SPAZZATURA

Verde 26, luglio 2014

Verde 26, luglio 2014 (In copertina: Officina Infernale, Lady Doom)

Alessio Posar è nato a Bolzano nel 1990. Laureato in Filosofia, ha pubblicato racconti su diverse antologie e riviste, tra cui Lahar Magazine e L’Inquieto. Una sua sceneggiatura è stata ammessa alla selezione ufficiale del TOHorror Film Fest 2014 di Torino, mentre una seconda ha vinto il primo premio al Festival del Cinema Povero 2015. Vive a Torino.

Spazzatura è apparso per la prima volta nell’ultimo numero di Verde (luglio 2014, copertina e illustrazioni di Officina Infernale, con Gianni Solla, Simone Ghelli, Alda Teodorani, Andrea Frau, Simone Lucciola, S.H. Palmer).

«Venite» disse Filippo, attraversando la piazza illuminata per gli ultimi minuti della giornata. Luigi e Camilla lo seguirono. L’orlo del vestito della bambina si alzava e le scopriva le ginocchia mentre lei saltellava da una mattonella all’altra e faceva attenzione a non calpestare le righe scure. Luigi camminava dietro di lei, e guardò prima le sue gambe e poi le bancarelle vuote del mercato. Restava solo l’odore della frutta marcia, quello non se andava mai. «Muovetevi, idioti» urlò Filippo, che si era messo a correre. «O lo porteranno via». Luigi accelerò il passo e superò Camilla. In fondo alla strada era spuntato il camioncino della nettezza urbana. Il rumore che faceva si sentiva anche a quella distanza.

I bambini raggiunsero i cassonetti. Erano quattro e i coperchi non si chiudevano, per quanti sacchi erano ammassati là dentro. Squarciati dai topi e dai barboni, il puzzo di verdura putrida, di fondi di caffè, bucce di mele e arance, carne grigia e verde. Lo spigolo di uno dei cassonetti era rotto e un olio nero gocciolava sull’asfalto. La macchia si allargava nell’ombra. «Ecco» disse Filippo fermandosi tra il terzo e il quarto cassonetto, «guardate». «C’è del cellophane» disse Camilla. Quello lo vedeva bene anche Luigi: era un grosso sacco di nylon grigio pieno di cellophane. Filippo lo superò con un salto e prese Camilla per mano. «Guarda da questa parte» disse. Camilla si chinò e urlò. Luigi fece il giro e osservò anche lui: nel sacco c’era uno strappo e da lì sbucava un ciuffo di capelli. Era attaccato a una testa. Gli occhi erano aperti e gialli, i vermi grassi uscivano da sotto le palpebre e la barba era incrostata di rosso scuro. Luigi sentì il vomito risalire dallo stomaco alla gola e poi schizzare fuori dalle labbra. Gli restò il sapore acido in bocca. «Che schifo che fai» disse Filippo. «Scusa» mormorò Luigi, e si pulì con la manica. Il camioncino dei rifiuti si stava avvicinando. «Dobbiamo portarlo via». Filippo afferrò il sacco. «Aiutatemi».

Lo trascinarono lungo il marciapiede, dietro alle colonne della piazza. Il cortile di casa non era lontano, eppure dovettero fermarsi quattro volte per riprendere fiato. Camilla era pallida, Luigi le prese la mano. Era sudata e fredda. Arrivarono al cortile, i palazzi grigi coprivano il cielo. Si vedevano solo le finestre chiuse e i balconi con i loro teli di plastica per proteggere le famiglie di operai dallo smog. «Portiamolo nel capanno» disse Filippo. I bambini attraversarono lo spiazzo di terra battuta. Una volta, Luigi era bambino, lì era tutto prato. Ricordava ancora i fiori, ma ora c’erano soltanto terra e polvere e il capanno con gli attrezzi del giardiniere. Aveva una sola finestra, la porta non si chiudeva bene e le assi si staccavano.

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Baciò la testa del morto sulle labbra, e fu tutto.

Una volta dentro i bambini si appoggiarono alle pareti. Filippo socchiuse la porta, un raggio di sole al tramonto illuminava a sufficienza per vederci, se si stringevano gli occhi. Filippo prese un’asse in un angolo. C’erano dei chiodi che spuntavano da un’estremità. La usò per squarciare il sacco. Camilla si appiattì contro la parete, Luigi si sforzò di rimanere fermo. La testa puzzava più dei quattro cassonetti della piazza ed era ancora attaccata al corpo nudo, senza braccia e senza gambe, con ciuffi di peli grigi sul petto. Larve e formiche si rotolavano sulla carne dei moncherini.

«Ecco perché mamma non vuole che usciamo di sera» disse Camilla. «C’è gente brutta in giro. Gente brutta che fa cose brutte». «Magari è stato lui a fare qualcosa di brutto» rispose Luigi. «E noi cosa facciamo?» chiese Camilla. Filippo percorse con lo sguardo tutta la catapecchia e tornò su di lei. Sorrise. «Devi baciarlo» disse. Camilla strinse i pugni. «No» rispose. «Se non lo baci, ti faccio male» continuò Filippo. Con l’asse chiodata le sollevò il lembo della gonna e Luigi vide ancora le ginocchia bianche. Lei tirò su col naso. «Tieni chiusa la porta» disse Filippo a Luigi. Filippo non aveva mai avuto la voce così roca. Luigi guardò Camilla. Si appoggiò al legno. Sentiva un rigonfiamento nei pantaloni, respirava in fretta. «Bacialo» ordinò Filippo. «È il tuo ragazzo». Camilla iniziò a piangere, piano, senza fare rumore. Si chinò davanti alla testa. Luigi immaginò che avesse chiuso gli occhi. Guardò Filippo e vide che con la mano si stringeva tra le gambe. «Abbraccia il tuo ragazzo e bacialo». Camilla era piegata, la gonna si era sollevata ancora. Baciò la testa del morto sulle labbra, e fu tutto. «Puoi andare a casa, Luigi» disse Filippo. «Vieni anche tu Camilla?» «No» interruppe Filippo. «Camilla resta qui con me. Vai».

Luigi suonò il campanello e la madre gli aprì. Era alla terza rampa di scale quando sentì l’urlo. Si fermò un secondo con il piede sollevato sopra allo scalino, poi si girò e corse giù, fuori, fino al capanno. Fece scivolare la porta sui cardini. Camilla era lì, con le mutandine bianche abbassate alle caviglie. Teneva l’asse con entrambe le mani. Filippo era a terra, muoveva piano un braccio avanti e indietro e ogni volta arrivava vicino al corpo che avevano trovato nel sacco; lì la mano strisciava tra il sangue e gli insetti. Camilla sollevò l’asse e colpì Filippo al collo una volta, ansimò, un’altra volta, ansimò, lo colpì ancora, poi si girò verso Luigi e lo guardò negli occhi.

Luigi fece un passo indietro, socchiuse la porta e tornò verso casa. Dal capanno si sentiva ancora il suono del legno che batteva sulla carne. Luigi pensò che avrebbe fatto lo stesso rumore se si fosse buttato dalla finestra, una volta che il sole fosse scomparso definitivamente.

Alessio Posar

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