NON SONO MICA MICHAEL SCOFIELD

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Andrea Sacchetti, 42 mostri

Lui è Michael Scofield.
È il protagonista di Prison Break.
Ha un fratello che si chiama Lincoln Burrows.
Hanno cognomi diversi, ma ciò non basta neanche lontanamente a fare di loro i personaggi più interessanti della serie.
Nella prima stagione Lincoln viene condannato a morte con l’accusa di aver ucciso il fratello del presidente degli Stati Uniti d’America.
Scofield crede che sia tutta una montatura.
Inscena una rapina a mano armata per farsi arrestare e rinchiudere nello stesso carcere di Burrows.
Lo fa perché è stato lui a progettare il carcere.
Lo fa perché ha un piano per fare evadere Lincoln.
Lo fa perché sono fratelli.

NON CONTIENE SPOILER. Illustrazione di Andrea Sacchetti.

Tina festeggiò il giorno del suo compleanno nel centro commerciale della stazione, scegliendo il carrello più grande da riempire fino ai bordi.
«Era pesante come il cadavere di un toro, ma senza corna», mi ha raccontato più tardi, con la gabbia lucida di cicatrici di metallo che scomponevano la luce bianca dei reparti. Lo aveva trascinato lentamente lungo i corridoi vuoti del supermercato, non voleva saltarne neanche uno e per sicurezza aveva fatto due volte il giro completo. Un’ora più tardi, mentre la cassiera annullava i codici, aveva provato a immaginare quante buste avrebbe dovuto chiedere. Forse dieci, aveva pensato stringendo eccitata la carta di credito.

«Sembrava la spesa che faceva mia madre per Natale», mi ha detto. «Usciva di casa alle otto di mattina e tornava a ora di pranzo con tutte quelle buste che disponeva nell’ingresso. Restavano lì per ore, una di fianco all’altra».
«Come una trincea bianca», ho detto io per distrarla, ma non credo che mi abbia sentito. Continuava a rigirarsi la scheda gialla tra le mani, tastando con i polpastrelli i punti scoloriti della banda nera, mentre io cercavo di immaginare i suoi occhi, le sue narici, le sue mani, nel momento in cui la ragazza le aveva detto che la carta era vuota. Chissà quanto aveva aspettato prima di chiedere di provare ancora, e con che tono aveva ribattuto che doveva essere un errore o un guasto della cassa. Fino all’ultimo, mi ha confessato, aveva sperato che qualcuno si fosse offerto di pagare al suo posto. Nessuno però le aveva più rivolto la parola e lei era rimasta lì a guardare il commesso sgomberare la cassa e riempire di nuovo il carrello per riportare indietro la spesa.

«Noi non abbiamo mai avuto bisogno di dieci buste», mi ha detto.
Non sapevo cosa dire, allora ho spento la tv e mi sono alzato dalla poltrona. Volevo abbracciarla e dirle che mi dispiaceva, ma era il suo compleanno, ed era difficile immaginare una giornata peggiore di così. E poi era colpa mia.
«Dovevo rimanere a casa a guardare la tv», ha detto.
«Avrei dovuto avvisarti».
«Non fa niente», ha detto lei. «Almeno abbiamo pagato l’affitto. Meglio così».
Non era arrabbiata e non capivo perché: avrebbe dovuto essere furiosa e invece sembrava solo delusa. Io al suo posto non avrei reagito così.
«Quando parti?», mi ha chiesto allora.
«Domani mattina», ho risposto. «Alle sei».
«Sei preoccupato?»
Mentre ci pensavo ho visto alle sue spalle il beccuccio della caffettiera sollevarsi sotto la pressione del vapore. Mi sono alzato per chiudere il gas, ma ancora una volta il caffè non era uscito. Ho svitato la caffettiera sotto l’acqua, sapeva di sangue e metallo. L’ho caricata di nuovo e ho detto a Tina che sarebbe stata una passeggiata, ma era una bugia, pure quella.

Avevo ricevuto l’e-mail tre settimane prima. Non l’ho aperta, ma ho riconosciuto subito l’indirizzo di mio fratello, ed è stato come se la lettera fosse arrivata nel mio petto e lì qualcuno la stesse leggendo ad alta voce, usando la mia gabbia toracica come amplificatore. Ho aspettato dieci giorni e poi ho chiesto a Tina di dirmi cosa c’era scritto.
«Te la devo leggere?», mi ha domandato lei.
«No, dimmi solo cosa dice».
Non riuscivo neanche a ricordare il nostro ultimo incontro. Dovevano essere passati almeno sei anni, da prima che Marco nascesse. Non sapevo dire neppure se Tina avesse mai conosciuto mio fratello.
«Certo che l’ho conosciuto».
«Ah sì? E quando?»
«Al suo matrimonio».
Ci ho pensato un attimo. Erano passati sette anni.
«È impossibile».
Tina ha cambiato espressione. Ha lasciato cadere il portatile tra le lenzuola e si è passata un dito sul sopracciglio.
«Perché è impossibile?»
«Sono passati sette anni!»
«E allora?»
«Mi sembrano troppi».
«Ci siamo visti anche al funerale di tuo nonno», ha aggiunto con un lampo cupo di soddisfazione. «C’era pure suo figlio, Marco mi pare, si chiama così?» e senza aspettare la mia risposta ha recuperato il portatile per leggere l’e-mail. Seguivo il movimento dei suoi occhi sullo schermo nella speranza che potessero anticiparmi qualcosa, finché Tina si è tolta gli occhiali e mi ha guardato.
«Allora?»
Mi ha sorriso. «Dovresti leggerla».
«Dimmi solo cosa dice».
Si è stiracchiata un po’, ha sprimacciato i cuscini alle sue spalle e impugnando una delle due trecce che le accarezzavano i fianchi ha detto: «Hanno avuto un altro figlio. Compie un anno la settimana prossima e fanno una festa. Vuole che tu vada».

La prima cosa a cui ho pensato è che avrei dovuto comprare un regalo molto costoso. Tina mi stava ancora guardando. Aveva i piedi incrociati. Avevo voglia di fumare, ma eravamo già a letto e le sigarette erano nel cappotto, di là in cucina.

***

Le cinte di giardini ben potati circondavano le case basse arse dal sole che serpeggiavano in salita la strada su cui cercavo di arrampicarmi. Avevo appena superato lo svincolo per Veio, e ora nei miei occhi le sughere dei boschi s’aprivano in una distesa oscura e densa, puntellata qua e là da pascoli sfilacciati e vecchie torri medioevali che cadevano a pezzi. Io e Tina avevamo battuto lo stesso percorso decine di volte e ogni volta ci eravamo incantati ad ammirare le villette colorate ai lati della strada, immaginando chi le abitasse e in quali periodi dell’anno, e lasciandoci sorprendere dalle buche sull’asfalto, sempre più profonde e vertiginose.
Commentavamo tutto immancabilmente alla stessa maniera.

«Le chiuderanno mai queste buche?», domandavo.
«Sono dissuasori accidentali di velocità», rispondeva lei.
«Che vuol dire?», ribattevo. E lei: «Le tengono per costringere le macchine ad andare piano».
«Ma non ha senso!»
A quel punto, di solito, avevamo già superato il vecchio maneggio dal quale spuntava il più grande albero di limoni che avessimo mai visto, dove cavalli color dell’ebano, in gruppi di tre, intirizzivano elegantemente sotto al sole bianco.

Stavo cercando di concentrarmi sulla strada e avevo la sensazione che il paesaggio si riavvolgesse su se stesso, come la quinta di un film d’animazione che si ripeteva nel tempo. Era stato assurdo rimandare così a lungo quell’incontro. Volevo persuadermi di poterlo affrontare con coraggio, ma senza accorgermene mi perdevo di nuovo in un anello di pensieri simile a quello che, fuori dall’abitacolo, replicava poggi di tufo polverosi e clivi di edera e cardi.

In sette anni non avevamo mai avuto l’esigenza di scambiarci una telefonata o un messaggio. Non ci eravamo sentiti nemmeno a natale o per i compleanni. Poi, all’improvviso, la sua e-mail. Perché mi aveva scritto? Tina aveva insistito perché io la leggessi, diceva che mi avrebbe sorpreso e sarebbe stato un piacere. Alla fine avevo ceduto e non riuscivo proprio a capire come potesse considerare quella lettera un gesto distensivo. Era priva di formule di cortesia, aveva il tono glaciale tipico del modo di porsi aggressivo di Lorenzo e non riportava neanche una volta il mio nome. Eppure, non potevo fare a meno di notarlo, chiudeva firmandosi con quel vecchio diminutivo che per anni avevo usato solo io. “Lo”. Nessuno, a parte me, lo aveva mai chiamato così.
Perché mi aveva invitato alla festa? Era cambiato qualcosa per lui?

Avevo voglia di caffè e di fumare. Al bar dopo la curva mi sarei fermato e poi, da lì, avrei ripreso fino al primo autogrill in autostrada: dovevo ancora comprare i regali per i bambini e, forse, qualcosa per mio fratello. Dovevo fare anche benzina. I soldi dell’affitto sarebbero bastati, o così almeno speravo.

***

I tavoli erano occupati da coppie annoiate che sorseggiavano ginseng freddi in tazze grandi e avventori di passaggio che sfogliavano giornali con lo sguardo rivolto allo schermo del televisore. Avevo trovato un angolo alle spalle del bancone, tra la porta del bagno e un frigorifero spento, e mentre aspettavo che mi portassero la colazione prendevo appunti sul retro di vecchi scontrini accartocciati nelle tasche del mio cappotto. In due ore, con una sola fermata, sarei arrivato a destinazione. I bambini avrebbero pianto vedendomi arrivare e Lorenzo avrebbe rilevato che non c’era da stupirsi, perché era così che reagivano in presenza di estranei. Saremmo rimasti in silenzio, sul divano, per un tempo lungo quanto gli ultimi sette anni delle nostre rispettive vite. Quel silenzio così prezioso, altro dalle nostre bocche incollate, sarebbe stata la lancetta che avrebbe segnato l’inizio dell’ottavo e ultimo anno, il più lungo della nostra storia: una nuova stagione definitiva che avrebbe reciso per sempre quel filo che non aveva altri appigli al di fuori di un nome condiviso e avrebbe sanato la distonia tra le nostre paure e una volontà inesistente. Non avevamo nulla da dirci: dovevamo soltanto trovare le parole giuste per non infrangere quel silenzio.

Ho visto i denti gialli del cameriere sferzati da una lama polverosa di luce bianca e le macchie grigie di calcare baluginare sul bicchiere lungo e stretto riempito fino al bordo. Ho posato la penna sul tavolo e la sua mano si è allungata verso la mia bocca, recitando a voce alta il conto in modo da farsi sentire al bancone.
È stato allora che mi sono accorto di non avere il portafogli.
Avrei voluto che in quel momento ci fosse stata della musica, o un tipo di vertigine simile dentro cui chiudere gli occhi e riporre con distacco la mia fiducia.

***

Ho lasciato sul tavolo la penna, i foglietti e il pacchetto di sigarette. Sono corso in macchina a controllare, ma non c’era. Potevo telefonare a Tina e chiederle di cercarlo in casa, ma a quel punto avrebbe trovato i soldi e avrebbe saputo. Non potevo rientrare nel bar, non potevo tornare indietro, non potevo presentarmi da mio fratello senza i regali. Correvo in direzione del lago con le pupille annegate nel riflesso della spia della riserva. Neanche per un momento avevo avuto voglia di rivedere Lorenzo. Ogni volta che pensavo a lui provavo rabbia e dolore e la certezza che non avremmo mai più avuto bisogno l’uno dell’altro. Mi aveva scritto per dimostrare a entrambi che non avrei avuto il coraggio di andare. Era stato un modo meschino per farmi sapere che lui aveva una vita vera, con un lavoro, una famiglia felice. Addirittura due figli.

Le automobili mi sorpassavano lasciandosi alle spalle le scie dei clacson che solo io potevo vedere. Sembravano attirate dalle voragini sull’asfalto che, come buchi neri, le avrebbero risucchiate nelle viscere del lago. Presto i conducenti se ne sarebbero accorti e allora, per non precipitare, si sarebbero gettati dai finestrini in corsa. Una macchina era stata abbandonata nei campi con le portiere aperte e i fari accesi. Un cane bianco si era arrampicato sul tettuccio per fiutare l’antenna, mimandone con la coda la stessa reclinatura che una mano aveva imposto con la forza.
Se avessi un incidente, ho pensato all’improvviso, avrei una scusa per non andare alla festa. Sarebbe stato il modo più semplice per non pensarci più.

***

In alto, incastonata nella roccia, fissavo una palazzina su due piani con le finestre aperte e una oscurità gassosa che dipingeva di nero gli interni ammuffiti degli appartamenti. In riva al lago una coppia lasciava cadere piccole molliche sul bagnasciuga. I cigni potevano allungare il collo così tanto da infilare il becco tra le loro mani. Sul pelo dell’acqua i pezzi di pane diventavano via via più grandi e numerosi. Dal cielo sono arrivate prima le papere e poi le gabbianelle. Il ragazzo ha indicato qualcosa all’orizzonte: stavano arrivando tre cigni adulti, che risalivano la corrente in direzione dei più piccoli. Le molliche galleggiavano attorno ai due gruppi, da una parte i più giovani, dall’altra gli anziani. La coppia era preoccupata: quell’incontro non prometteva nulla di buono.

«Lo sta ammazzando!», ha urlato all’improvviso la ragazza, «gli sta tenendo la testa sott’acqua!»
«Il piccoletto gli ha rubato il cibo».
«Potrebbe essere suo figlio!»
«Non avrebbe dovuto, funziona così, è normale».
«E l’altro piccolo perché non interviene?»
«Che cosa dovrebbe fare?»
«Difenderlo, magari sono fratelli!»
«Ma sono cigni, non sono mica Michael Scofield!»

Quando mi sono rialzato mi sono accorto di essere circondato da piccole lumache verdi che cercavano di arrampicarsi sui miei pantaloni sporchi di sangue. Le ho scansate in punta di piedi e senza scarpe sono tornato alla macchina per compilare il Cid.

Pierluca D’Antuono

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