CASUAL FRIDAY #1: MI È PASSATA LA FAME

Casual Friday è la rubrica di Verde nata per promuovere un nuovo reading code. Ogni settimana un racconto inedito di un autore diverso che cercherà di farvi ridere, divertirvi o semplicemente imbarazzarvi. Cominciamo con Paolo Gamerro. È venerdì, rilassati!

Paolo Gamerro è nato nel 1983 e si è laureato all’Università Cattolica di Milano in Lingue e Letterature Straniere con specializzazione in Scrittura Creativa. Il suo primo romanzo, Milano Horror, è uscito nel 2011 (Chinaski Edizioni). Nel 2013 ha pubblicato un ebook di sette racconti inediti dal titolo Violenza Domestica (Lahar Magazine).

Che serata di merda, lo sapevo io che sarei dovuto andare al Bar Oasi a festeggiare con i ragazzi il compleanno di Renato. Avremmo bevuto qualche birretta, avremmo scherzato un po’ e poi tutti felici a casa. E invece no, sono uscito con Matilde, ho speso una fraccata di soldi e ho pure fatto una cilecca storica. Già me la vedo mentre mi canzona davanti alle sue amiche della Holden, mi derideranno per l’eternità. Sia chiaro: non è stata colpa mia se ho avuto una défaillance sessuale. Lei se ne stava ferma e rigida come una salma, manco un pompino mi ha fatto per riscaldarmi, nemmeno un limone, niente, si è sdraiata, ha aperto le gambe ed è finita lì. Io sono un tipo che ha bisogno di affetto, di tenerezza, di essere coccolato… Fatto così mi sembrava freddo, meccanico, mi è venuta l’ansia, la dispnea, non ce l’ho fatta. Senza contare poi che ogni volta che la guardavo mi veniva in mente il faccione di Baricco, che si sovrapponeva al suo viso e ne cambiava i connotati, trasformandolo in una grottesca maschera umanoide.

Che figura di merda però. Mi sono giustificato fingendo dei dolori cervicali (la prima scusa che mi è venuta in mente), e mentre mi rivestivo, goffo e imbarazzato, nella mestizia e nell’umiliazione generale, lei è rimasta seduta sul letto a fissarmi con uno sguardo di sdegno. Poi, sempre muta, mi ha accompagnato all’ingresso, mi ha chiuso la porta in faccia e mi ha lasciato lì, sul pianerottolo buio. Neanche un ciao o un ci vediamo, niente. Eppure pensavo che stasera sarebbe andata bene. In fondo è stata lei ad aggiungermi su Facebook, si è complimentata per alcuni miei racconti apparsi su un paio di riviste, credeva che fossi uno scrittore vero magari, che ne so, uno di quelli che sa il fatto suo, alternativo sì ma anche figo, un po’ dannato e maledetto, per via di una serie di selfie che ho postato in cui me ne sto con i wayfarer da sole e la sigaretta tra le labbra, disilluso dalla vita, artista scapigliato, sbattuto, maledettissimo. Come Hank Chinaski in Donne, proprio come vorrei essere. E invece chi sono? Un miserabile.

Mi fermo all’autogrill prima di prendere l’uscita che mi porta a Busto Arsizio, a casa mia – un sottoscala/portineria con un bagno e un divano letto scassato – devo andare in bagno. Dio come sono depresso… Mi sono anche messo le Clarks e la giacca a coste di velluto da intellettuale. L’ho portata da California Bakery, ho offerto io e le ho anche pagato il biglietto allo spazio Oberdan per La ragazza con la valigia, e poi ci siamo fermati in una baretto di Porta Venezia dove mi ha parlato della sua scuola, dei suoi scrittori preferiti, del romanzo che sta scrivendo, dei suoi contatti con editor di un certo livello che lavorano per case editrici importanti, di sua sorella che vive a New York e fa la videomaker per Vogue, di suo fratello che è senior creative director per Lacoste o Ralph Lauren, non ricordo, dell’altra sorella, quella più piccola, che è una fotografa troppo pazza e adesso è a Tokyo, dei suoi genitori che hanno appena comprato una casa in Costa Azzurra e un’intera isola della Grecia, e io lì ad ascoltare e metabolizzare in una agitazione che mi annichiliva. Ho dovuto quindi per forza inventare cose sul mio conto, non potevo mica dirle che lavoro in biblioteca a seicento euro al mese come dote comune dopo una laurea in lettere! Così le ho confessato che anche io sto scrivendo un romanzo (cosa non vera), di essere in buoni rapporti con scrittori affermati (assolutamente falso) e che ci sono un paio di editori di rilievo che mi inseguono da tempo (sì, figurati!). Ho sudato sette camicie, e tra una menata e l’altra siamo andati da lei, nel suo appartamento, e da lì il tracollo, giù nel delirio.

Uscito dalla toilette, gironzolo senza meta, ho il telefono sottomano, magari mi chiama, magari mi scrive, magari, magari il cazzo. Chiedo al barista un cappuccino e agguanto un confezione di Girsbì, quelli gialli, i miei preferiti. Chissà i ragazzi al Bar come si sono divertiti stasera, penso tra me e me. Tra l’altro che gli dico? Che me la sono scopata? Altrimenti che scusa mi invento? La radio passa Mi ami davvero e noto che questo posto è deserto. Alle tre del mattino solamente uno come me può essere qui, in stato catatonico davanti allo scaffale dei libri: Stephen King, Stefano Benni, Sofia Avallone, Fabio Volo. E naturalmente lui, lo scrittore, saggista, critico musicale, conduttore televisivo, pianista, sceneggiatore e regista italiano, attuale preside della scuola Holden di Torino. Mi guarda tronfio dal retro di copertina della sua ultima opera. Non sarai mai come me. Sei un reietto sociale. Morirai reietto sociale. Non ti va in tiro il cazzo.

Arrivo alla cassa, il tipo che ho davanti è una via di mezzo tra Giovanni Allevi e Geronimo Stilton, con un cappellino da baseball e una polo color senape. «Sono sette euro» mi fa con voce robotica. Frugo nelle tasche per prendere il portafoglio. Frugo e frugo ma non lo trovo. Dov’è? Ora: il mio cervello è tempestato da una serie di istantanee tremende. Nell’ordine: io che indosso i pantaloni a casa di Matilde, il portafoglio che mi scivola via dalla tasca, io derelitto che preso da altri pensieri non me ne accorgo e lo lascio lì sul pavimento, io desolato che me ne vado da casa sua senza portafoglio, il mio portafoglio che rimane nella sua camera da letto. Tutto torna tragicamente. Rabbrividisco. Credo che mi stia venendo una congestione.

«Qualcosa non va?» mi chiede il pupazzone, guardandomi dritto in faccia. Rigurgito, tossisco, chiedo scusa con un filo di voce. «No, niente di che… mi è passata la fame…» Mi affloscio a terra, svengo. Poi il nero.

Paolo Gamerro

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