «Secondo me hai fatto una cazzata, secondo me hai fatto una cazzata…»

Il lunedì, in ufficio, Luciano era davanti alla sua postazione. Lo stava aspettando. «Hai una convocazione dal capo e sei in ritardo come al solito!» gli disse con le braccia incrociate sul petto. Al piano di sopra il capo, seduto in poltrona, era impegnato in una conversazione su Skype e rispondeva contemporaneamente a tre, forse quattro telefonate. Con la mano gli fece un cenno di attesa ma non lo invitò a sedere. Rimase in piedi per più di mezz’ora, finché il capo non tirò fuori da un cassetto una lettera. Andrea sobbalzò. Gli parve di vedere in alto quel simbolo e la scritta.
VICARIATO DI RO…
«Ho qui una lista di tutte le sue inadempienze nell’arco delle ultime settimane. I suoi continui ritardi, il suo aspetto trasandato, la sua improduttività, le voci dei colleghi…»
«Quali voci? È stato Luciano? Le ha parlato della lettera?»
«Mi faccia finire e non mi interrompa. Con questa lista…»
«Ma sì, certo, è stato lui a spifferare tutto. A lei e agli altri!»
«La smetta! Abbia almeno un po’ di rispetto per me, visto che per se stesso sembra non averne più! Se non lo ha capito, questo è un richiamo ufficiale. Se non cambia la sua condotta professionale e privata sarò costretto ad assegnarle una mansione più consona alla sua persona. Ci siamo capiti? Ora torni al lavoro e domani si presenti in orario e vestito civilmente!»

Ci mise un po’ ad uscire da lì. Le gambe erano pesanti, la vista era annebbiata da numerosi dettagli che adesso cominciavano a combaciare. La macchinetta del caffè vicino alla sua postazione sempre rotta mentre le altre funzionavano. Quella scritta nel bagno degli uomini, Dio, Patria, Famiglia, che riappariva sistematicamente nonostante lui la cancellasse ogni volta. Lo spam che intasava la sua casella postale di lavoro. I colleghi che non gli rivolgevano più la parola. Erano arrivate le direttive dall’alto e Luciano ne era l’artefice: mobbing. L’avrebbero degradato, costretto a scendere ai piani bassi, giù in catena di produzione, prima come supervisore, ma presto sarebbe stato costretto a indossare la tuta blu, proprio come suo padre. Lo schema nella sua testa si fece chiaro: guardò tutte le persone attorno a lui e passò il resto della giornata davanti al pc a rileggere le clausole legali della lettera. Poteva denunciare il parroco nel caso in cui avesse tradito il segreto d’ufficio, ma nulla poteva contro un collega che non teneva la bocca chiusa.

Una vampata all’improvviso infiammò le sue narici: era di nuovo quell’odore di peperoncino. Non respirava più. Si aggrappò al muro e si portò una mano alla gola. Provò a sciogliere quel nodo con un massaggio, ma presto le unghie cominciarono a scavare nella pelle finché non sentì dei lembi cedere. Un attimo dopo era già passata. Per fortuna non lo aveva visto nessuno.

CONTINUA con la seconda e ultima parte venerdì 17.

Luca Antonini

 

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