1993

#16 Toni Bruno

Verde 16, settembre 2013 (In copertina: Toni Bruno, Miss Paventi)

È agosto, è il 2013, sono a Roma, ho due settimane di ferie e un wi-fi libero a disposizione: è tutto e non è niente, ma mi accontento e non ho bisogno di altro. Imparo a memoria questo album, saluto il Re e ricordo il suo nome, tra un mese In Utero compie vent’anni e di notte, ovunque mi trovi, mi imbatto in immensi edifici sigillati e disabitati. Penso che sarebbe bello vivere in uno di questi nuovissimi comprensori invasi dalle ombre. Sarebbe bello davvero? Così nasce una storia ambientata in una meravigliosa città di stelle dentro al sole, o viceversa, non ricordo più bene. 1993 è soltanto un incipit, ma, mi dico, può diventare qualcosa di più lungo e prima o poi, mi ripeto, lo sviluppo.
Tra un mese è di nuovo agosto. Alla fine è arrivato lui.  

Il 9 novembre 1985 l’allora Presidente del Consiglio riferisce alla Camera sulla Crisi di Sigonella. Nel suo discorso paragona Arafat a Mazzini e l’Olp alla Giovine Italia. Contesto la lotta armata del popolo palestinese, dice, non perché credo che non ne abbiano diritto, ma perché non risolverà il problema. Dai banchi dell’Msi, Mirko Tremaglia in testa, si sollevano cori di sdegno e dissenso. La verità della Storia, dice il Presidente, è che anche Mazzini, padre della nostra Patria, concepiva, disegnava e progettava assassinii politici. La Presidente della Camera Nilde Iotti annuisce e sorride sorniona. Ugo La Malfa è nervoso; si guarda attorno smarrito e la telecamera lo inquadra mentre si gratta il polpaccio sinistro. Contestare la legittimità di un movimento che vuole liberare il proprio Paese dall’occupazione straniera, continua il Presidente, e contestare la legittimità del ricorso alle armi, significa andare contro alle leggi della Storia. Le proteste costringono Nilde Iotti a intervenire. Ce l’ha in particolare con un deputato missino che non riesce a identificare: ma chi è quello lassù? domanda a un questore. Il Presidente ha diritto di parlare, ammonisce, lasciatelo terminare. Basta. Il Primo Ministro, spazientito, solleva il braccio destro e zittisce platealmente il contestatore con un perentorio Smettila cretino, lasciami parlare, piantala!

La stampa critica duramente le parole del Capo del Governo. Si dirà che il paragone non regge perché, prima che incompatibile storicamente, è incomparabile per ragioni di logica. La Repubblica scrive che le cospirazioni organizzate da Mazzini miravano a combattere e a vincere politicamente l’avversario, non a seminare indiscriminatamente terrore e angoscia. Era lotta politica aperta contro regimi tirannici, dice Lucio Villari, mentre quello di Arafat, conclude, è terrorismo contro inermi civili, nichilista come certe pagine dei Demoni di Dostoevskij.

Otto anni più tardi, il 30 aprile 1993, il Segretario è all’Hotel Raphael, a Roma. Sono le sei del pomeriggio quando si affaccia alla finestra della sua suite. Duecento persone sono assembrate davanti all’ingresso dell’albergo. Lo stanno aspettando. La sera prima il parlamento ha respinto la richiesta di autorizzazione a procedere per quattro dei sei capi d’accusa che gravano su di lui. Nel suo editoriale Scalfari scrive che è il giorno più grave della nostra storia repubblicana dopo il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro. I due avvenimenti hanno la stessa valenza dirompente ed eversiva, dice il direttore; forse, si sbilancia, c’è addirittura un filo nero che li lega l’uno all’altro. Alle 20 il Segretario chiede se la macchina è pronta. Sì, Presidente, è pronta, gli rispondono. Bene, dice lui, andiamo. Gli uomini della scorta e gli agenti di polizia gli suggeriscono di uscire dal retro, per non andare incontro alla rabbia dei dimostranti che si accalcano sempre più numerosi. Il Segretario non risponde e a calci apre la porta della suite e quella dell’ascensore. E poi, come se avesse una scopa volante incollata alla schiena, esce dal Raphael rigido e minaccioso come un blocco di porfido ipertrofico.

La scena dura trenta secondi: il Segretario sorride, i corpi e le teste ruotano all’unisono verso di lui e la Thema marrone già accesa che sta per ingoiarlo. All’improvviso comincia a piovere. Non sono nuvole quelle che si rovesciano sulla berlina presidenziale, ma sassi, accendini, scarpe, lattine, bottiglie, pacchetti di sigarette, un reggiseno, un ombrello, preservativi usati, banconote accartocciate e una montagna di monetine, accompagnate dal mantra esasperato Vuoi-Pure-Queste?, come se fosse il 1977. Il Segretario è già in macchina, ma una manciata di cento lire lo ha colpito sicuramente. Quando l’auto è lontana, persa nel tempo e nello spazio delle belle piazze romane in primavera, due agenti si avvicinano all’ingresso, si guardano attorno e senza pensarci si inginocchiano sul tappeto di monetine luccicanti che asfaltano di zinco i sanpietrini neri. Le loro pistole spuntano dalle fondine macchiate e scucite e oscillano secondo precisi movimenti delle anche. Li guardo dall’alto e mi chino a raccogliere un gettone per chiamare in redazione. Quando il mio sguardo incrocia i loro occhi illuminati, gli agenti si rialzano in fretta. Mi chiedono i documenti e mentre mi identificano, a chilometri di distanza, il Segretario commenta la contestazione con la seguente dichiarazione: purtroppo in Italia non esiste la pena di morte. Il Segretario non ancora lo sa, ma quella sera qualcosa ha avuto luogo oltre il luogo: il suo viso è appena diventato, nell’immaginario collettivo di una Nazione, l’emblema assoluto del Male.

p.6-7 VERDE 16

Toni Bruno, Siamo guerriglia (Verde 16, settembre 2013)

II giorno dopo io e Elena ci trasferiamo nel nostro nuovo appartamento sulla Cassia. La sera prima mi ha detto che vuole divorziare, perché essere sposati è come essere sepolti, ma non vuole che ci lasciamo. Cosa c’è di sbagliato in me? le ho chiesto guardando i miei calzini bucati ai piedi del letto. Cos’altro dovrei essere? ho implorato mentre sentivo il suo respiro rallentare e il sonno toglierle le parole. Quella notte dormiamo a casa dei suoi genitori che ci svegliano alle sette, come se dovessimo andare a scuola, e ci portano la colazione a letto, come se fossimo malati. Il padre mi sorride mentre bevo il caffè. Mi porge una sigaretta ma dice di non accenderla a letto. Appoggia entrambe le mani sulle mie spalle e poi più su, sulle guance, e con un sorriso cieco mi dice: devi crederci, Direttore, è tutto vero. Tutto sta per cambiare, ci aspettano giorni felici. Finiranno di pagare la nostra nuova casa tra 35 anni. È il loro regalo di nozze.

Faccio di tutto perché un mio pezzo venga pubblicato il giorno dopo sull’edizione nazionale. Mi dicono che non è possibile perché sono appena arrivato, ed è una storia delicata che va trattata con i guanti. Lo so, rispondo io, ma so anche di aver assistito a un evento storico che non si ripeterà mai più e che aprirà degli scenari pazzeschi che ora nessuno di noi può immaginare. Ci vuole mestiere, ribatte il mio capo struttura, non basta l’entusiasmo. Io insisto: ma lo sapete che tutto sta per cambiare e adesso ci aspettano giorni felici? La rivoluzione in Italia non si può fare, dice lui, perché ci conosciamo tutti. Ma se non posso scrivere, incalzo, che ci lavoro a fare qua? Il mio interlocutore non ha più nulla da dire e allora tutti mi guardano sorpresi e dispiaciuti, ma nessuno ha il coraggio di dirlo finché qualcuno scoppia a ridere, risucchiando in un grugnito tutta la mia tensione. Non ci stiamo capendo, dice il capo struttura. Tu il pezzo me lo scrivi, anzi. Ne scrivi quattro. E allora di che stiamo parlando? domando. Adesso te lo spiego, continua lui. Tu scrivi. Passi tutto a Gambetta. Gambetta corregge. Gambetta firma. Noi pubblichiamo. È più chiaro?

Vorrei avere la possibilità, mi ha risposto nel sonno, di ricordare meglio certe cose. Ci nutriamo l’una dell’altro, dove arriveremo, a condividere anche le endorfine? Adesso abbiamo una casa, possiamo stare insieme lo stesso, non c’è più bisogno di essere sposati. Sono così stanca da non riuscire più nemmeno a dormire, mi sento una bugiarda e una ladra. Io ti amo ma non ho bisogno di quello che adesso abbiamo. Voglio sospirare in eterno. Voglio dimenticare le espressioni e ricordare tutti i volti. Voglio riprovare il conforto di sentirmi triste. Voglio restare insieme a te. E voglio il divorzio. Per questo.

Elena è partita per Seattle il giorno dopo il trasloco. Ha intenzione di scrivere la prima biografia italiana dei Nirvana. Non ha ancora un editore ma è convinta di farcela e di avere a disposizione tutto il tempo che vuole. A settembre pubblicheranno il loro terzo album, ma io sono troppo occupato per interessarmi a loro: la rabbia adolescenziale paga bene, poi si diventa vecchi e noiosi. Il nostro appartamento è ai margini della città, dove l’asfalto balugina nel verde e il vento rinfresca l’aria anche in estate. Il comprensorio è stato appena costruito, è nuovo e disabitato e sembra di vivere in una meravigliosa città di stelle dentro al sole, o viceversa, non ricordo più bene.

Al giornale dicono che il Segretario è fottuto, che i pezzi di Gambetta sono molto buoni e ora vogliono venti cartelle per uno speciale che uscirà a fine mese. A luglio la Democrazia Cristiana si scioglie, sepolta fino al collo in voli che Pindaro avrebbe definito contradditori. Alla televisione qualcuno interviene per dire che è finita una fase politica e culturale. Morta una cultura se ne fa un’altra, io non ne farei una grande tragedia. Quell’uomo ha le spalle grandi, la forfora gialla e una giacca che comincia a stargli stretta.

La notte non dormo più perché ho paura di non sentire la sveglia. La casa è grande e vuota e occupa per intero l’ultimo piano del comprensorio. Sento i gatti miagolare sui tetti e i cani piangere nei recinti polverosi. Le cicale friniscono eccitate e il mio respiro fatica a starle dietro. Una notte sento un tonfo spaventoso che riecheggia nella mia testa per ore. Se chiudo gli occhi le mie paure esplodono. Le orecchie sibilano e allora fisso il soffitto con le mani incrociate sul petto e nelle ossa il terrore di alzarmi.

Una mattina il Segretario riceve il venticinquesimo avviso di garanzia e dal giornale mi telefonano sei volte in un’ora. Il Segretario dice che questo è un rogo, una persecuzione e che ha bisogno di meditare. Le giornate passano in fretta. Sono in ritardo sulla consegna. Dopo una settimana decido di andare in redazione. Quella notte ho sognato di arrampicarmi sul corpo di Elena lanciandole addosso il mio cordone ombelicale, ma più salivo e più quello si stringeva attorno al suo collo. Sono arrivato fino al mento, e allora i suoi occhi sono esplosi e la testa è rotolata per terra.

Prima di uscire chiamo il giornale e chiedo di Gambetta. Mentre parliamo sento un odore di carne putrefatta che si incolla ai miei vestiti e dal basso, come un incendio fumoso, sale lungo tutte le scale. Mi copro il volto con un lembo della camicia e corro a piano terra dove, davanti all’ascensore, trovo il corpo di un bambino accartocciato su di sé, affogato nel suo stesso sangue e circondato da una pozza nera e secca, alta un dito, che si proietta sui muri e le porte. Ha il cranio fracassato e gli arti incatenati ad interiora blu e viola sottili come una tenia. Non ci sono mosche e non ci sono insetti, c’è solo un grosso topo nero che sta mangiando il suo piede. Il corpo è qui da una settimana, dalla notte in cui l’ho sentito precipitare.

I cani non piangono più e i gatti stanno dormendo. Nessun altro poteva salvarlo, perché abito solo io in questo maledetto comprensorio. Penso di essere stupido, o che forse potrei essere felice. La verità è che mi odio, e che voglio solo morire.

Pierluca D’Antuono

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