LE MALATTIE DELLA VITE

Simon G. Helly è nato negli Stati Uniti, in una di quelle cittadine dai nomi improbabili, come Cumming in Georgia o Toad Suck in Arkansas.
All’età di diciotto anni si è trasferito in Italia per frequentare l’università di lettere e filosofia, dove si è laureato brillantemente con una tesi sul Liber Facetarium di Poggio Bracciolini.
Vive a Roma dal 2005. Nella capitale ha iniziato a scrivere i suoi primi racconti, molti dei quali pubblicati sulla ormai defunta rivista autoprodotta Rizoma e poi raccolti nel libro Teste bacate. Dal 2009 ha un romanzo nel cassetto che vorrebbe pubblicare col titolo Romanzo nel cassetto.
Con il racconto inedito
Le malattie della vite è per la prima volta su Verde.

Quello compreso tra i ventiquattro e i venticinque fu per me un anno davvero fortunato.
Mi ero laureato nel mese di giugno e avevo scritto un racconto, intitolato Le malattie della vite, che poche settimane dopo aveva ricevuto una segnalazione di merito in un concorso importante. Dopo l’estate avevo addirittura iniziato a scrivere un romanzo tutto mio. Non avevo ancora in mente una storia ben precisa ma sapevo che sarebbe stato qualcosa di forte e di mai sentito prima.
Nel mese di ottobre mi presero a lavorare presso un editore di poesia, dalla cui redazione avrei dovuto chiamare al telefono delle persone, prese più o meno a caso dagli elenchi, per proporre loro un abbonamento alla rivista Giorni di Poesia. Mi sembrava un sogno.
A rispondere erano perlopiù pensionati o casalinghe, soggetti facilmente inclini a cedere alle lusinghe delle formule prestampate che leggevo loro con la mia voce un po’ nasale. Mi ero fatto una specie di schema dove avevo suddiviso i miei potenziali interlocutori in tre categorie, ognuna governata da proprie regole che dovevo in parte assecondare.

Durante i tre giorni di formazione la nostra team leader si era raccomandata di empatizzare con il cliente, di fargli capire che gli offrivamo la possibilità di realizzare il sogno di una vita. Mentre ci spiegava che dovevamo ascoltare i loro bisogni, in modo da farli diventare i nostri, Monica passeggiava nervosamente tra le nostre postazioni, sei in tutto, e guardava continuamente verso la porta, dalla quale sarebbe uscita al termine del sermone per fumarsi una delle venti sigarette della giornata.
«Se vi racconteranno dei loro nipoti laureati che non trovano lavoro,» ci aveva avvertito a conclusione del corso, «voi dovrete fargli capire che la loro poesia sarà un segno di speranza per le nuove generazioni e che per questo dovranno sceglierla molto attentamente, che potranno prendersi un paio di settimane di tempo perché noi sappiamo quanto sia importante anche soltanto una parola messa al posto giusto e per questo non dobbiamo mettergli fretta, mai, ma dobbiamo concludere alla prima telefonata, perché quando ti dicono di richiamare, che devono pensarci, nove volte su dieci quello è un abbonamento perso».

Non tutti, naturalmente, erano sensibili alle nostre lusinghe.
I nostri elenchi erano il frutto di ricerche pregresse fatte in internet su siti e blog a carattere letterario, molti nomi erano stati inseriti per passaparola, altri ancora si erano segnati volontariamente durante alcune delle fiere alle quali l’editore partecipava regolarmente con un proprio banchetto.
Quell’anno provarono a mettere di mezzo anche me, grazie alla storia che quella fosse una scorciatoia per entrare in redazione.
Un pomeriggio di novembre, che dalle finestre sporche del nostro stanzone si vedevano soltanto le righe di pioggia che solcavano la polvere, Monica mi raggiunse sulla terrazza condominiale dove andavamo a fumare: «Tu non mi sembri uno che voglia stare tutta la vita al telefono,» mi disse.
«Mi piacerebbe fare anche altro, sì».
«Per la fiera di dicembre cerchiamo qualcuno che aiuti allo stand, si conoscono un sacco di persone».
Io naturalmente pensai subito a editori e scrittori, non ai nostri abbonati. Pensai anche al nostro datore di lavoro, che non avevo mai visto di persona. A dire il vero non avevo neanche mai sentito la sua voce.
«Niente telefono in quei giorni?»
«Niente telefono, però bisogna stare lì tutto il giorno, dalle dieci del mattino alle otto di sera».
Una raffica di tramontana ci buttò un po’ di cenere addosso. Monica si scosse i lunghi capelli rossi e la pashmina color magenta che portava intorno al collo.
«Guarda te che tocca sopportare per fumarci una sigaretta».
«E la paga?» le chiesi.
«Giornata piena, otto ore».
«Però sarebbero dieci».
«In fiera si fanno un sacco d’incontri interessanti. Se non ho capito male tu scrivi…»
«Sì».
Mi sentii vagamente imbarazzato, nudo davanti a quella donna di cui conoscevo poco o niente, se non le nevrosi da lavoro. Monica stava facendo leva sulla mia vanità, su quello che all’epoca consideravo il mio dono speciale.
«E che cosa di preciso? Romanzi? Saggistica?»
«No, ancora no… Ho scritto un racconto».
«È un inizio. Per domani però devo sapere se accetti, altrimenti chiedo agli altri tuoi colleghi perché ho urgenza di organizzare il lavoro».
Buttò il mozzicone in un vasetto di terracotta che usavamo da posacenere.
«Che ne dici di rientrare a fare qualche abbonamento?»

Quel giorno, pervaso da uno strano entusiasmo, riuscii a mettere da parte i miei pensieri sulla sacralità della poesia e la pena che provavo per quelle persone anziane che avevano atteso una vita per dare in pasto agli amici i loro insignificanti versi. Quel giorno la mia vocina interiore se ne andò da qualche altra parte, forse in volo verso più alti obiettivi. Alla fine del turno, neanche un’ora dopo il nostro colloquio e con quattro abbonamenti stipulati, mi sentii a tal punto sicuro di me che detti la risposta che Monica sperava.
«Questa mi sembra una bella notizia! Perché non mi stampi il tuo racconto e me lo porti domani, così lo passo al professor Angelucci? Magari ti dà qualche consiglio».

Là dentro Gualtiero Angelucci era una specie di divinità. Faceva parte del comitato di redazione di Giorni di Poesia, insegnava italiano nei licei da oltre vent’anni e aveva all’attivo cinque sillogi, nonché un corposo saggio critico sulla poesia dialettale, intitolato La lirica del volgo, in ascolto dei versi dal Centro Italia, la cui copertina, ingrandita e incorniciata, ci accoglieva ogni giorno all’ingresso della casa editrice.

Il giorno dopo mi presentai con una cartellina di plastica trasparente sotto al braccio. Mi detti subito da fare con gli abbonamenti, anche se l’ora subito dopo pranzo era la peggiore, le persone non erano a casa o se c’erano facevano il riposino pomeridiano. Riuscii a convincere soltanto un anziano signore che non la smetteva di ripetermi che l’unico motivo per cui aveva studiato da ragazzino, con tutte le difficoltà che c’erano all’epoca, era proprio la poesia.
Dopo venti minuti Monica mi si avvicinò con quel sorriso tirato che faceva quando dovevamo chiudere e strinse le mani a pugno per rafforzare il concetto.
«Allora signor Tullio, dove le faccio spedire il numero monografico in omaggio insieme al nuovo, che uscirà in gennaio? All’interno troverà tutti i riferimenti per spedirci la sua poesia, mi raccomando entro febbraio, in modo che possiamo inserirla per il mese di marzo».
La sua voce nasale arrancò all’altro capo della cornetta: «C’è un limite di lunghezza?»
Alzai il pollice in segno di vittoria.
«Se la poesia merita, e sono sicuro che è così signor Tullio, possiamo darle persino una pagina intera».
Questa era una formula che s’era inventata Monica per assestare il colpo definitivo, quando ormai era chiaro che l’abbonato stava per fornirci i suoi dati: «Solo in quel momento dovrete mostrarvi decisi,» ci aveva spiegato durante il primo giorno di formazione, «per il resto fateli parlare, date segno di seguire i loro discorsi, perché i poeti sono in genere persone sensibili, che si sentono incomprese e se la prendono per un nonnulla».
Riagganciai e scrissi SÌ sul foglio del giorno, in fondo alla riga corrispondente al contatto. Ero quasi arrivato al termine della lista e ben presto avrei dovuto fare il secondo giro di telefonate. Dovevo sperare che nel frattempo qualcuno sarebbe rientrato a casa.
Con la cartellina ben stretta al petto raggiunsi la team leader alla sua scrivania spoglia.
«Ecco qua, sono tre pagine in tutto. È un racconto breve».
«Di solito si comincia così».
In effetti mi sentivo all’inizio di qualcosa, ma ancora non sapevo cosa.
«Titolo curioso… di che cosa parla?»
«C’è scritto nella quarta pagina, nelle motivazioni della giuria».
Con mio grande imbarazzo Monica lesse ad alta voce.

Con una scrittura scarna, ai limiti dell’assenza di stile, l’autore ci dona la metafora sorprendentemente efficace di un’intera epoca, dell’inerzia che caratterizza la sua generazione. Senza il supporto del contadino, la pianta della vite offre una resistenza vana, proprio come chi scrive, rimasto orfano dei propri maestri.

«Accidenti… Mi sa proprio che il ragazzo ci farà fare un figurone in fiera».
«Ma è solo un racconto».
«È un modo per cominciare, non è vero ragazze?»
Dalle bocche delle colleghe, che avevano alzato le teste dagli elenchi e mi sorridevano, si levò un brusio di approvazione.
«Che ti avevo detto? Cominciano tutti così».
Sorrisi anch’io prima di rimettermi sotto con gli abbonamenti, ma quel giorno le cose cominciarono a girarmi storto e non conclusi per nessun altro abbonamento e così anche il giorno seguente.

Lasciai quell’impiego la settimana prima della fiera.

Un giorno mi alzai e non avevo più voglia di telefono né di poesie. Per un po’ di tempo provai a dedicarmi alla scrittura del romanzo, ma era come se la mia vena si fosse improvvisamente esaurita.
Semplicemente mi accorsi di aver detto tutto quello che avevo da dire in quell’unico racconto.
Il mio anno fortunato si era ormai concluso, avrei dovuto ricominciare al più presto a cercarmi un nuovo lavoro.

Simon G. Helly

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