SEMIAUTOMATICA #1

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Verde 8, gennaio 2013 (In copertina: Simone Lucciola ritratto da Enrica De Nicola)

Le volte che ci siamo definiti Figli della Lama non si contano. Abbiamo cominciato nel numero 4, attribuendo a Simone Lucciola il ruolo di “involontario padre putativo” della nostra rivista. Lo pensiamo ancora, perché Lamette, uno sconvolgente punto di riferimento per ogni esperienza di autoproduzione che si rispetti, ci è rimasta in testa e sotto la pelle come poche altre cose hanno fatto (chi l’ha sfogliata almeno una volta sa di cosa stiamo parlando).
Chiedere a Sim di unirsi a noi è stato dunque inevitabile. Non potevamo immaginare che sarebbe diventato uno dei collaboratori fissi di Verde – con una rubrica mensile dalla regolarità stupefacente (mai una uscita saltata) tenuta per un anno e mezzo – e che
Lamette Comics avrebbe prestato il fianco come nostra partner in crime: due delle soddisfazioni maggiori ricevute in questi anni.

Semiautomatica è (stata) “una rubrica di prosette semiautomatiche, perlopiù autobiografiche“. La prima puntata è apparsa nel numero 8 di Verde (gennaio 2013, copertina di Enrica De Nicola, con Antonio Tentori, Alda Teodorani, Gianluca Liguori, Katia Ceccarelli, Luca Lampariello, S.H. Palmer e Federica Lemme). Elena Bortolini, l’ideatrice dello splendido progetto grafico di Verde, ha immerso una P38 in uno spazio bianco ornato da tracce di proiettili. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: a noi piace molto.

Simone Lucciola è nato a Formia (LT) nel 1978. Punk-rocker, illustratore e disegnatore underground, giornalista musicale autonomo sulla sua webzine Lamette. Ha pubblicato i libri a fumetti LO-FI (GRRRzetic, 2010) e Campana, a quattro mani con Rocco Lombardi (G.I.U.D.A., 2011, 2014), e i libri di poesie Disulfiram (PerroneLAB, 2010) e Bianco di Titanio (deComporre, 2014, 2015). È il cantante delle punk band Blood ’77 e Gioventù Bruciata.

 

Lingua cervello animelle collo braciole lombata filetto girello fese sottospalla cosce coratella fegato petto pancia pajata trippa rognoni e taglio reale. Se questo è un uomo. Avanzano un po’ di ritagli per il cane, un’anima sporca per il prete e uno scheletro per il brodo.
Amen.

Ho inveito contro un barbone in un autobus notturno. È vero, ma quello non ero io. Era il mio istinto sviscerato da birra e Redbull, un istinto di finestrini socchiusi e di motore in corsa, di pattumiere ribaltate e saracinesche prese a calci nell’attesa, di odore di vecchio corpo non lavato da forse un mese, nell’incuria estrema riscossa e ricambiata. L’amico che era con me cercava di farmi tacere e non sapeva se ridere o se piangere, preso in contropiede da quella mia inaspettata e imprevedibile esplosione. Il barbone invece è rimasto seduto al suo posto e non ha proferito motto: è sceso compostamente al capolinea e se n’è andato tranquillo per la sua strada, zigzagando bagni pubblici, dribblando fontane. Non ho dubbi a immaginare di avergli fatto pena, con la ferita della mia anima abbrutita e nuda.

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Semiautomatica #1, gennaio 2013. Progetto grafico e impaginazione di Elena Bortolini.

Non vi annoierò con la descrizione di tutti i clochard che ho conosciuto, anche perché le cose che ci siamo detti sono informazioni il più delle volte strettamente confidenziali. Però non posso tacere su una sera imprecisata d’estate del 1999, in cui dopo aver fatto il pieno di Peroni dalle tre del pomeriggio me ne andai a franare mohicano e tutto su un palco allestito per un futuro evento al centro della piazza del paese. C’era gente intorno ma non ricordo chi: e c’era questo tale seduto sulle assi in controcampo che mangiava qualcosa da una latta con una forchetta di plastica per feste di compleanno.

Era un biondo macilento abbastanza avanti con gli anni, con grandi occhi azzurro cielo e sopracciglia vistose molto aggrottate. L’abbigliamento trasandato non lasciava dubbi sul fatto che fosse solito dormire per strada con i gatti, ma in ogni caso lui non diceva una parola e non si spostava punto dal suo angolino, e io semplicemente non ero nelle condizioni di attaccare bottone con una stramba apparizione delle due antimeridiane. Qualcuno però prese l’iniziativa e chiese di punto in bianco al tizio chi fosse e come si chiamasse. «Terence», rispose lui con il tipico fischio finale di chi non ha una buona ortopanoramica, e poi tornò a occuparsi del suo pasto. «Il mio nome è nessuno», aggiunse, alzando e riabbassando la testa. In effetti assomigliava in modo impressionante a Terence Hill, e doveva anche avere più o meno la stessa età del vero Girotti. E fu lì che un tossico di passaggio, indispettito da quella reticenza, gli propose di fare a botte. «Se vuoi. Però te faccio proprio male», gli disse Terence senza scomporsi, in un romanesco degno di Celentano in Storia d’amore e de cortello. «Te faccio malissimo, sai?». Poi uscì lentamente di scena e batté in ritirata verso il bar. Desaparecido.

Simone Lucciola

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