LA MALINCONOIA CI DIVIDERÀ DI NUOVO (1/2)

Luca Carelli nasce a Bologna nel 1960. Negli anni Ottanta scrive alcuni romanzetti gialli che per un fortuito errore di stampa cromatico vengono accolti dalla critica come noir. Nel 1986 viene condannato a 25 anni di carcere per banda armata e terrorismo. Non si è mai dissociato né pentito. È stato scarcerato nell’agosto del 2011. È tra i fondatori di Verde. Sulle nostre pagine ha tenuto per due anni la rubrica Storie Nere, scrivendo brevi racconti ispirati a fatti recenti di cronaca nera. Il suo indirizzo email è lucacarelli60@gmail.com.
Il racconto è diviso in due parti. La seconda verrà pubblicata mercoledì 24.

Mi verrebbe di strapparti quei vestiti da puttana e tenerti a gambe aperte finché viene domattina, ma di questo nostro amore così tenero e pulito non mi resterebbe altro che un lunghissimo minuto di violenza. (Marco Masini, Bella Stronza)

Perché la stanza da letto è così fredda? (Ian Curtis, Love will tear us apart)

Oggi mamma mi ha telefonato per chiedermi perché non torno a casa e cosa faccio qua da solo, senza di lei. La sua voce era debole e fredda e mi sembrava rotta da un pianto recente. Le ho detto che ho comprato delle belle scarpe di camoscio e dei pantaloni grigi con la piega che mi stanno così bene, ma mamma pensa soltanto al lavoro che non ho. Ha detto che spendo troppo e che per colpa mia tra poco raggiungerà papà e a letto piange ogni sera a pensare di me quando lei non ci sarà più. Vuole che io sappia che l’assessore ha licenziato un giardiniere al paese e al suo posto posso andarci io, ma per questo devo tornare a casa. Il giardiniere io? Considerando la prospettiva e facendo due calcoli, per 7 ore al giorno mi darebbero 500 euro, ma 500 euro sono davvero pochi, e al massimo potrei andare lì a chiedergli per chi mi hanno preso. Mamma ha aggiunto che se non faccio come dice lei non vuole più vedermi, neanche al suo funerale, ma non mi ha chiesto se io ho voglia di andare al suo funerale. Non ha capito niente la mamma. Vuole solo riportarmi al paese, ma ormai ho deciso che non ci torno. Mentre parlavamo mi sono ricordato che ho promesso ad Angelo di telefonargli prima di mezzogiorno e allora ho salutato mamma e ho chiuso. Piangeva. Voglio bene a mamma, ma ho 42 anni e alla mia età ho altre cose a cui pensare.

Sta ancora dormendo. Non risponde quasi mai quando lo chiamo la mattina. Anche Romina lo faceva, si alzava tardi e non rispondeva. Allora andavo a casa sua a citofonare. La madre diceva che non c’era, ma io vedevo il suo motorino parcheggiato nel cortile. Qualche volta lo dicevo e la mamma rimaneva in silenzio a guardarmi. Ciao Alessando, mi salutava, adesso vai via, diceva. Un pomeriggio la mamma di Romina mi ha detto che non ero persona gradita. Lo ha detto dalla finestra. Sfortunatamente neanche lei ha capito mai niente di me. Sua figlia l’ho amata tanto, ho scritto molte lettere per lei e anche delle poesie, chissà se le ha mai lette o le ha buttate nel cestino della carta. Romina non ha mai intuito quanto l’amassi e quanto la amo ancora. Dove lo trova uno come me, a volte mi chiedo, dove lo trova più. Dovrebbe chiedere ad Angelo quanto amore ho da dare io. Dovrebbe farlo.

Quando Angelo non risponde vado a casa sua a citofonare. Le porte e le finestre sono chiuse, anche quando c’è il sole e fa caldo come questa mattina. Angelo abita da solo in un appartamento a piano terra. Sul lato opposto della via c’è un grande parcheggio sempre pieno. Faccio un giro per vedere se c’è la sua macchina e saluto Pino, il vicino di casa. L’auto non c’è, Angelo non è a casa. Provo a chiamarlo di nuovo, è quasi ora di pranzo. Ho fatto la spesa per cucinare i fusilli con i gamberetti e le zucchine e la panna. La busta è pesante perché ho comprato due bottiglie di vino bianco e la carta igienica (so che manca da tre giorni). Fa caldo e sudo dalla fronte e pure sulla schiena. Appoggio la busta per terra, sul marciapiede, e mi siedo sul cofano di un automobile blu. Suona l’allarme e mi sposto un poco. Cavalco uno scooter rosso, è la prima volta che lo vedo qua. Aspetto Angelo sotto al sole, mi rileggo i messaggi sul telefono e accendo una Lucky Strike rossa.

Pino mi guarda, sta lavando la Matiz nel box. Tiziana mi saluta con la mano e io ricambio sorridente. Sta tornando di corsa al bar dei cinesi e forse passando ha pensato che lo scooter è il mio e questo mi piace che qualcuno lo pensi.

La cassetta della posta di casa di Angelo è sempre aperta e oggi è piena. Ci sono quattro volantini del centro commerciale e i menù del ristorante cinese e della pizzeria in fondo alla strada. Li butto subito via e trovo anche due lettere per Angelo. Una proviene dalla sua banca, l’altra è in una busta gialla. Sulla busta gialla c’è scritto da Carla Villalta per Angelo Palermi, piazza Stefano Tamburini 77. Accanto ai nomi Carla ha disegnato due piccoli ritratti, i loro volti incorniciati in un cuore. Quello di Angelo non assomiglia per niente: è molto meglio dal vivo. Anche io gli ho fatto un ritratto. Gli è piaciuto così tanto da appenderlo sulla porta della sua camera. Ogni volta che passa davanti alla tela si ferma e dice: è bellissimo. Ho impiegato meno di venti minuti per realizzarlo. Figura intera a matita.

Sono andato a buttare la pubblicità e mi è caduta anche la lettera di Carla Villalta. Se Pino non fosse stato lì a guardarmi avrei provato a recuperarla. Peccato. Per fortuna però quella della banca l’avevo già messa in tasca.

Sono quasi le tre. Angelo dorme ancora. Adesso sono le cinque, è tutto grigio e nuvoloso.

Alle sette il registro delle chiamate in uscita è pieno, ho provato a telefonare quarantadue volte da questa mattina, ma non risponde. Qualche volta pure io dormo fino a tardi ma alle sette sono sveglio, altrimenti la notte non dormo. I gamberetti si sono scongelati e la busta come una ferita perde un’acqua rosa trasparente che sembra dolce e zuccherosa ma puzza di cestino dell’immondizia.

Angelo non mi ha risposto per tutto il giorno. Non è rientrato, non l’ho visto, mi manca e attorno alle otto e venti ho cominciato a preoccuparmi.

Ho le mani sudate e non riesco a trovare il pulsante della chiamata veloce. Perché non rispondi Angelo? Eppure di solito a quest’ora sei già da quattro ore a casa, e adesso dovresti guardare quel video che metti almeno 5 volte al giorno, quello che ti fa pensare a me e che ogni volta condividi su facebook con quella frase che, lo so, mi è rivolta. Credo di averlo intuito, non c’è bisogno che tu me lo dica.

Mamma ha provato a chiamarmi di nuovo. Mamma basta, così non ce la faccio, ho una vita io, perché mi chiami se poi devi trattarmi male? Non voglio parlare.

Stanotte ho ritrovato su xhamster quel video che mi piace da morire ed è perfetto per farmi le seghe. Si chiama The deepest Milf e mi piace tanto perché l’attrice è uguale a Romina. Quando l’ho vista per la prima volta ho pensato che fosse lei. Mi ha preso un colpo e ho provato a telefonarla, ma poi mi sono ricordato che ha cambiato numero. Sono sicuro che quella del video è lei e ciò mi provoca una sensazione che varia secondo se sono di buon umore o ho l’ansia. Ripensandoci bene mi fa venire in mente che allora ho sempre avuto ragione e Romina è davvero una troia. Ma è anche brutto perché vuol dire che la guardano tutti. Il video è bellissimo. Comincia con lei che sta a casa sua, sul divano. Si annoia. Sfoglia una rivista. Le squilla il cellulare. Risponde. Ride. Mi guarda negli occhi e fa la faccia da puttana. Dunque c’è uno stacco. Adesso si trova in una specie di sotterraneo simile al garage condominiale del palazzo di zio Alfonso. Percorre un lungo corridoio. Gira a destra. Gira a sinistra. Gira di nuovo a destra. Ad ogni curva si tocca le tette, ride e mi lancia di nuovo quello sguardo. Adesso si ferma, davanti a una serranda. C’è una squadra di calcio ad attenderla. Sono in venti con le divise, i pantaloncini, le scarpette e anche i palloni (alcuni di loro palleggiano: sono bravissimi). C’è l’allenatore, il massaggiatore e due tifose di colore (grosso modo negre). La telecamera torna su Romina. Lei non ha più i vestiti. Ride. Ha di nuovo quello sguardo, ma con una sfumatura diversa: questa volta è come se pensasse “mamma mia quanti siamo” e pure “Alessandro sono io, Romina, la tua ex-ragazza, avevi ragione tu, sono proprio una gran troia.” A quel punto il capitano della squadra tira su la serranda ed entrano nel box. Il video continua con Romina che a turno deve prenderlo in bocca a tutti, ma la peculiarità è che lo fa fino in fondo, o più di una alla volta, ed effettivamente fa dei versi strani che indicano che sta per vomitare o soffocare. Immagino che si capisca che stia soffrendo e credo sia per questo che mi eccito. Alla settima sega che corrisponde al suo terzo calciatore mi viene una specie di tristezza, un velo sugli occhi e attorno al petto. Penso che Romina mi manca. Mi ha spezzato il cuore tante di quelle volte con i suoi modi che adesso il mio animo è tutto martoriato. Non penso che sia giusto che io debba pagare un prezzo così alto e allora mi stringo forte il cazzo tra le mani finché non diventa blu e poi con le forbici mi faccio un taglio e solo a quel punto lascio. A differenza di quello che si può pensare, il sangue non esce immediatamente perché non ho lasciato subito. È quel momento che c’è da aspettare a placare la mia ansia. Intanto ho cambiato video, ho messo l’amatoriale della piccola fiammiferaia slava di 15 anni e del nonno ottantunenne. Lo lascio in riproduzione mentre penso a Romina. E intanto fumo.

Mi ricordo che dopo la terza o quarta volta che chiamò i carabinieri mi hanno costretto a vedere una psicologa. Andavo tre volte alla settimana, alle 9 di mattina, e stavo lì per un’ora perché mamma aveva paura che mi arrestassero. La dottoressa mi faceva domande serie come ad esempio che tipo di percezione direbbe di avere del suo orientamento sessuale, ha pulsioni che non sa identificare o controllare e che le creano inadeguatezza o stati d’ansia, ha mai avuto rapporti omosessuali e altre del genere. Io non rispondevo e per non perdere il controllo provavo a immaginare la dottoressa nuda nella speranza che mi si facesse duro. Lei mi chiedeva se amavo o odiavo Romina e in che termini avrei definito il sentimento che provavo e se l’avessi mai associato per estensione all’intero genere femminile o perlomeno a mia madre. Dopo qualche settimana mi apparve chiaro che quelle domande così pregnanti a cui non sapevo rispondere volevano dire che ero pazzo e di conseguenza non sono più riuscito a immaginarla nuda. Ho confessato alla dottoressa che non ci capivo un cazzo e per farla stare zitta mi sono messo a raccontare. Le ho spiegato com’è andata veramente tra me e Romina. Di quando all’inizio era lei a volermi. Di quando mi ha baciato per la prima volta, prendendo l’iniziativa e invitandomi a casa sua una sera che non c’era nessuno. Avrei voluto leccarle le tette, ma lei ha preso a toccarmi e questo mi ha irrigidito, e a quel punto ho dovuto dirle che non avevo più voglia e me ne sono andato. Solo più tardi ci siamo fidanzati, ma tutte le volte che ero con lei io mi vergognavo perché non riuscivo a fare l’amore e neanche a scopare. Lei non capiva e mi rimproverava. La notte, nel mio letto, pensavo a lei e mi masturbavo e prima di venire piangevo (ma spesso erano solo singulti). Due mesi dopo abbiamo cominciato a dormire insieme a casa mia. È stata mamma a decidere che potevamo coricarci sul divano del salone. È lì che ho avuto l’idea che avrebbe risolto tutti i nostri problemi e poi potevamo scopare. Guardavo Romina dormire e una folgore mi attraversava tutto il culo infondendomi coraggio. Mi riscoprivo innamorato ed eccitato e non avevo più paura di niente. La prima volta sono venuto senza toccarmi, ho fatto tutto da solo e per bene. Avevo deciso che non le avrei detto niente: sarebbe stato il mio segreto, mi piaceva l’idea di fantasticarci a sua insaputa, finché un giorno non ho resistito, le ho leccato le tette e le sono venuto addosso. Il tempo ha fatto il resto e dopo qualche mese lei si è abituata. Per tre anni è stato perfetto e io mi sentivo felice. Eravamo felici, ma presto lei ha rovinato tutto iniziando ad avere quei tic e diventando all’improvviso – così giurava – insonne – nello stesso periodo in cui io mi sono accorto che lei e Pasquale si scambiavano quello sguardo, anche in mia presenza.

Una sera l’ho aspettata sotto casa sua. Era tutto buio, e mi sono nascosto nel portone. Quando è entrata le sono saltato addosso, l’ho presa a calci e le ho tagliato una ciocca di capelli. Mi sono accorto troppo tardi che non era lei, ma la signora Sepa del secondo piano. Credo che sia stato anche per questo che io e mamma abbiamo deciso che dovevo andare via.

CONTINUA con la seconda e ultima parte mercoledì 24.

Luca Carelli

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