SEMIAUTOMATICA #3

Verde 10 (marzo 2013)

Verde 10, marzo 2013 (In copertina: elaborazione grafica di Elena Bortolini)

Verde 10, marzo 2013: LA copertina delle copertine. Succede che un giorno decidiamo di recuperare Hitchcock, il prescindibilissimo biopic di Sacha Gervasi uscito a fine 2012. La visione ha come unico effetto quello di fornirci il pretesto per rivedere Psycho. Stiamo chiudendo il numero di marzo, e il menu è succulento: ci sono, oltre a Simone Lucciola, Sonia Caporossi, Alda Teodorani con il bellissimo inedito Maslow (finirà poi nel Bestiario 2013), Pierluca D’Antuono, Max Cabrerana, Deny Everything Distro, Federica Lemme e per la prima (e purtroppo ultima) volta Essegei Procaccini. Manca solo un illustratrore, quando qualcuno propone: mettiamoci Marion Crane che urla Verde! Ed Elena Bortolini farà il resto, lasciandoci senza fiato.

La poesia che parla di sé e/o a se stessa: perché? Che senso ha ricercare il significato della poesia all’interno di un testo poetico, o rivolgersi alla poesia come se un concetto inanimato potesse interloquire? Ma anche semplicemente tirare in ballo la parola poesia all’interno di una poesia. Se la poesia è ποιέιν, “fare ad arte”, essa dovrebbe compiersi nel ritmo, nel concetto o anche solo nel semplice scorcio, purché costruito ad arte. A che scopo – se non per un paravento autoreferenziale – buttare via la pagina per parlare a un’ipotetica poesia invece di passare all’atto pratico? Come dire che il fare viene tirato in ballo nel fatto, con un niente di fatto.

Farfalle, gabbiani, fantasia, ali, femministe, puttane, doppelgänger, maledettismi, pudicismi, arcaismi, grecismi, sentenze da Baci Perugina. Tutto quello che non voglio vedere in una poesia. E comunque offendendo chi scrive di queste cose non smetteranno di scriverle. So live and let live (you know you did you know you did you know you did).

p.14 VERDE 10

Baudelaire. Lautréamont. Basta, grazie.

Un grande scrittore è Bianciardi, se ti rendi conto che prima di dattiloscrivere una pagina si è documentato sul campo e ha ingoiato un vocabolario. Un grande scrittore è Bukowski, se vai oltre la narrazione delle sbronze e ti accorgi che cambia registro passando dal comico al grottesco al malinconico alla tragedia con il ritmo indifferente di un mitragliatore. Un grande scrittore è Gadda, se hai il fegato di leggerlo tutto senza troppe interruzioni. Un grande scrittore è Roland Topor, se trovi ancora i suoi libri in giro. Un grande scrittore è Poe, e su questo non ci sarà mai dissertazione alcuna. Un grande scrittore è Bitter Bierce, che qualcuno ce lo ritrovi nel Messico. Un grande scrittore sarebbe Stephen King, se non mandasse a puttane nelle ultime dieci pagine romanzi fino ad allora impeccabili (affanculo lui, Tales from the Crypt e il bisogno di mostruosità striscianti degli adolescenti americani).

Un grande scrittore non è necessariamente un anarchico antisociale anacoreta aruspice autodistruttivo autoprodotto apocrifo. «Molto bene, torni domani per la B», disse il medico omosessuale al suo paziente uranista e muto.

Simone Lucciola

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