SEMIAUTOMATICA #2

Verde 9 (febbraio 2013)

Verde 9, febbraio 2013 (In copertina: Cristiano Baricelli, Omaggio a Motosega)

Con il numero 9 cominciamo a fare le cose sul serio: ormai è chiaro che Verde può uscire ogni mese, il cartaceo ha una buona distribuzione e gli autori aumentano (solo in questo numero saranno 10: record imbattuto). Per la prima volta chiediamo illustrazioni (e copertina) a un unico autore (Cristiano Baricelli): da questo momento ce ne sarà uno diverso per ogni numero.
Il primo anniversario della rivista si avvicina.
Non ci siamo mai sentiti meglio, scrivevamo nell’editoriale di gennaio: è un momento magico che durerà fino alla fine dell’anno.

«Per me vòi fa la fine de Victor Cavallo», mi dice una notte una romana de Roma cliente fissa al paninaro di Darietto e Lucia, all’esterno del quale locale, affittuaria tale Marconi Elettra fu Guglielmo, io mi trovo disteso svaccato sul cofano di un’automobile parcheggiata. «Cavallo? Chi è Cavallo? Che ha fatto Cavallo?». «Era un attore e un poeta, è morto. Pure la compagna. So morti tutt’e due». Vai a sapere che era destino che anni dopo io rileggessi i diari di questo Cavallo trovandoli strabilianti, mentre il giorno che è morto io pure ero a Roma e non sapevo assolutamente chi fosse, al punto che l’ho appreso dalla sillogista romana cliente del paninaro che ha fatto due più due: questo beve, questo scrive, questo vò fa la fine de Cavallo.

Dal 1999 al 2002 ho datato rigorosamente tutte le mie poesie: anno, mese, giorno. Cavallo è morto il 22 gennaio 2000, l’archivio del Corriere della Sera dice che era un sabato. Venerdì 21 gennaio, mentre faceva buio, io so che caracollavo verso casa da San Lorenzo a Piazza De Cristoforis, dopo un pomeriggio trascorso nella casa multietnica di Claudio a studiare letteratura italiana con il suo amichevole rosso da tavola. Arrivato a Portonaccio dopo non so quanti chilometri, mi fermai a pisciare in un angolo dietro un’autofficina e fui colto da un’intuizione che sul momento mi sembrò grandiosa, invece era semplicemente passabile: due versi gravi e perentori sulla notte, separati da uno spazio bianco. Colsi l’assist del momento e misi in rete nel block notes che allora mi portavo sempre appresso e che forse era anche la mia unica ragione di vita. Il giorno dopo mi svegliai di buon umore, e sembra che Silvio Orlando e Margherita Buy presero un sacco di fischi al Teatro Argentina.

p.10 VERDE 9

Semiautomatica #2, febbraio 2013. Progetto grafico e impaginazione di Elena Bortolini.

Negli anni Novanta in Italia i punk degli anni Ottanta erano spariti. Non li trovavi nei centri sociali e non li trovavi nelle periferie urbane di cui avevano cantato dieci anni prima, anzi, i più erano musicalmente inattivi o semi-ritirati. Potevi percorrere le città a vuoto sulle loro tracce: il risultato era l’orfanotrofio. Ipotizzo crisi dei trent’anni, desiderio di anonimato, strenuo tentativo di raddrizzare la propria vita in extremis. Oggi che ho trent’anni io provo più o meno la stessa cosa, però dico più o meno perché non mi ci vorranno due lustri da recluso per capire che la dissidenza è una malattia incurabile, ho già fatto tesoro dei fallimenti altrui. Così ho rinunciato da subito a vestirmi in borghese, fare una lista delle abitudini da eliminare, cercare un salotto di ammogliati con prole dove poter dire senza entrare nei dettagli che una volta quella musica, sì proprio quella lì, mi piaceva un sacco.

Però continuo a domandarmi quello che penso che prima o poi si domandino tutti i potenziali sopravvissuti all’ammutinamento del Bounty: se a ventisette anni non sono morto come previsto, sociopatico sono rimasto sociopatico, famoso non sono diventato famoso e per giunta ho perso il treno l’aereo il taxi il tram il motorino il filobus, (no future altisonanti a parte) adesso che ne sarà di me e del mio povero corpicino? Boh, forse tornerò pure io o meglio non me ne sarò mai andato, come i punk degli anni Ottanta, come la sfiga, come l’herpes, come il conto in rosso.

Simone Lucciola

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