IL PIANO

Luca Piccolino vive e lavora a Roma come imbianchino e manutentore nella sua ditta personale.
Nel 2002 ha fondato la rivista letteraria
Rizoma. Nel 2007 ha pubblicato la raccolta di poesie X Tre (Arduino Sacco Editore), finalista al Premio Camaiore 2008 (Sezione Camaiore proposta).
Ha fatto parte del collettivo
Scrittori Precari fino al 2013.
Nel 2014 è cofondatore di
Progetto Ianua, realtà che si pone l’obiettivo di una divulgazione storico-archeologica mirata allo studio di manufatti di epoca arcaica nell’Italia centrale.
Da oltre un decennio collabora con il musicista Luca Cartolano, in un progetto di musica e parole che ha portato alla registrazione dei due cd autoprodotti:
X Tre ( 2010) e Orestiade d’inverno (2014)..
È apparso su Verde per la prima volta nell’agosto del 2013, con il racconto La Colombo non perdona.

Roma, 1992
Il Malanca non si decideva a uscire dal bagno. Se ne stava sulla tazza, anche se aveva finito da un pezzo. Fumava gettando la cenere nel bidet, con fare pensieroso.
Se Enrico non fosse stato suo padre, probabilmente lo avrebbe mandato a fanculo da un pezzo. Lui e le sue idee. Il legame di sangue imponeva rispetto, quello affettivo suggeriva invece di dar fiducia al suo vecchio. In fondo da che campava il pane non gli era mai mancato.
In conclusione Marco “il Malanca” stava pensando che non ne sarebbe uscito con un semplice rifiuto. Che poteva fare? In fondo era pur sempre un ragazzino di quindici anni che aveva dubitato ben poche volte di suo padre. Lo aveva aiutato nei suoi furti, ogni tanto, ma vuoi mettere con tutti gli anni di esperienza di Enrico? Lo conosceva da una vita quel lavoro.
Mentre si lavava le mani sentì la porta d’ingresso chiudersi. Doveva uscire dal cesso e finire la discussione troncata un paio d’ore prima.
Il problema era che, per la prima volta, il piano di suo padre gli era sembrato una grande cazzata. Per i rischi, per l’incertezza del risultato e altre cose.

«Hai visto il cantiere della vecchia scuola? Hanno iniziato a lavorare. C’è uno scavo che sembra che è scoppiata una bomba nucleare! Ti ricordi quando ci andavi alle medie, che non capivi una mazza?»
Enrico sussultò nel vedere il mezzo sorriso ferito di suo figlio e la smise di andarci giù pesante: «Mi sono fatto un giro intorno al cantiere. Sono salito su, dalla scala sopra al California, hai presente? Oh, ci credi? Quei minchioni non c’hanno mica pensato che uno può passare da là. Basta tagliare la vecchia rete e scendere sei o sette metri. Una puttanata.»
Il Malanca il cantiere lo conosceva bene ma suo padre non lo sapeva. Ci si era fatto un giro, così, per dare un’occhiata.
Era incredibile. Nella vecchia scuola ci era andato lui, suo padre, sua madre e quasi tutti quelli che conosceva. Non era rimasto niente. Nulla che si potesse riconoscere. In tre giorni avevano demolito il vecchio edificio e preparato uno sterro per le fondamenta dei nuovi palazzi. Sembrava davvero la scena successiva all’esplosione di una bomba.
Il Malanca aveva ripensato a quanto quel posto gli fosse sembrato una galera. Ai professori che se ne fottevano di lui e delle cintate di suo padre. Quegli snob di sinistra con la casa a Monte Sacro.
Era arrivato alla conclusione che non ci potesse essere soluzione migliore di quella. Giù tutto.
Comunque, al di là delle riflessioni e dei ricordi, Marco nel cantiere non aveva visto nulla che valesse la pena di essere approfondito.
«Una puttanata dici. Ma sai se c’è qualcosa che vale là dentro?»
«Mo’ questo chi può saperlo? Attrezzi ce ne saranno di certo. Roba elettrica tipo trapani e demolitori… roba che vale.»
«Roba pesante in due.»
«Un po’ di fatica ma molta resa, fidati.»
«Seee, fidati!»
«Ma che cazzo c’hai stamattina, si può sapere perché fai tutte ste storie?»
«Perché bisogna farsi un culo così. Perché non sappiamo che cazzo ci guadagniamo, ecco perché!»
«Cioè adesso credi che siccome stai diventando grande e grosso io non posso levarmi la cinta e dartela sulla schiena? Credi di no? È per questo che fai tanto l’esperto e metti bocca su una cosa che mi sono studiato, per cui ho fatto dei sopralluoghi… mortacci tua, ma che cazzo ne capisci? Sai che c’è? Ti caghi sotto. Ti caghi sotto ma non sai nemmeno perché! Mentre ci pensi io vado giù al bar. Se resto ti metto le mani addosso, poco ma sicuro!»

Marco uscì dal bagno, Enrico era in cucina. Tra di loro c’era anche il momento delle scuse. Quelle ore travagliate avevano deciso che non v’era motivo per non sperare e credere all’ingegno di suo padre.
Si chiarirono con le solite parole.
«Quelli che stanno lavorando qui non sono mica di zona, è gente di Frosinone, Anagni, quei paesi del cazzo là. C’è un metro notte che fa il giro, passa ogni ora, ora e mezza, ma dentro non ci dorme nessuno. Apriamo una porta e c’abbiamo tutto il tempo, hai capito?»
«A che ora però?»
«Saliamo sopra al tetto del California verso l’una, aspettiamo il metronotte e quando se n’è andato, in mezz’ora siamo fuori con le borse piene di roba!»
Marco avrebbe voluto parlargli di quanto era dispiaciuto. Per i dubbi, per la poca educazione usata. Suo padre, per quello, avrebbe fatto bene a prenderlo a cintate. D’altra parte, la sua condizione di adolescente non gli permetteva certi slanci coi suoi cari. Si limitò ad annuire e benedire con freddezza il piano.
La giornata fuggì via tranquilla. Un paio di canne, nel pomeriggio, regalarono al Malanca quattro ore di sonno che lo portarono al risveglio rinvigorito e ardimentoso.
Alle dieci era già pronto, vestito e teso. E suo padre ancora non si vedeva. Di sicuro stava ancora giù al bar. Sarebbe tornato insieme alla puzza di birra e sudore.
A mezzanotte Enrico varcò la soglia. Era sbronzo ma non più del solito.

Il metronotte chiuse i cancelli e ripartì col suo macinino munito di lampeggiante. Era l’una e mezza. Avevano passato abbastanza tempo sul tetto del California da sentirsi intorpiditi e invasi dall’umidità puzzolente che saliva dal fiume Aniene.
La rete che delimitava la piccola scarpata era vecchia e arrugginita. I due la tagliarono in un attimo. Si infilarono dal buco e si trovarono a franare su un dislivello che, da fuori, sembrava molto meno ripido.
Ruzzolarono tra la terra e i calcinacci, ferendosi le mani e la schiena.
Non doveva andare così ma non avevano nulla di rotto. Il dolore era tanto. Un ripensamento, non contemplabile.
Il Malanca tratteneva a stento le lacrime. Le mani gli dolevano e la terra gli era entrata nelle piaghe. Aveva un taglio sulla fronte e faticava a trovare una parte del corpo che non gli facesse male.
Anche suo padre stava soffrendo, si vedeva dalla faccia che faceva. Ma non si lamentava. Sapeva che era quello il momento di non vacillare e lui di conseguenza sarebbe stato un bravo figlio. Lo avrebbe aiutato.
La porta del magazzino era di ferro, una serratura di qualità che Enrico, da sobrio, avrebbe facilmente aperto in cinque minuti. Dopo mezz’ora ci riuscì.
Si trovarono in un ambiente enorme e lugubre, ma la voce sussurrante di Enrico annunciava che ne era valsa la pena. Trapani, demolitori, una saldatrice che da sola valeva quasi mille euro. E poi ancora smerigliatrici, avvitatori.
In dieci minuti erano carichi come muli. Avevano le mani occupate e la risalita lungo la scarpata polverosa non fu esente da nuove ferite.
Uscirono sporchi, logori e sudati. Bisognava ancora camminare un po’ per arrivare da Romoletto. Era lui che, a detta di Enrico, avrebbe comprato tutto ricoprendoli di banconote.
Non fu così. Romolo prese subito a far storie. Troppa roba, troppo costosa, rubata in un cantiere a mezzo chilometro da casa sua. Rifiutò l’acquisto e in quel momento il Malanca sentì riesplodere tutto il male che aveva in corpo.
Suo padre però non si diede per vinto. Alzò la voce con Romolo, lo mandò a cagare, ordinando al figlio di prender su tutto e andare.
Camminavano sfiniti per le vie del quartiere, col rischio di incontrare pure il metronotte. Appiedati e appesantiti dalla refurtiva, i due dovevano trovare al più presto qualcuno che si prendesse l’onere.
Salirono per via Lanciano, Al numero sedici suonarono a Perseo Miliucci, l’unico abbastanza stupido da aiutarli.
Miliucci era un altro poveraccio come loro, ma anche una serpe, un approfittatore e un figlio di puttana.
Come una faina annusò al volo la situazione, si inebriò della puzza che accompagnava padre e figlio, del fetore della paura e dell’olezzo della disperazione. Anche alla vista quei due facevano schifo e pietà.
Perseo allestì il suo squallido teatrino: un fiume di parole mal espresse, atte a giustificare il motivo di un’offerta ridicola. Duecento euro e ringraziate dio.

Sotto i portici adiacenti alla via Tiburtina, Enrico e Marco camminavano, rotti e luridi. Un lungo silenzio li aveva accompagnati, da quando erano usciti da casa di Perseo. Diecimila euro di roba, barattata per duecento e le frasi di uno stronzo che diceva di fargli un favore. Il Malanca era furioso. Suo padre s’era fatto mettere i piedi in testa come se niente fosse.
Enrico non era altro che un vecchio ladro ubriacone sul viale del tramonto. Certo, aveva messo a segno qualche buon colpo, ma era acqua passata.
Per come stavano le cose, l’immagine che Marco aveva innanzi agli occhi, per un momento, aveva fatto pulizia nel suo cervello quindicenne. Quella patetica figura logora non avrebbe visto in lui la sua successione.
Molti suoi amici già vendevano. Rischiavano meno e tiravano su un bel gruzzolo alla fine del mese. Il tempo di andare a rubare era finito, stronzi come Perseo non lo avrebbero più sfruttato.
Il Malanca sapeva con chi fare due chiacchiere. Il piano che aveva in mente non era campato per aria.
Dei duecento euro Enrico ne diede cinquanta al figlio, perché lui era la mente e l’altro il braccio. Marco non fiatò, non protestò e non espresse il disprezzo che covava.

Luca Piccolino

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